Lo scorso dicembre, dopo un tour a Parigi tra bistrot e bar a vin che in Italia ci sognamo, accompagnato dall’amico Andrea Ugolotti, ero nella Loira, e più precisamente nel villaggio di Martignè Briand, a casa dell’amico Olivier Cousin per assaggiare i nuovi vini e per parlare della prossima fornitura: con Olivier lavoravamo con il suo eccezzionale Chenin blanc, vitigno a bacca bianca tipico della Valle della Loira, che vinificava da anni senza l’aggiunta di solfiti e senza filtrazioni, facendolo esprimere come pochi in quella regione, con il suo incredibile equilibrio tra frutto, mineralità, acidità ed eleganza.

Dall’annata 2005, di cui ancora conserviamo qualche bottiglia, Olivier ha deciso di produrre solo vini rossi: Grolleau, Cabernet Franc e Gamay i vitigni che coltiva e dai quali ricava cinque vini. Chiaramente il Cabernet Franc e il Grolleu qui meglio si esprimono, ma abbiamo trovato veramente degno di nota soltanto il Cabernet Franc, nella versione base (Pure Breton) e nella riserva da un vigneto di viti vecchie, di circa 80 anni.

Sanguigni, profondi, minerali, pronti e di grande bevibilità, ma con una grande profondità, dai profumi animali ed erbacei al primo impatto, escono poi i frutti di bosco con la loro eleganza e rotondità. In bocca più fresco e leggero il Pure Breton, più vegetale, tannico e strutturato il Vecchie Vigne.

Il Grolleau frizzante doveva ancora rifermentare, mentre il Cousin, il suo Grolleau fermo, e il Gamay sono stati vinificati con una tecnica a lui nuova: la macerazione carbonica. Usata da secoli in Beaujolais per abbellire e rendere un vino facile e di pronta beva il gamay tipico del sud della Borgogna, sta prendendo sempre più piede anche in altre regioni viticole francesi; consiste nel far macerare le uve intere (non diraspate) e far iniziare la fermentazione in assenza di ossigeno, saturando le vasche o i tini con CO2 attraverso delle bombole, o in maniera più artigianale, coprendole e aspettare che la CO2 prodotta con la fermentazione consumi tutto l’ossigeno all’interno. Si avranno maggiori estrazioni di profumi floreali, minor acidità e tannicità, per una beva più facile ed un gusto più fine e leggero.

Sia io che Andrea sentivamo che qualcosa non andava, in particolare nel Grolleau: solitamente il colore è intenso e vivo, quasi violaceo, simile ad un lambrusco, ed invece il risultato con la macerazione carbonica era simile ad un gamay o ad un pinot noir, un rosso granato debole. Così come i profumi caratteristici, ben fruttati e minerali, hanno lasciato il posto a un sentore più comune sempre fruttato ma poco riconoscibile; in bocca l’acidità e la spigolosità tipiche di un grolleau giovane erano attenuate, risultando un palato già rotondo e piacevole, senza però la giusta mineralità e profondità.

Già avevamo notato, durante gli svariati assaggi nei bar a vins parigini, che molti vigneron francesi naturalisti che noi amiamo, per i loro rossi stanno utilizzando sempre più questa tecnica, dalla ricca e prestigiosa Borgogna fino al sud della Francia. Ma è stata nell’umile ed amata Loira che ci è venuta ben chiara questa convinzione: la macerazione carbonica rischia di uniformare e livellare troppo il gusto di vitigni autoctoni, che ricerchiamo proprio per il loro stretto legame con la regione viticola di produzione.

Ovviamente Olivier Cousin difendeva la propria decisione, giustamente convinto che fosse una lavorazione tradizionale, risalente addirittura ai romani, e quindi sicuramente naturale e non una tecnologia moderna invasiva. Ma il gusto è gusto.

Dopo il pranzo Andrea vuole portarmi a visitare un suo amico vigneron anche lui di Martignè Briand, il giovane Cyril Le Moing, che non era però in casa. Ci raggiungerà più tardi con il padre,presso la cantina di Olivier, dove nel frattempo ci hanno raggiunto altri amici produttori con i loro vini da degustare, e noi che ne aprivamo alcuni di italiani, in un goliardico pomeriggio uggioso passato tra amici e colleghi a confrontarci sui vini naturali e la loro purezza.

Quando arriva Cyril il suo Grolleau spicca per onestà espressiva, profondità e carattere; così come mi risulta il personaggio, anche se appena conosciuto. La bontà del vino mi spinge a parlare di più e con più attenzione con lui e suo padre, trovandomi daccordo con molte visioni e pareri tecnici, dal lavoro in vigna alle mode del mercato, fino al gusto dei vini che avevamo davanti. Non ce la faccio a tacere e finalmente, col mio francese sghembo, tiro fuori l’argomento carbonica, sapendo che nel suo vino non c’era e sperando che qualcuno finalmente potesse darmi ragione.

Cyril ha quindi confermato appieno i miei dubbi e concordato con il fatto che sempre maggiore è il numero dei vini prodotti con questa tecnica, che troppo spesso rischia di omologare e standardizzare la tipicità e la variabilità di ogni singolo vitigno e di ogni terroir.

La sera mi accompagna gentilmente a visitare la sua umile casa e cantina, sitauata all’interno di un sontuoso Chateaux seicentesco, ma ubicata nelle rimesse e nelle stalle ad esso annesse: tanto basta per tre ettari e mezzo di Grolleau, Chenin Blanc e Sauvignon, tutti da vigneti di almeno 60 anni e quindi poco produttivi, dai 12 ai 18 ettolitri per ettaro. La sua ricerca si concetra più sui vitigni a bacca bianca, che vinifica singolarmente e dove pratica un affinamento più lento, per arrivare ad imbottigliare senza filtrazioni e con dosi bassissime di solforosa aggiunta, ma con una pulizia ed un’eleganza comunque rigorose.

Purtroppo dell’annata 2008 non ha più una bottiglia destinata all’Italia dei suoi due bianchi, e riesce a spedirmi solo un po’ di Grolleau 2009. Questa la prima novità, da un nuovo vignaiolo che Arkè proporrà in Italia. Le altre due sono le due versioni di Cabernet Franc di Olivier Cousin: il base e la selezione di Vigne Vecchie, annata 2009 anche qui. Vini semplici, con grande bevibilità grazie anche alla loro totale naturalità, che sanno molto ben esprimere la mineralità del loro terroir e la freschezza di uve a bacca rossa cresciute molto più a nord dei vini rossi cui siamo abituati.


Lo scorso dicembre, dopo un tour a Parigi tra bistrot e bar a vin che in Italia ci sognamo, accompagnato dall’amico Andrea Ugolotti, ero nella Loira, e più precisamente nel villaggio di Martignè Briand, a casa dell’amico Olivier Cousin per assaggiare i nuovi vini e per parlare della prossima fornitura: con Olivier lavoravamo con il suo eccezzionale Chenin blanc, vitigno a bacca bianca tipico della Valle della Loira, che vinificava da anni senza l’aggiunta di solfiti e senza filtrazioni, facendolo esprimere come pochi in quella regione, con il suo incredibile equilibrio tra frutto, mineralità, acidità ed eleganza.

Dall’annata 2005, di cui ancora conserviamo qualche bottiglia, Olivier ha deciso di produrre solo vini rossi: Grolleau, Cabernet Franc e Gamay i vitigni che coltiva e dai quali ricava cinque vini. Chiaramente il Cabernet Franc e il Grolleu qui meglio si esprimono, ma abbiamo trovato veramente degno di nota soltanto il Cabernet Franc, nella versione base (Pure Breton) e nella riserva da un vigneto di viti vecchie, di circa 80 anni.

Sanguigni, profondi, minerali, pronti e di grande bevibilità, ma con una grande profondità, dai profumi animali ed erbacei al primo impatto, escono poi i frutti di bosco con la loro eleganza e rotondità. In bocca più fresco e leggero il Pure Breton, più vegetale, tannico e strutturato il Vecchie Vigne.

Il Grolleau frizzante doveva ancora rifermentare, mentre il Cousin, il suo Grolleau fermo, e il Gamay sono stati vinificati con una tecnica a lui nuova: la macerazione carbonica. Usata da secoli in Beaujolais per abbellire e rendere un vino facile e di pronta beva il gamay tipico del sud della Borgogna, sta prendendo sempre più piede anche in altre regioni viticole francesi; consiste nel far macerare le uve intere (non diraspate) e far iniziare la fermentazione in assenza di ossigeno, saturando le vasche o i tini con CO2 attraverso delle bombole, o in maniera più artigianale, coprendole e aspettare che la CO2 prodotta con la fermentazione consumi tutto l’ossigeno all’interno. Si avranno maggiori estrazioni di profumi floreali, minor acidità e tannicità, per una beva più facile ed un gusto più fine e leggero.

Sia io che Andrea sentivamo che qualcosa non andava, in particolare nel Grolleau: solitamente il colore è intenso e vivo, quasi violaceo, simile ad un lambrusco, ed invece il risultato con la macerazione carbonica era simile ad un gamay o ad un pinot noir, un rosso granato debole. Così come i profumi caratteristici, ben fruttati e minerali, hanno lasciato il posto a un sentore più comune sempre fruttato ma poco riconoscibile; in bocca l’acidità e la spigolosità tipiche di un grolleau giovane erano attenuate, risultando un palato già rotondo e piacevole, senza però la giusta mineralità e profondità.

Già avevamo notato, durante gli svariati assaggi nei bar a vins parigini, che molti vigneron francesi naturalisti che noi amiamo, per i loro rossi stanno utilizzando sempre più questa tecnica, dalla ricca e prestigiosa Borgogna fino al sud della Francia. Ma è stata nell’umile ed amata Loira che ci è venuta ben chiara questa convinzione: la macerazione carbonica rischia di uniformare e livellare troppo il gusto di vitigni autoctoni, che ricerchiamo proprio per il loro stretto legame con la regione viticola di produzione.

Ovviamente Olivier Cousin difendeva la propria decisione, giustamente convinto che fosse una lavorazione tradizionale, risalente addirittura ai romani, e quindi sicuramente naturale e non una tecnologia moderna invasiva. Ma il gusto è gusto.

Dopo il pranzo Andrea vuole portarmi a visitare un suo amico vigneron anche lui di Martignè Briand, il giovane Cyril Le Moing, che non era però in casa. Ci raggiungerà più tardi con il padre,presso la cantina di Olivier, dove nel frattempo ci hanno raggiunto altri amici produttori con i loro vini da degustare, e noi che ne aprivamo alcuni di italiani, in un goliardico pomeriggio uggioso passato tra amici e colleghi a confrontarci sui vini naturali e la loro purezza.

Quando arriva Cyril il suo Grolleau spicca per onestà espressiva, profondità e carattere; così come mi risulta il personaggio, anche se appena conosciuto. La bontà del vino mi spinge a parlare di più e con più attenzione con lui e suo padre, trovandomi daccordo con molte visioni e pareri tecnici, dal lavoro in vigna alle mode del mercato, fino al gusto dei vini che avevamo davanti. Non ce la faccio a tacere e finalmente, col mio francese sghembo, tiro fuori l’argomento carbonica, sapendo che nel suo vino non c’era e sperando che qualcuno finalmente potesse darmi ragione.

Cyril ha quindi confermato appieno i miei dubbi e concordato con il fatto che sempre maggiore è il numero dei vini prodotti con questa tecnica, che troppo spesso rischia di omologare e standardizzare la tipicità e la variabilità di ogni singolo vitigno e di ogni terroir.

La sera mi accompagna gentilmente a visitare la sua umile casa e cantina, sitauata all’interno di un sontuoso Chateaux seicentesco, ma ubicata nelle rimesse e nelle stalle ad esso annesse: tanto basta per tre ettari e mezzo di Grolleau, Chenin Blanc e Sauvignon, tutti da vigneti di almeno 60 anni e quindi poco produttivi, dai 12 ai 18 ettolitri per ettaro. La sua ricerca si concetra più sui vitigni a bacca bianca, che vinifica singolarmente e dove pratica un affinamento più lento, per arrivare ad imbottigliare senza filtrazioni e con dosi bassissime di solforosa aggiunta, ma con una pulizia ed un’eleganza comunque rigorose.

Purtroppo dell’annata 2008 non ha più una bottiglia destinata all’Italia dei suoi due bianchi, e riesce a spedirmi solo un po’ di Grolleau 2009. Questa la prima novità, da un nuovo vignaiolo che Arkè proporrà in Italia. Le altre due sono le due versioni di Cabernet Franc di Olivier Cousin: il base e la selezione di Vigne Vecchie, annata 2009 anche qui. Vini semplici, con grande bevibilità grazie anche alla loro totale naturalità, che sanno molto ben esprimere la mineralità del loro terroir e la freschezza di uve a bacca rossa cresciute molto più a nord dei vini rossi cui siamo abituati.