IL RUGGERO-PENSIERO

28 Aprile 2011

Vi presento Ruggero Mazzilli, agronomo e (ri)cercatore piemontese che fin dall’inizio, e cioè dalla sua tesi di laurea, si occupa di sperimentazione sulla difesa biologica del vigneto. Oltre che quella teorica, è stata per lui fondamentale la formazione sul “campo”, in compagnia di esperti vignaioli piemontesi, o per meglio dire Contadini con la C Maiuscola, dal nord della natia Gattinara e nei Colli Tortonesi.

Da anni lavora in Toscana e vive a Gaiole in Chianti. Nel 2007 ha fondato la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile, svepsi e, dallo scorso anno, ha iniziato una collaborazione con l’associazione VinNatur: obbiettivi comuni conoscere meglio i suoli, le viti e le malattie delle piante per arrivare a non trattare con nessuna sostanza che non sia naturale (eliminare sia rame che zolfo).

Qui di seguito una presentazione scritta da Ruggero su mia richiesta, che mantengo intatta con quasi tutte le parentesi messe da lui: sembra un discorso uscito dalla sua bocca e ben rappresenta il personaggio, profondo e ironico, arguto e concreto.

Parla di principi fondamentali per la continuità di tutto il mondo agrario in generale e per la sanità e la qualità dei vigneti e quindi dei vini prodotti in particolare, illustrandoci chiaramente cosa significhi lavorare in biologico ma allo stesso pretendere sempre di più in termini di naturalità. Senza fronzoli e favole inutili: merce rara di questi tempi!

Seguirà nei prossimi giorni una breve intervista.

LA MIA IDEA DI VITICOLTURA

Il mio modo di fare viticoltura è molto semplice e si basa essenzialmente su due principi :

– non usare assolutamente nessun prodotto che non sia naturale

– guidare il vigneto verso l’autoregolazione ossia ridurre al massimo gli interventi, sia come uso di prodotti per la difesa e la nutrizione che come lavorazioni manuali e meccaniche.

Questa è la mia idea di viticoltura naturale e sostenibile che porta alla qualità territoriale, spontanea e continuativa. Sono convinto che le soluzioni vadano cercate dentro il vigneto e non fuori con la dipendenza di aiuti dall’esterno. E siccome la viticoltura parte dalla gestione del suolo, il punto di partenza è non concimare e non lavorare il terreno ma usare solamente sovesci e compost vegetale ottenuto con sottoprodotti aziendali quali sarmenti, vinacce, raspi, erba e ramaglie.

Altri due aspetti fondamentali sono la selezione massale (mogli, viti e buoi dei paesi tuoi) e l’aumento della densità d’impianto, rispettando la diversa natura dei suoli. Aumentare il più possibile il numero di viti a ettaro significa fare vini di territorio perché le piante (senza forzatura fertilizzante) hanno un maggior contatto (intimità) con l’ambiente: maggior profondità e densità delle radici in cerca di nutrimento e in competizione per regalare foglie più piccole, ottime per la massima intercettazione della luce e del vento.

Anche la potatura secca e verde vanno pensate per formare e dimensionare piante che abbiano il meno possibile bisogno di successivi interventi. Se il vino buono sta nella botte piccola, anche l’uva buona sta nella pianta piccola (più radici e meno foglie = miglior nutrizione naturale con minor vigore e grappoli più piccoli). Dopotutto la parolina magica “equilibrio” (che ora tutti usano) non significa altro che “resistere alle tentazioni”, ossia sopportare gli stress (malattie, carenze …) e non cedere alle tentazioni (lussurreggiamento). La vite è per sua natura una pianta rampicante ma è anche molto recettiva agli stimoli : bisogna dargli quelli giusti per indirizzare le sue energie verso l’accumulo negli organi perenni (fusto e radici), altrimenti il millesimo (quello vero) è più unico che raro.

Nel corso degli anni ho cercato di portare avanti un modello di viticoltura minimalista (a basse esigenze ed alte prestazioni) e devo dire che negli ultimi impianti che ho potuto realizzare le cose funzionano bene e mi pare di essere arrivato a un buon punto.

La sfida più recente (condivisa da quest’anno con VinNatur) è ridurre fino ad eliminare il rame e lo zolfo. Dopo molte illusioni e altrettanti insuccessi, negli ultimi due anni abbiamo avuto risultati molto interessanti che ci fanno sperare bene.

Ho letto e leggo di tutto (da Steiner a internet) e cerco di cogliere spunti ovunque, ma non mi identifico con una corrente predefinita. In particolare ho avuto il privilegio di prendere lezioni private di viticoltura di precisione (quella fatta con gli scarponi non col satellite) dai vecchi vignaioli piemontesi. Fin dall’inizio ho sempre lavorato solo in viticoltura bio e solo in campagna. In tutti questi anni mi sono fatto talmente tante domande a cui non trovavo risposte che fare un po’ di sperimentazione è stata da sempre una necessità. Così sono arrivato a fondare (autunno 2007) la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile i cui due obiettivi principali sono :

– sperimentare e divulgare le strategie più valide di agroecologia

– promuovere un modo di lavorare sul comprensorio e sulle comunità e non sulla singola azienda.

Dopotutto i problemi nascono e si ingigantiscono proprio perché ognuno si chiude nel proprio giardino e qui si sente un padreterno, libero di fare e disfare senza confronti ma pieno di alibi. In realtà sappiamo bene che i problemi (funghi, insetti … da una parte, identità dei vignaioli e territorialità dei vini … dall’altra) non si possono rinchiudere in una proprietà privata, se no che senso ha il termine terroir?

Nel periodo invernale cerco di dedicarmi molto alla divulgazione (oltre ad aggiornare i miei siti, scrivo articoli per qualche rivista) e alla formazione (promuovo e partecipo a convegni e corsi di aggiornamento, spesso anche seminari nelle scuole agrarie). Durante la stagione, oltre ai miei collaboratori ufficiali, mi tiro sempre dietro qualche giovane (e coraggioso) tirocinante e ospito spesso le classi di studenti in visita per vigneti.

Dovendo in qualche modo dare un nome alla mia idea di viticoltura ho scelto “sostenibile” (in tempi non sospetti) perché credo che possa sintetizzare i concetti di continuità, convenienza e, senza falsa modestia, direi anche di logica e intelligenza. Non avendo senso fare un passo avanti e dieci indietro, è ovvio che bisogna confrontarsi su tutti gli aspetti ed in agricoltura il primo è proprio l’impatto diretto e indiretto sull’ambiente, ossia il ruolo e il futuro dell’agricoltura stessa. Quindi è molto stupido, oltre che un crimine, partire col piede sbagliato avvelenando i suoli, le piante ed infine noi stessi. Ora che il termine sostenibilità è largamente inflazionato (sembra che tutti se ne vogliono appropriare) il mio obiettivo è dimostrare coi fatti che la viticoltura bio è sostenibile e che l’unica viticoltura sostenibile è quella che non ha bisogno di molecole e organismi artificiali, e in sintesi che l’unico modo di fare vini di territorio è quello di ridurre al minimo estremo gli input esterni (il limite non lo sappiamo ma sicuramente non l’abbiamo ancora raggiunto).

Vi presento Ruggero Mazzilli, agronomo e (ri)cercatore piemontese che fin dall’inizio, e cioè dalla sua tesi di laurea, si occupa di sperimentazione sulla difesa biologica del vigneto. Oltre che quella teorica, è stata per lui fondamentale la formazione sul “campo”, in compagnia di esperti vignaioli piemontesi, o per meglio dire Contadini con la C Maiuscola, dal nord della natia Gattinara e nei Colli Tortonesi.

Da anni lavora in Toscana e vive a Gaiole in Chianti. Nel 2007 ha fondato la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile, svepsi e, dallo scorso anno, ha iniziato una collaborazione con l’associazione VinNatur: obbiettivi comuni conoscere meglio i suoli, le viti e le malattie delle piante per arrivare a non trattare con nessuna sostanza che non sia naturale (eliminare sia rame che zolfo).

Qui di seguito una presentazione scritta da Ruggero su mia richiesta, che mantengo intatta con quasi tutte le parentesi messe da lui: sembra un discorso uscito dalla sua bocca e ben rappresenta il personaggio, profondo e ironico, arguto e concreto.

Parla di principi fondamentali per la continuità di tutto il mondo agrario in generale e per la sanità e la qualità dei vigneti e quindi dei vini prodotti in particolare, illustrandoci chiaramente cosa significhi lavorare in biologico ma allo stesso pretendere sempre di più in termini di naturalità. Senza fronzoli e favole inutili: merce rara di questi tempi!

Seguirà nei prossimi giorni una breve intervista.

LA MIA IDEA DI VITICOLTURA

Il mio modo di fare viticoltura è molto semplice e si basa essenzialmente su due principi :

– non usare assolutamente nessun prodotto che non sia naturale

– guidare il vigneto verso l’autoregolazione ossia ridurre al massimo gli interventi, sia come uso di prodotti per la difesa e la nutrizione che come lavorazioni manuali e meccaniche.

Questa è la mia idea di viticoltura naturale e sostenibile che porta alla qualità territoriale, spontanea e continuativa. Sono convinto che le soluzioni vadano cercate dentro il vigneto e non fuori con la dipendenza di aiuti dall’esterno. E siccome la viticoltura parte dalla gestione del suolo, il punto di partenza è non concimare e non lavorare il terreno ma usare solamente sovesci e compost vegetale ottenuto con sottoprodotti aziendali quali sarmenti, vinacce, raspi, erba e ramaglie.

Altri due aspetti fondamentali sono la selezione massale (mogli, viti e buoi dei paesi tuoi) e l’aumento della densità d’impianto, rispettando la diversa natura dei suoli. Aumentare il più possibile il numero di viti a ettaro significa fare vini di territorio perché le piante (senza forzatura fertilizzante) hanno un maggior contatto (intimità) con l’ambiente: maggior profondità e densità delle radici in cerca di nutrimento e in competizione per regalare foglie più piccole, ottime per la massima intercettazione della luce e del vento.

Anche la potatura secca e verde vanno pensate per formare e dimensionare piante che abbiano il meno possibile bisogno di successivi interventi. Se il vino buono sta nella botte piccola, anche l’uva buona sta nella pianta piccola (più radici e meno foglie = miglior nutrizione naturale con minor vigore e grappoli più piccoli). Dopotutto la parolina magica “equilibrio” (che ora tutti usano) non significa altro che “resistere alle tentazioni”, ossia sopportare gli stress (malattie, carenze …) e non cedere alle tentazioni (lussurreggiamento). La vite è per sua natura una pianta rampicante ma è anche molto recettiva agli stimoli : bisogna dargli quelli giusti per indirizzare le sue energie verso l’accumulo negli organi perenni (fusto e radici), altrimenti il millesimo (quello vero) è più unico che raro.

Nel corso degli anni ho cercato di portare avanti un modello di viticoltura minimalista (a basse esigenze ed alte prestazioni) e devo dire che negli ultimi impianti che ho potuto realizzare le cose funzionano bene e mi pare di essere arrivato a un buon punto.

La sfida più recente (condivisa da quest’anno con VinNatur) è ridurre fino ad eliminare il rame e lo zolfo. Dopo molte illusioni e altrettanti insuccessi, negli ultimi due anni abbiamo avuto risultati molto interessanti che ci fanno sperare bene.

Ho letto e leggo di tutto (da Steiner a internet) e cerco di cogliere spunti ovunque, ma non mi identifico con una corrente predefinita. In particolare ho avuto il privilegio di prendere lezioni private di viticoltura di precisione (quella fatta con gli scarponi non col satellite) dai vecchi vignaioli piemontesi. Fin dall’inizio ho sempre lavorato solo in viticoltura bio e solo in campagna. In tutti questi anni mi sono fatto talmente tante domande a cui non trovavo risposte che fare un po’ di sperimentazione è stata da sempre una necessità. Così sono arrivato a fondare (autunno 2007) la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile i cui due obiettivi principali sono :

– sperimentare e divulgare le strategie più valide di agroecologia

– promuovere un modo di lavorare sul comprensorio e sulle comunità e non sulla singola azienda.

Dopotutto i problemi nascono e si ingigantiscono proprio perché ognuno si chiude nel proprio giardino e qui si sente un padreterno, libero di fare e disfare senza confronti ma pieno di alibi. In realtà sappiamo bene che i problemi (funghi, insetti … da una parte, identità dei vignaioli e territorialità dei vini … dall’altra) non si possono rinchiudere in una proprietà privata, se no che senso ha il termine terroir?

Nel periodo invernale cerco di dedicarmi molto alla divulgazione (oltre ad aggiornare i miei siti, scrivo articoli per qualche rivista) e alla formazione (promuovo e partecipo a convegni e corsi di aggiornamento, spesso anche seminari nelle scuole agrarie). Durante la stagione, oltre ai miei collaboratori ufficiali, mi tiro sempre dietro qualche giovane (e coraggioso) tirocinante e ospito spesso le classi di studenti in visita per vigneti.

Dovendo in qualche modo dare un nome alla mia idea di viticoltura ho scelto “sostenibile” (in tempi non sospetti) perché credo che possa sintetizzare i concetti di continuità, convenienza e, senza falsa modestia, direi anche di logica e intelligenza. Non avendo senso fare un passo avanti e dieci indietro, è ovvio che bisogna confrontarsi su tutti gli aspetti ed in agricoltura il primo è proprio l’impatto diretto e indiretto sull’ambiente, ossia il ruolo e il futuro dell’agricoltura stessa. Quindi è molto stupido, oltre che un crimine, partire col piede sbagliato avvelenando i suoli, le piante ed infine noi stessi. Ora che il termine sostenibilità è largamente inflazionato (sembra che tutti se ne vogliono appropriare) il mio obiettivo è dimostrare coi fatti che la viticoltura bio è sostenibile e che l’unica viticoltura sostenibile è quella che non ha bisogno di molecole e organismi artificiali, e in sintesi che l’unico modo di fare vini di territorio è quello di ridurre al minimo estremo gli input esterni (il limite non lo sappiamo ma sicuramente non l’abbiamo ancora raggiunto).

Anche quest’anno è andato nel migliore dei modi l’evento organizzato dall’associazione VinNatur che, in concomitanza con il Vinitaly, permette agli addetti del settore e agli amanti del vino di degustare vini naturali, biologici e biodinamici, italiani ed europei, all’interno della settecentesca Villa Favorita (vedi la Photo Gallery dell’evento).

La location ed il clima che si respira ben si addicono ai vini naturali: non troppo formale, semplice seppur professionale, per nulla modaiolo. Così come ben si sposa con gli uomini e le donne che sono venuti a rappresentare le loro aziende, per la maggior parte semplici contadini che dicono quello che fanno e fanno quello che dicono, che rispettano l’ambiente in cui lavorano ed offrono un prodotto onesto e sano al consumatore finale.

Il numero dei visitatori di anno in anno aumenta, ed aumenta pure la loro qualità ed il loro interesse: al consumatore finale non interessano più le pubblicità o le favole sulla storia dell’azienda o della famiglia; ha sempre più sete di cultura vera e questo significa conoscenza concreta, voglia di capire come viene fatto un vino, da dove viene, in che terreno sono piantate le viti, quali pratiche vengono praticate in cantina, quali additivi sono stati aggiunti.

Aumentano anche gli operatori di settore, sempre di più i gestori di ristoranti, enoteche, wine-bar che si avvicinano o che vogliono approfondire la conoscenza dei vini da agricoltura biologica o biodinamica. Il dato più importante rimane comunque l’adesione di molti nuovi operatori stranieri, oltre a quegli importatori che ormai da anni arrivano per contatto diretto di lavoro con molte aziende partecipanti.

In particolare dal nord Europa (Scandinavia soprattutto), Stati Uniti e Giappone c’è un fermento di giovani operatori che si stanno specializzando sui vini naturali di qualità.

Per quanto riguarda i prodotti di Arkè è stata un’ottima occasione per presentare i nuovi acquisti dalla Loira, il Grolleau di Cyril Le Moing e i due Cabernet Franc di Olivier Cousin, ed in generale i campioni delle nuove annate di tutti gli italiani presenti. Tutti i produttori presenti erano entusiasti , sia per il buon afflusso di visitatori, sia per la riconoscibilità e la salvaguardia della propria identità che l’evento ha permesso.

Il tavolo del Champagne Simon-Selosse ha avuto un’affluenza eccezionale, Philippe ha servito le tre selezioni distribuite da Arkè (Brut Traditionelle, Extra Brut, Premiere Saveurs pas dosè) e la sua Cuvèe migliore, il Brut Prestige. Si tratta di una selezione dalla zona dei Grand Cru di Avize da un vigneto di viti vecchie, che esprime al meglio la mineralità del suolo e la finezza fruttata del Chardonnay. Visto il consenso e la bontà di questo Champagne è entrata anche questa Cuvèe nel catalogo di Arkè.

Sono stati due giorni intensi, faticosi, con centinaia di vini da assaggiare e persone con cui parlare. Quello che ti rimane è la voglia di imparare, di scoprire nuovi mondi e maniere di approcciarsi al vino, di migliorare insieme collaborando. Scopo condiviso da tutti i vignaioli presenti di cui l’associazione VinNatur si fa carico, proponendo loro il sostegno della ricerca scientifica attraverso nuovi progetti sia in campo agronomico che enologico di cui vi racconterò nei prossimi mesi.

Il primo passo, importantissimo, è l’analisi degli eventuali pesticidi residui sui vini delle aziende partecipanti; primo passo fondamentale per capire se davvero tutti sono onesti e lavorano seguendo davvero principi di naturalità. Per crescere e migliorare tutti assieme, ognuno con le proprie responsabilità: vignaioli, cantinieri, distributori, ristoratori, giornalisti e consumatori finali.

Anche quest’anno è andato nel migliore dei modi l’evento organizzato dall’associazione VinNatur che, in concomitanza con il Vinitaly, permette agli addetti del settore e agli amanti del vino di degustare vini naturali, biologici e biodinamici, italiani ed europei, all’interno della settecentesca Villa Favorita (vedi la Photo Gallery dell’evento).

La location ed il clima che si respira ben si addicono ai vini naturali: non troppo formale, semplice seppur professionale, per nulla modaiolo. Così come ben si sposa con gli uomini e le donne che sono venuti a rappresentare le loro aziende, per la maggior parte semplici contadini che dicono quello che fanno e fanno quello che dicono, che rispettano l’ambiente in cui lavorano ed offrono un prodotto onesto e sano al consumatore finale.

Il numero dei visitatori di anno in anno aumenta, ed aumenta pure la loro qualità ed il loro interesse: al consumatore finale non interessano più le pubblicità o le favole sulla storia dell’azienda o della famiglia; ha sempre più sete di cultura vera e questo significa conoscenza concreta, voglia di capire come viene fatto un vino, da dove viene, in che terreno sono piantate le viti, quali pratiche vengono praticate in cantina, quali additivi sono stati aggiunti.

Aumentano anche gli operatori di settore, sempre di più i gestori di ristoranti, enoteche, wine-bar che si avvicinano o che vogliono approfondire la conoscenza dei vini da agricoltura biologica o biodinamica. Il dato più importante rimane comunque l’adesione di molti nuovi operatori stranieri, oltre a quegli importatori che ormai da anni arrivano per contatto diretto di lavoro con molte aziende partecipanti.

In particolare dal nord Europa (Scandinavia soprattutto), Stati Uniti e Giappone c’è un fermento di giovani operatori che si stanno specializzando sui vini naturali di qualità.

Per quanto riguarda i prodotti di Arkè è stata un’ottima occasione per presentare i nuovi acquisti dalla Loira, il Grolleau di Cyril Le Moing e i due Cabernet Franc di Olivier Cousin, ed in generale i campioni delle nuove annate di tutti gli italiani presenti. Tutti i produttori presenti erano entusiasti , sia per il buon afflusso di visitatori, sia per la riconoscibilità e la salvaguardia della propria identità che l’evento ha permesso.

Il tavolo del Champagne Simon-Selosse ha avuto un’affluenza eccezionale, Philippe ha servito le tre selezioni distribuite da Arkè (Brut Traditionelle, Extra Brut, Premiere Saveurs pas dosè) e la sua Cuvèe migliore, il Brut Prestige. Si tratta di una selezione dalla zona dei Grand Cru di Avize da un vigneto di viti vecchie, che esprime al meglio la mineralità del suolo e la finezza fruttata del Chardonnay. Visto il consenso e la bontà di questo Champagne è entrata anche questa Cuvèe nel catalogo di Arkè.

Sono stati due giorni intensi, faticosi, con centinaia di vini da assaggiare e persone con cui parlare. Quello che ti rimane è la voglia di imparare, di scoprire nuovi mondi e maniere di approcciarsi al vino, di migliorare insieme collaborando. Scopo condiviso da tutti i vignaioli presenti di cui l’associazione VinNatur si fa carico, proponendo loro il sostegno della ricerca scientifica attraverso nuovi progetti sia in campo agronomico che enologico di cui vi racconterò nei prossimi mesi.

Il primo passo, importantissimo, è l’analisi degli eventuali pesticidi residui sui vini delle aziende partecipanti; primo passo fondamentale per capire se davvero tutti sono onesti e lavorano seguendo davvero principi di naturalità. Per crescere e migliorare tutti assieme, ognuno con le proprie responsabilità: vignaioli, cantinieri, distributori, ristoratori, giornalisti e consumatori finali.