Partiti all’alba prima che si alzasse il sole, attraversata la nebbiosa pianura padana, le alpi e risalito il Rodano, poche e fugaci le pause per arrivare in tempo all’appuntamento con Monsieur Aubert de Villaine, alla Domaine de la Romanée-Conti; ovvero la Borgogna.

Siamo arrivati un’ora in anticipo, giusto il tempo per sgranchirci le gambe tra i Grand Cru di La Tâche e Romanèe Conti, murati dai monaci del convento di St. Vivant fin dal XIII secolo e curati come giardini inglesi, con le loro viti ultracinquantenni allevate a guyot, seguendo i migliori principi della viticoltura biologica e biodinamica.

Ci ricevono negli uffici del rinnovato convento al numero uno di Place de l’Eglise, un tempo cantina e magazzino della Domaine, oggi moderno edificio che ospita gli uffici e le sale di degustazione, molto solare e di stile: Aubert è nell’ultimo piano, con le finestre che guardano a ovest, verso i migliori Grand Cru.

All’inizio siamo molto imbarazzati, ma dopo pochi minuti sembra davvero di parlare con un vignaiolo che conosci da tempo: parliamo di biologico, malattie della vigna, suolo, clima, stagioni, selezione delle uve e vinificazioni. Si illumina quando racconto della sperimentazione portata avanti dall’associazione VinNatur per eliminare rame e zolfo (oltre a qualsiasi pesticida) e addirittura prende qualche appunto.

Un insegnamento saggio, che condividiamo da tempo: la biodinamica serve, aiuta molto, ma meglio bandire qualsiasi forma di esoterismo e viaggio nel trascendentale o nell’astrologia.

L’importanza massima data al suolo e al climat di ogni singola parcella, la cura nella selezione dei grappoli, nel momento della vendemmia e poi in cantina, la consapevolezza e la sincerità nell’affermare che se si è bravi ma anche fortunati, un’annata buona davvero arriva ogni cinque o sei anni. E in cantina allora devi fare il meno possibile.

Ci ha colpito, oltre all’umiltà e alla disponibilità al confronto, il suo sguardo: penetrante e intenso ma non invadente, anzi elegante, come se volesse cercare qualcosa, a fondo ma con grazia e finezza, da vero contadino, nobile ed austero.


Terminiamo la visita con il simpatico e competente nipote, Bertrand de Villaine, che ci accompagna tre piani più in basso, in una delle cantine di affinamento della Domaine de la Romanée-Conti , anch’essa restaurata di recente ed allargata con tre nuove stanze, dove stanno evolvendo in barrique rigorosamente nuove tutti i Grand Cru dell’annata appena passata: pulitissima e ordinata, ma con quell’odore e fascino antichi che raramente si possono trovare.

All’uscita spunta il sole, assieme al sorriso sui nostri volti; giusto il tempo per un paio di foto e correre a Troyes, sosta per la prossima tappa, quella in Champagne.

A scaldarci e rifocillarci ci pensa un bistrò, bar a vin molto bello, con tanti bei vini naturali, Aux Crieurs de vin: cucina senza lode né infamia, abbiamo scelto un pinot noir di Borgogna semplice, diretto e di buona beva di Catherine e Dominique Derain e concluso con un caffè migliore che in Italia dell’amico Hippolyte, l’Arbre a cafè.

Le vigne del grand cru Romanèe Conti, 1,8 ettari.

Lo storico cancello rosso, la cantina con lo stock di bottiglie.


Partiti all’alba prima che si alzasse il sole, attraversata la nebbiosa pianura padana, le alpi e risalito il Rodano, poche e fugaci le pause per arrivare in tempo all’appuntamento con Monsieur Aubert de Villaine, alla Domaine de la Romanée-Conti; ovvero la Borgogna.

Siamo arrivati un’ora in anticipo, giusto il tempo per sgranchirci le gambe tra i Grand Cru di La Tâche e Romanèe Conti, murati dai monaci del convento di St. Vivant fin dal XIII secolo e curati come giardini inglesi, con le loro viti ultracinquantenni allevate a guyot, seguendo i migliori principi della viticoltura biologica e biodinamica.

Ci ricevono negli uffici del rinnovato convento al numero uno di Place de l’Eglise, un tempo cantina e magazzino della Domaine, oggi moderno edificio che ospita gli uffici e le sale di degustazione, molto solare e di stile: Aubert è nell’ultimo piano, con le finestre che guardano a ovest, verso i migliori Grand Cru.

All’inizio siamo molto imbarazzati, ma dopo pochi minuti sembra davvero di parlare con un vignaiolo che conosci da tempo: parliamo di biologico, malattie della vigna, suolo, clima, stagioni, selezione delle uve e vinificazioni. Si illumina quando racconto della sperimentazione portata avanti dall’associazione VinNatur per eliminare rame e zolfo (oltre a qualsiasi pesticida) e addirittura prende qualche appunto.

Un insegnamento saggio, che condividiamo da tempo: la biodinamica serve, aiuta molto, ma meglio bandire qualsiasi forma di esoterismo e viaggio nel trascendentale o nell’astrologia.

L’importanza massima data al suolo e al climat di ogni singola parcella, la cura nella selezione dei grappoli, nel momento della vendemmia e poi in cantina, la consapevolezza e la sincerità nell’affermare che se si è bravi ma anche fortunati, un’annata buona davvero arriva ogni cinque o sei anni. E in cantina allora devi fare il meno possibile.

Ci ha colpito, oltre all’umiltà e alla disponibilità al confronto, il suo sguardo: penetrante e intenso ma non invadente, anzi elegante, come se volesse cercare qualcosa, a fondo ma con grazia e finezza, da vero contadino, nobile ed austero.


Terminiamo la visita con il simpatico e competente nipote, Bertrand de Villaine, che ci accompagna tre piani più in basso, in una delle cantine di affinamento della Domaine de la Romanée-Conti , anch’essa restaurata di recente ed allargata con tre nuove stanze, dove stanno evolvendo in barrique rigorosamente nuove tutti i Grand Cru dell’annata appena passata: pulitissima e ordinata, ma con quell’odore e fascino antichi che raramente si possono trovare.

All’uscita spunta il sole, assieme al sorriso sui nostri volti; giusto il tempo per un paio di foto e correre a Troyes, sosta per la prossima tappa, quella in Champagne.

A scaldarci e rifocillarci ci pensa un bistrò, bar a vin molto bello, con tanti bei vini naturali, Aux Crieurs de vin: cucina senza lode né infamia, abbiamo scelto un pinot noir di Borgogna semplice, diretto e di buona beva di Catherine e Dominique Derain e concluso con un caffè migliore che in Italia dell’amico Hippolyte, l’Arbre a cafè.

Le vigne del grand cru Romanèe Conti, 1,8 ettari.

Lo storico cancello rosso, la cantina con lo stock di bottiglie.