Parigi.

Caffè Stern. Colazione.

Siamo qui per un viaggio di lavoro, il salone di Vini di Vignaioli, Paris edition. Dopo due intensi giorni di degustazioni e incontri andiamo a concederci una delle migliori colazioni all’italiana di tutta Parigi, il Caffè Stern, gestito dalla famiglia Alajmo.

Un luogo magnifico al 47 di Passage des Panoramas, era uno storico atelier d’incisione, dal 2014 è stato trasformato in un prezioso caffè all’italiana: idea realizzata partendo da un confronto avvenuto tra i fratelli Alajmo e Gianni Frasi, torrefattore del Giamaica Caffè di Verona, per molti (anche per noi) il migliore caffè che si possa desiderare, ed arredato da Philippe Starck, celeberrimo architetto e designer francese.

 

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Lì, oltre a tutto questo, abbiamo avuto il piacere di scambiare una chiaccherata con una squisita persona, Federico Francesco Ferrero, classe 1974, medico chirurgo e nutrizionista di origini piemontesi e vincitore della terza edizione di Masterchef Italia.

Appassionato e cultore anche del buon vino naturale, anche grazie all’amico pericoloso che abbiamo in comune e che ci ha presentati qualche anno fa, il mitico Oste Mauro Lorenzon.

Dal 2014 è titolare della rubrica Doctorchef, un editoriale gastronomico pubblicato ogni giovedì su La Stampa del quale ci ha dedicato un pezzo che riportiamo per voi:

 

Un contagio inarrestabile è in corso da Torino a Venezia, da Bologna a New York. I nuovi locali che hanno visto la luce in queste città, negli ultimi ventiquattro mesi, sono gestiti da giovani sotto i quarant’anni e servono solo vini naturali. Ma ancora in tempi molto recenti chi ordinava un “vino naturale” veniva deriso. La storia dell’arte ci insegna però che qualsiasi avanguardia ha stimolato una vigorosa resistenza prima di diventare di moda, e prima di scendere quindi a patti con la propria dirompente originalità. E’ successo anche per gli artisti del cosiddetto “vino naturale”.

Non è facile definire cosa sia un “vino naturale”. Il mercato del “bio”, a cui oggi guardano tutte le grandi aziende, vale globalmente quasi dieci miliardi di dollari, ma la legislazione specifica è molto debole e, se non garantisce completamente la salute, certo non certifica il sapore. Anche leggere in etichetta, coltivato in maniera “biodinamica”, non basta. Perché è il lavoro in cantina a determinare il destino del succo d’uva, oltre che la cura in vigna.

Qualcuno potrebbe forse definire questi prodotti i vini del “senza”: senza chimica, senza lieviti aggiunti, senza additivi, senza filtrazioni, senza conservanti. Ma sono in realtà i vini del “con”: con un bouquet aromatico molto articolato, con una personalità spiccata, con una bassissima tossicità e, a volte, con qualche intemperanza al naso o al palato, che un po’ d’aria fresca fa sparire nella maggior parte dei casi.

Preferisco chiamare questi vini “fisiologici”: perché il capolavoro nasce quando la natura “fusis” viene guidata con rispetto dalla sapienza dell’uomo “logos”. E amo berli pensando che le persone che li scelgono condividono l’ideale artigiano di un’agricoltura sostenibile e di un sapore sano e di sorprendente soddisfazione.

 

 

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da La Stampa del 9 aprile 2016.