Nuova azienda per Arkè, italiana finalmente, e stiamo parlando di una super azienda, nel senso che coinvolge talmente tante persone e realtà da permettersi tale nomea. Siamo in Piemonte in provincia di Alessandria, tra i colli Tortonesi e precisamente a Costa Vescovato.

Valli Unite nasce negli anni ’70 da un’utopica volontà di 3 ragazzi Enrico, Ottavio e Cesare che vogliono creare una STORIA, un ecosistema armonico e in relazione viva con la natura e mettono in  piedi una loro realtà di autosostentamento, dove potessero vivere e mangiare cibi veri e onesti, oltre che tornare alle propria terra di origine.

     

 

Valli Unite dopo un’iniziale rodaggio, venne convertita al regime biologico nel 1981, e questo perchè ben presto, capirono che fosse una base di partenza per una ricerca verso la decrescita intelligente e la riduzione dell’impatto sulla natura, oltre che di qualità e gusto. Ad oggi di quei 100 ettari di terra, suddivisi tra vigne, (20 ettari), campi di cereali e leguminose (60 ettari) e pascoli (20 ettari) in un territorio abbandonato dai più, se ne prendono cura otto nuclei familiari, una trentina di persone in tutto: le attività sono aumentate, le metodologie lavorative si sono affinate, ma la filosofia è sempre la stessa: la scelta ecologica è ancora alla base di tutto il lavoro svolto dalla cooperativa, che oggi comprende anche l’agriturismo, le fattorie didattiche, la mensa quotidiana (che diviene anche luogo di confronto) e le tante manifestazioni organizzate durante l’anno.

Sono un’esempio incredibilmente ben funzionante e staccato dai classici schemi cui siamo abituati a vedere, e siamo andati a conoscerli da vicino la scorsa estate, anche se la nostra amicizia e il rispetto che gli portiamo è nato ben molto tempo prima, grazie agli assaggi durante le varie fiere di vini naturali.

La nostra collaborazione vedra’ coinvolti i vini naturali prodotti dalle loro vigne di Barbera, Craotina, Dolcetto, Timorasso, Cortese, Malvasia e Chardonnay pieni di gusto e aromaticita’ tipiche.

Vi lasciamo qualche scatto della nostra visita che ben racconta la loro terra:

 

la porta della cantina

 

 

 

Alessandro, il cantiniere

 

 

Vecchia Vigna

 

Passeggiando tra le vigne

 

Colli Tortonesi

 

Consumando s’impara!

26 settembre 2017

 

     

   Venesiani gran signori,

Padovani gran dotori,

Visentini magna gatti,

                                                   Veronesi…tuti mati…(  cit. Filastrocca Veneta )

eh. ecco appunto! Siamo alle porte di un nuovo evento in quel di Padova!

Consumando s’impara è una fiera, nata come festa all’Ombra della Piazza, e poi diventata Consumando S’impara dove la sua identità di semplice festa si è incrementata ed evoluta mantenendo il primario ed importante obiettivo: avvicinare e far conoscere produttori e consumatori. Di vini naturali ovviamente.

Domenica 1 ottobre dalle ore 11.00 alle ore 23.00 vi aspettiamo per 10 ore filate di chiacchere e ” consumi ” intelligenti in Piazza della Frutta a Padova assieme ad alcuni dei nostri vignaioli di Arkè e cioè La Biancara, Pacina, Lamoresca, Champagne Lefevre, Overnoy, Casa Belfi, Il Moralizzatore e Terpin.

 

 

 

Uno scorcio da Piazza della Frutta

Amici Osti Padovani

persone e vino

Bottiglie di Cabaret de Il Moralizzatore

una foto della scorse edizioni

La locadina della scorsa edizione 2016

 

 

 

La fiera vedrà coinvolti anche Osti e Osterie padovane che hanno ideato e organizzato questo evento, il quale diffonde questo credo, di consumi e di stile di vita che non possiamo che condividere:

” Dietro a un vino naturale o a una birra artigianale, a una farina speciale o alla lievitazione di un impasto, ci sono persone che hanno un volto, una voce, dei sorrisi e una storia ogni volta diversa, ogni volta sorprendente.
Abbiamo pensato di selezionare ogni nostra proposta partendo da qui: dalle persone, dalle mani e dal cuore, prima che dalle cose.
E insieme a loro – con la vostra complicità – ci piace immaginare un mondo curioso che si trasforma ogni nuovo giorno “

Vi aspettiamo domenica 1 ottobre a Padova allora! Mi raccomando numerosi e con tanti sorrisi, per brindare insieme in modo naturale!

Per altre informazioni qui, oppure scrivete a fabioferrato@gmail.com

 

 

 

Siamo stati un po’ latitanti ma adesso siamo pronti per nuovi viaggi e nuovi produttori! E quindi iniziamo certamente, portandovi con noi in Francia, nella regione dello Jura, ed in particolare nei terreni dell’azienda Overnoy, ad Orbagna, un piccolo paesino tra le dolci colline della regione.

Lo Jura è una piccola porzione di terra, situata tra la Svizzera e la Borgogna, zona molto importante a livello vinicolo, la maggior parte dei contadini qui vivono non solo di vino ma lavorano la terra per frutta e verdura e l’allevamento del bestiame, in particolare delle mucche da latte, grazie alle quali viene prodotto il Comtè, famoso e tipico, formaggio a pasta filata (io personalmente ne vado veramente pazza!).

L’azienda è a conduzione familiare composta principalmete da padre e figlio, Jean-Luis e Guillame, 25 anni, che ha dato una sferzata decisa e convinta verso la naturalità negli ultimi quattro anni.

Cercavamo da tempo un’azienda di questa regione, ma nessuna che fosse “inedita” in Italia aveva le caratteristiche che cercavamo: noi amiamo lo Jura perchè ci affascinano da sempre i loro bianchi ossidativi, prodotti con la voilè a protezione delle barriques lasciate scolme, difficili da produrre e assai rari quelli ben fatti, sono vini austeri e particolari, con delle spiccate acidità, profumi ricchissimi che cambiano di continuo nel bicchiere, salinità e lunghezza incredibile in bocca.

Per i veri amanti dei bianchi, delle perle rare, che culminano nel mitico Vin Jeaune, il vino giallo, a cui dedicheremo un articolo specifico a breve.

 

Li abbiamo conosciuti grazie ad un nostro amico vigneron dello Jura, Julien Labet, che ce ne ha parlato durante l’ultima Villa Favorita, e gliene siamo grati!

 

Jean-Louis Overnoy ha assunto le redini della fattoria di famiglia a policoltura agricola nel 1982 e si è specializzato nella coltivazione della vigna. Inizialmente ha piantato poche vigne per poi avventurarsi sempre più nella loro coltivazione, che adesso conta 5,5 ettari di proprietà. Nel 2013 arriva il figlio, Guillame, fresco di scuola e di idee, convertendo l’intera azienda al biologico e alla lavorazione non-interventista.

I vitigni sono quelli tipici di zona: Chardonnay, Savagnin, Pinot noir, Poulsard e Trosseau, disposti tra il comune di Orbagna e Cesancey.

 

Guillame ci spiega il lavoro in vigna

 

Siamo molto felici di questa nuova acquisizione in”famiglia” per un’azienda che ha molto da dire ora ed in futuro, vista la giovane età di Guillame, ma che indubbiamente ha già alle proprie spalle una buona fetta di storia, dettata sia dalla zona che dalla loro famiglia.

 

Non ci resta, come sempre, che stappare… 🙂

 

Pinot Noir

 

 

Vittorio Capovilla

 

Oggi volevamo raccontarvi una storia, una storia che parla di filosofia, natura e rispetto. E tanta buona frutta.

Capovilla distillati.

Vittorio ‘Gianni’ Capovilla, classe 1947, nasce a Crespano del Grappa,  lavora per molti anni come meccanico per le macchine da Rally, un’ abilità che poi risulterà molto utile per il suo futuro approccio con i macchinari enologici.

Siamo andati a trovarlo, pochi giorni fa nella sua azienda a conduzione praticamente familiare, dove tutto viene fatto a mano: la raccolta, le lavorazioni, l’imbottigliamento,e anche per il  tappo, tanta pazienza e arte, le sue bottiglie prevedono tutte la legatura con lo spago ( video ) e il sigillo in ceralacca.

Macchinario da diluizione inventato e messo a punto da Il Capo

“Il Capo”,così come lo chiamano tutti, era indaffarato a far partire un container con destinazione Marie Galante, Guadalupe, dove produce il suo fantastico Rhum ( dalla reale fermentazione della canna da zucchero, non dalla melassa per intenderci) perchè , ci ha rivelato, alla fine di agosto ci sara’ il nuovo imbottigliamento e nulla può mancare.

La passione per il mondo della distillazione nasce nel 1974, anno in cui Il Capo ha iniziato ad occuparsi di macchinari per enologia, e durante i suoi numerosi viaggi tra Germania, Austria e Svizzera, si creò  l’opportunità di conoscere da vicino un modo di produrre grappe e distillati in modo nettamente diverso rispetto all’Italia. «Quello che assaggiavo era assolutamente diverso da quello a cui ero abituato qui in Italia, anni luce di distanza. Basti pensare che in Italia oggi ci sono poco più di cento distillerie, mentre in Germania sono 30mila: numeri che fanno capire la netta differenza di esperienze e competenze. Mi sono detto. “Ma davvero non si può fare di meglio anche qua da noi?”. E così mi sono messo all’opera”». La prima diffciltà fu quello di procurarsi il materiale con cui lavorare, Capovilla acquista un alambicco in Austria, e smontandolo, riesce a portarlo clandestinamente in Italia un pezzo alla volta. Dove lo rimonta in una vecchia stanza e avvia le sperimentazioni. Una decina di anni di prove, prima con la vinaccia e poi con la frutta. Le competenze tecniche lo aiutano: modifica gli strumenti a suo piacimento, convince Muller, un famoso costruttore di alambicchi tedesco, a seguire i suoi consigli, e arriva anche a brevettare un sistema di refrigerazione subito adottato dai colleghi in tutta Europa. Distillazione a bagnomaria, per superare appena i cento gradi e mantenere quindi una temperatura relativamente bassa per l’ebollizione e così non disperdere parti nobili dell’alcol, e un doppio passaggio nella macchina: questa è la procedura perfetta a cui arriva l’intraprendente trevigiano dopo le migliaia di ore passate davanti all’alambicco.

Macchinario da distillazione Muller in rame

Vittorio ci dice:

“Il primo vero e grande lavoro è quello di produrmi
o andare alla ricerca delle materie prime migliori.
La materia prima davanti a tutto, poi viene il resto.”

La cosa più importante e’ avere non buona, ma ottima frutta. Pulita, senza trattamenti chimici, che cresce nel proprio ambiente autoctono e senza forzature.

Il solo e magico ingrediente: la qualità.

Ogni frutto necessita di conoscenza, perche’ ognuno ha il proprio momento ideale per essere colto e lavorato. Pertanto lo si deve lasciare in pianta sino al punto giusto; questo può variare da frutto a frutto, perché alcuni danno il meglio di sé surmaturi, mentre altri vanno colti in anticipo.

Adesso ad esempio e’  il momento delle Pere Moscatelle, un tipo di pera che si matura in estate, piccole dimensioni ma grandissimi profumi, vengono lasciate cadere naturalmente dall’albero di proprietà di Vittorio e poi raccolte mediante reti stese sotto di esso.

Prima della loro resa in polpa per la prima fermentazione vengono lasciate in cantina, e vi possiamo assicurare che il loro profumo era inebriante e dolce. Lo abbiamo ritrovato fedele e onesto poi in bottiglia.

Altro punto di incontro con il nostro mondo ( dei vini) è la fermentazione che avviene spontaneamente senza uso di lieviti aggiunti o zuccheri. E’ davvero la base: il rispetto e ovviamente suo grande pregio, l’attenzione del frutto usato e di come tirarne fuori il meglio, mantenendo così fedele e integro l’autentico sapore, ” intrappolato”per sempre nel distillato.

Noi di famiglia abbiamo avuto la bellissima opportunità di potere collaborare con Vittorio, con le nostre vinacce di Recioto per la creazione de La Garganica.

Un grande maestro, un grande Capo. Ineguagliabile esperienza e arte, che ricorda ancora una volta che cosa sia importante davvero: la frutta. Buona e senza chimica.

Che si tratti di uva o di qualsiasi altro frutto.

La vecchia Amica del Capo, che sorveglia le latte dei distillati in affinamento.

Comunicare
Del doman v’è certezza
Il mondo della comunicazione, non è una novità, si sta trasformando, in bene o in male lo capiremo, ma sta mutando forma e sostanza.

Complice di questo kafkiano momento i nuovi strumenti di condivisione di pensieri, immagini, video: i Social Network.La comunicazione si redistribuisce su un pubblico più ampio.
L’avvento dei social ha determinato la sublimazione della libertà di pensiero generando una mole di informazioni che tende ad infinito e che, in linea teorica, dovrebbe consentirci di elaborare un nostro pensiero che tende alla verità.
Di fatto però risulta necessario riordinare tutte queste informazioni, filtrarle, capire a quanto corrispondano al vero o per lo meno ad un pensiero che abbia un senso.

Questo quantitativo di informazioni diventa tutto ad un tratto una “non informazione” perché manca quel grado di credibilità, manca l’avvallo dell’esperienza e di un sostegno affidabile.Il mondo del vino ha bisogno di legarsi a questa forma di comunicazione da sempre. Ais, Fisar, Onav e associazioni varie sfornano senza soluzione di continuità un esercito di persone assetate di vino e di sapere. Gente che come un bimbo appena nato, ha bisogno dei nutrimenti culturali che faranno di loro la nuova generazione di professionisti o di appassionati del vino. Sicuramente dei protagonisti anche del mercato del vino.

In questo scenario torna utile la figura del critico enogastronomico, del giornalista credibile e intellettualmente onesto. Mancano le figure più autentiche della critica, manca l’autorevolezza riconosciuta e quell’atteggiamento più pacato ma credibile di un giornalismo che sembra svanire nel tempo. Messa così sembra il classico” era meglio un tempo”, ma non è così.

Forse in realtà dovrei scrivere mi manca Veronelli, i suoi libri non bastano più. Mancano Monelli e Soldati, manca quel giornalismo fatto da giornalisti e di storie sussurrate.

Chiaramente il panorama non è così scuro, Sandro Sangiorgi riesce ancora a stimolare il nostro pensiero con le rare apparizioni dal web o nelle sue serate lungo lo stivale, e rileggersi i vecchi numeri di Porthos rimane sempre un buon esercizio. Manca però la periodicità, l’idea di potersi aggrappare ad un pensiero sicuro e continuativo.

Anche Enogea di Alessandro Masnaghetti ha ammainato la bandiera e quel giornale giallo non arriva più nella cassetta delle lettere e con esso l’idea di nutrirci di pareri più autorevoli e sicuri. L’editoria così come era concepita un tempo non sta in piedi, il giornalista non può pensare di vivere scrivendo e si trova costretto a soluzioni alternative per sbarcare il lunario, lasciando l’appassionato di vino, il neo Sommelier, orfano di una cultura necessaria per la sua formazione.

All’orizzonte qualcosa si intravede, Samuel Cogliati con la sua Micro Casa Editrice Possibilia riesce a mettere a disposizione degli appassionati una letteratura del vino legata più alla Francia ma che ci aiuta a costruire un nostro pensiero visto anche da una prospettiva diversa. Le traduzioni della rivista Le Rouge & Le Blanc sono oro colato.

Ma c’è speranza e si chiama Accademia degli Alterati che vede uniti sotto un’ unica bandiera i pensieri più illuminati e autentici che il mondo del vino,in Italia, potesse mai sperare. Nel Colophon troviamo i nomi di Armando Castagno, Fabio Rizzari, Raffaella Guidi Federzoni, Giancarlo Marino e poi ancora anche se non attivi, ma c’è speranza, Giovanni Bietti, Alessandro Masnaghetti, Francesco Falcone, Giampiero Pulcini, Luca Santini, Ernesto Gentili, Giampaolo Gravina e altri ancora. Un Blog di cultura trasversale che nasconde delle autentiche perle a cui è difficile rinunciare.

Non basta ma del doman v’è certezza. 

Gianpaolo Giacobbo classe 1967, oltre che nostro collaboratore per Arkè e nostro caro amico di vecchia data, grande conoscitore di vini naturali, con una spiccata sensibilità ed arte degustativa.

Ha scritto per noi questo testo che dovrebbe far riflettere tutti noi sulla condizione attuale del vino e dei suoi appassionati, sulla ricerca che si agita attorno ad esso, e di quanto ci sia bisogno di equilibrio, ma forse semplicemente di più verità e naturalezza nel volerlo conoscere e alla fin fine, bere.

Cin Cin Amici!!

 

L’estate è appena iniziata, il caldo si fa sentire già da un po’ e un buon calice di vino vivo non può che alleviare dall’arsura e rallegrare le menti!

Faremo un breve tour in Liguria, andremo a trovare alcuni amici e parteciperemo direttamente ad un paio di serate davvero divertenti. Altri due appuntamenti ci vedranno coinvolti, quasi contemporaneamente, anche vicino a casa nostra, tra Verona e Vicenza: un ristorante che compie gli anni e fa festa ed una mostra di etichette con degustazione a Vicenza, Punk Wines, da un’idea innovativa e stimolante!

 

La prima sarà una cena domani sera ad Albisola, vicino a Savona, in un locale sul mare, ma specializzato in carne! Il locale è Patanegra, questo il menu della serata.

 

 

Saremo poi a Genova il 28 Giugno, presso Bella Bu che compie un anno e farà una bella festa con piatti speciali, musica live e tanto vino naturale, nei vicoli in pieno centro storico. Qui l’evento su facebook con tutti i dettagli.

 

 

Sempre il 28 Giugno, vicino a casa nostra, ci sarà un altro compleanno, il terzo de Al Callianino, nostro caro amico che farà una bella festa all’aperto invitando altri ristoratori ed aziende vinicole della zona. La loro locandina, dedicata all’estate, è davvero molto bella:

 

 

 

 

 

Infine il 1 Luglio, a Vicenza, presso Exworks ci sarà una mostra dedicata alle etichette più belle e bizzarre, dei migliori vini naturali, italiani e francesi. Un’attentissima selezione curata da dei ragazzi appassionatissimi di vini sani e di grafica fresca e moderna, daranno vita a Punk Wines.

Tra le nostre aziende sono state scelte alcune etichette di Cascina Tavijn, Il Moralizzatore, Geschickt e La Biancara.

 

 

Vale la pena, davvero, di riportare per intero il loro “manifesto”:

 

PUNK WINES
Gusti eccentrici, etichette rock’n’roll e gente un po’ sciroccata.

Punk Wines è un evento sul vino, è una mostra di etichette, è un mercatino di bottiglie ed è un momento in cui assaggiare vini e incontrare i produttori.

Punk Wines è una microscopica rassegna sul vino che in una giornata, punta a far divertire le persone con musica, assaggi di vini autoriali, raccontando come il mondo della grafica si relaziona con questi prodotti. Ci sarà infatti una mostra di etichette degli stessi vini in degustazione. L’obiettivo è raccontare la frazione un pò punk di un mondo, quello del vino naturale, spesso controverso, discusso e combattuto molte volte anche al suo interno.

Negli ultimi anni di speculazione sul concetto di naturalità una sola è rimasta la costante che avvolge questo universo di combattenti per la purezza del prodotto e dell’agricoltura: lo Stile.
Stile inteso come personalità e carattere delle persone e dei vini, stile inteso come desiderio di comunicare ed esprimere se stessi, stile inteso come scelta di usare un linguaggio piuttosto che un altro.

Stile; perchè fare vino così, per queste persone è prima di tutto una vocazione, come quella che vive un artista o un musicista che sceglie un percorso difficile e in alcuni casi contrario alle leggi dell’economia, in nome della sua arte. Stile perchè grazie a questi amanti della terra, in molti casi fuggiti da altre professioni, l’agricoltura ha raggiunto interessanti modalità espressive e nuovi contenuti.

Stile perchè qui c’è vino, grafica, design, follia, arte, amore, passione, scuole di pensiero, c’è mainstream e underground, ci sono eventi, feste, fiere, incontri, fatica, duro lavoro e divertimento.

E’ un spaccato di economia vera e attuale, i cui attori sono molto più vicini alla contemporanea idea di artista o di rockstar che a quella di contadino e imprenditore, invece di pennelli e tele, vasche di fermentazione e cesoie, invece di concerti e prove, potature e spremiture, ma sperimentazione, ispirazione, determinazione e la continua ricerca per migliorarsi sono esattamente le stesse.

In questa giornata conosceremo alcune personalità del territorio e non, in cui lo stile rocckettaro e un po’ matto si riconosce nelle etichette, nel prodotto, nei nomi dei vini e nelle quattro chiacchiere che si possono fare con loro conoscendoli.

 

Presentiamo la nostra ultima “scoperta” con il racconto dell’amico Gianpaolo Giacobbo, che è rimasto davvero folgorato da questo vignaiolo!

 

Il Franciacorta, una delle bollicine più famose d’Italia, da un punto di vista sensoriale mi ha messo sempre un po’ in difficoltà. Ho provato a più riprese ad entrarci e a capire questi vini così sotto i riflettori ma spesso mi accadeva di percepire una sorta di freddezza comunicativa tra me e il bicchiere che mi trovavo davanti. Ho bisogno di essere onesto con me stesso quando degusto e sentivo di non riuscirci fino in fondo.

Quando per la prima volta ho assaggiato i vini di Gigi Balestra al banco di degustazione di un VinNatur di qualche anno fa, qualcosa era cambiato stranamente mi sentivo proteso verso questo vino dal nome ribelle, Il Contestatore, che la diceva già lunga sullo stile di questa meravigliosa persona dagli occhi azzurri che era Gigi. Questa sensazione l’ho provata ancora ma mai così forte. Frequento poco quelle zone quindi non posso fare molta ricerca.

Accade però che un giorno, proprio nella sede di Arkè a Gambellara con Francesco Maule, Erica e un po’ di amici, mi sia trovato davanti a Gianluigi Ravarini (Gigi), un omone dallo sguardo sincero, dalle mani possenti e il viso segnato dal sole e dal lavoro nei campi.

Un uomo introverso, che fatica ad raccontarsi ma che sa esprimersi molto bene nel bicchiere.

Bastano pochi sorsi per capire che ci troviamo davanti ad un’interpretazione autentica di Monticelli Brusati, a pochi passi da quel Pendio di Gigi Balestra che per Ravarini fu fonte di ispirazione.

 

Ufficialmente l’Azienda agricola nasce nel 1971 grazie al padre, Bortolo detto Piero (Infermiere), come mezzadro di 1,5 ettari piantati a vite. Allora si produceva vino sfuso e qualche centinaia di bottiglie in maniera naturale, unico modo conosciuto di fare il vino.

Nel 2002, dopo varie esperienze in altre cantine ed anni da conferitore di uve, Gigi Ravarini prende le redini dell’azienda ed inizia così il suo percorso di Vignaiolo Artigiano in collina, riappropriandosi dell’espressione che vuol trasmettere il suo territorio, il Vino di Monticelli. Ad oggi Gigi segue personalmente 6 ettari in maniera naturale (dal 2015 anche certificato bio) tra cui 4 a vite e 2 tra oliveto e bosco, dove ricava i pali per i sui vigneti.

È davvero emozionante trovarsi davanti ad un agricoltore così controccorrente e così coerente, con questi vini che sono figli delle argille, del calcare e del vento che costante soffia sui suoi vigneti.

Gigi ha scelto un’agricoltura naturale perchè l’ha sempre vissuta così e perchè, mi racconta, questa terra ha tutto, non chiede nulla, basta solo ascoltarla.

In cantina utilizza solo acciaio e cemento e dichiara in retroetichetta tutti i prodotti utilizzati in nome della trasparenza che lo caratterizza. Del suo Franciacorta, solo un vino che produce in un quantitativo di meno di 3.000 bottiglie all’anno, è fermentato spontaneamente, senza dosaggi ed integralmente figlio di un annata.

Riposa minimo 30/40 mesi sui lieviti e poi lo ripropone in quantità limitate per altri due anni, prolungando l’affinamento ed evidenziando il carattere in evoluzione di ogni annata. Ha piantato nel 2002 probabilmente il primo vigneto di Pinot Meunier, dove oggi cerca la sua miglior espressione con microvinificazioni tra rosati, metodo classico Blanc de Noir, Rosè.

La tradizione di famiglia lo fa continuare ad imbottigliare vini fermi, dal Chardonnay al Cabernet Franc, Merlot, Pinot Nero e Pinot Meunier con risultati esaltanti.

 

Una soddisfazione, per noi, trovare finalmente una realtà Franciacortina Artigiana che, senza paura e senza seguire regole di mercato, sperimenta liberamente territorio e vitigno sperando di trasmettere passione e cultura agricola vissuta.

 

 

 

Se a qualcuno potessimo invocare «dacci oggi il nostro vino quotidiano», penso e mi auguro che questo vino non sia molto diverso dal Nanni di Daniele Portinari. Blasfemia? Modestia? Si poteva puntare più in alto? Io penso che alla fine della giornata è di vini come questo che le nostre tavole dovrebbero essere imbandite. Vediamo perché.

L’azienda Daniele Portinari coltiva i suoi vigneti sui Colli Berici sud-orientali
, su terreni calcarei-argillosi. Il colore del Nanni è porpora con ampi riflessi violacei, aroma di mora e mirtilli con lievi accenni pepati e un leggero spolvero vegetale. Qui il sauvignon invoglia con il suo frutto e il merlot rinfranca lo spirito con il suo erbaceo.

In bocca dimostra un bel equilibrio lineare rivelando tutta la sua natura da prima con un ingresso più morbido e nel finale con un taglio più acidulo e tannico. Poco sapido. Lo potremmo definire dallo stile veneto, se esistesse un vero e proprio stile veneto. Diciamo per capirci che ricorda molto la spontaneità di quei vini contadini lavorati dalla vigna alla cantina nel pieno rispetto del frutto e della terra. Ci piace.

Vino non molto ampio, più verticale, ma va benissimo così. Alla fine si ha tutto ciò che si potrebbe chiedere ad un vino quotidiano. È sincero ed onesto. Schietto. Uno di quelli a cui puoi parlare liberamente con franchezza e lui ti risponderà allo stesso modo, senza paroloni altisonanti, ma con un linguaggio umile e veritiero, che alla fine è quello che meglio ti arriva al cuore.

 

vino rosso daniele portinari

 

Potremmo star qui ore a dirci che non è un vinone, che non ha sufficiente struttura o che è troppo anonimo… balle! Un’identità ce l’ha eccome, ma per conoscerla devi deciderti a toglierti dalla testa che se non è barolo è merda. Ha un identità che si svela a chi siede a tavola in compagnia di vini che non portano la cravatta ma preferisce la compagnia di quei contadini di cui abbiam già detto sopra. E bravo Daniele Portinari, che con questo vino dedica al figlio il suo taglio bordolese. Infondo è di questi vini alla fine che si ha più bisogno.

Il Nanni nasce ogni anno secondo quanto la natura comanda e svolgendo fermentazione spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati, una macerazione sulle bucce sino ad un massimo di 15 giorni e una sosta in botti di rovere di secondo e terzo passaggio da 225 litri sino all’imbottigliamento, la quale ha atto – che ve lo diciamo a fare – senza filtrazione. Solforosa quasi mai aggiunta se non nelle annate più difficili e in minima parte.

Può essere ottimo compagno di molte preparazioni venete a base di carne, ottimo amante di primi piatti conditi con sughi di cacciagione, interessante persino accompagnato da un morbido e succulento cotechino, aromatizzato quanto basta al pepe, quanto basta per non sfigurare dinnanzi all’aroma erbaceo e speziato del Nanni che gentilmente ripropone il pepato accarezzando il palato.

Lo puoi acquistare su Tannico al 26% di sconto!

Il filo di Meigamma

5 maggio 2017

                                                 “Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte.”

Che cosa può c’entrare il vino con l’arte? Beh, parecchio!

In modo sottile la mano dell’uomo diviene pennello della natura nel definire i contorni di quello che è il frutto della terra, della stagione e del luogo, poi il vino ridiviene mezzo tramite cui gli uomini se ne servono  per estrapolare un modo di interpretare e raccontare e spesso raccontarsi, e quindi di unire, di legare.

E con che cosa si unisce? Con un filo. Invisibile, spesso forte e stretto, ma potrebbe anche essere colorato, allentato e ma comunque intenso.

Ecco perchè le bottiglie del nostro produttore Meigamma portano tutte nel collo della bottiglia un intreccio di fili annodati, per ricordarci che siamo tutti connessi da questo magico legame e che il vino spesso ne è il mezzo.

L’ispirazione proviene da una grande artista italiana, di origine sarda, Maria Lai, nata a Ulassai, 27 settembre 1919, la sua vita e le sue opere son di grande arricchimento per la storia artistica italiana.

Maria Lai vi dice:  “Sono felice di farvi tenere per mano il sole e  farvi gustare il desiderio di cielo, in un momento di incertezza globale ma che il sole e il cielo possono farci prima capire e poi superare. Per vivere più sereni”.

Nelle opere di Maria Lai trovate sempre i fili. Perché  il filo è il processo eterno dell’uomo, è anche un vento sereno, acqua e pietra, anche e soprattutto pianto, stupore ed attesa. È il tempo. E come tale l’uomo, io e voi. Tutti. Siamo tempo. L’arte sempre ha cercato di interpretare, di conoscere il principio e il fine delle cose in questo vasto mare dell’essere. Un mare che vuol dire Isola, Sardegna, con la sua bellezza unica al mondo.

Il messaggio di Maria Lai è un messaggio d’arte, d’amore, di rispetto reciproco. È stata lei, negli anni ’80, a legare con nastri colorati, azzurri e bianchi, rossi e verdi,  le montagne del suo paese (Ulassai) alle case. Per “tenere unite la natura e l’uomo, per tenere unite la sacralità delle montagne e quella delle famiglie”. E quei fili li fece passare di casa in casa, collegando vecchie amicizie e conoscenze che magari, per inutili screzi si erano incrinate. Quindi Natura e uomo, uomo e amicizie, perche’ alla fine son queste le cose veramente importanti nella vita.

Ma il filo è anche il simbolo della vita e della donna, a partire, se si vuole, da quel cordone ombelicale che ci lega inestricabilmente alla figura materna nel momento in cui veniamo al mondo, fino ad arrivare alla millenaria storia di miti e legende che lo legano alla figura femminile, pensiamo al filo di Arianna, alle Parche, o a Penelope, e non sarà un caso se sono davvero molte le artiste nel tempo ad averlo scelto come medium linguistico e strumento di lavoro e Maria Lai è sicuramente una di queste.

Meigamma intrecciato.

Tornando a noi, al nostro vino, siamo davvero orgogliosi e felici di trasportarne a voi il racconto e i frutti di questa bellissimo concetto tramutato in vino naturale e ottimo testimone della Sardegna. Giuseppe Pusceddu, creatore ed ideatore di Meigamma, è una società agricola che riunisce vari piccoli (e spesso anziani) contadini, che, oltre a conferirgli le uve che lui poi vinifica, mettono in questa piccola comunità anche frutta e verdura, che si scambiano o rivendono tra le loro famiglie e l’agriturismo che, soprattutto d’estate, ospita molti avventori. Una piccola società fatta “girare” da Giuseppe e che anima i pochi contadini con animo naturalista della zona di Villasimius e che permette a lui di vinificare un po’ più di vino, visto che possiede soltanto due ettari di vigna; per lui il filo sulle sue bottiglie vuole richiamare questo lavoro che fa per interconnettere persone, esperienze e sapori.

..è un’attesa silenziosa, col fiato sospeso per circa due ore. Quando il nastro si solleva ad arco, dalla montagna ai tetti delle case, sembra un getto d’acqua. Maria Lai 1981

bambini che giocano con il filo di Maria Lai

Le connessioni di Maria Lai

 

 

trebianc

L’Emilia Romagna enologica si sta affermando come probabilmente la regione maggiormente in fermento per quanto riguarda l’Italia. Non solo rossi a base sangiovese o albana, ma anche tante bollicine e rifermentati che come questo Terbianc,stanno attirando la nostra attenzione.
Vediamo il sottoscritto nel dettaglio.
Paglia e fiori gialli secchi: tarassaco e ginestra? Può essere, ad ogni modo un bel prato fiorito ci si schiude sotto il naso. Leggera nota di limone che sorge assieme a quella di mandorla amara. Leggerissima ossidazione, quasi impercettibile. Presente quel poco che basta per arricchire il piano aromatico. Camomilla e ortica proseguono il corredo vegetale di questa bella bolla a rifermentazione spontanea.

In bocca sarebbe davvero completo e eccellente con una nota sapida più marcata. Invece a farla da padrone oltre ad una auspicabile acidità, è un finale astringente, dovuto probabilmente alla vinificazione in rosso delle uve. Culmina in una beva leggermente tannica.

Abbinato ad una piovra al vapore condita con sale, olio e prezzemolo potrebbe finire per appiattire il piatto, e in questo la sua bolla lo aiuta…

Con del salmone affumicato di discutibile qualità la nota astringente ben non si sposava. Per fortuna il banchetto ci riserva ancora una carta. Una capasanta gratinata al forno con uno spolvero di pane grattuggiato e un filo d’olio per dorare il tutto. Il miglior connobio che permette al vino di dar piena espressione di sé accompagnando il piatto e non sovrastandolo per tutta la beva. L’acidità ripulisce il palato e l’astringenza riequilibria il boccone. Ora siamo appagati, ora siamo soddisfatti. Ci basta solo un altro bicchiere. Très bien, Terbianc!

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trebianc