La nuova programmazione dalla metà di Maggio alla fine di Giugno che abbiamo pensato per voi è qui!

Il Cavatappi viola di Arkè è una serie che ci sta appassionando davvero molto, ogni settimana organizziamo alcune chiaccherate Live con i nostri vignaioli ed osti in diretta su Facebook.

Successivamente registriamo un mini-video per IGTV di Instagram relativo alle bottiglie che abbiamo assaggiato in modo da creare contenuti interessanti e di “memoria”, dove parliamo di alcune etichette della nostra selezione di vini.

Le nostre sono sempre impressioni dinamiche e rock, senza diventare troppo impostati (e noiosi) come una degustazione “da sommelier classica”, ma piuttosto ricca di dettagli sensoriali e personali, dettati dalle nostre esperienze maturate direttamente durante le visite alle cantine dei nostri produttori, nei diversi terroir di provenienza.

Ascoltiamo e parliamo di musica nei live e ci divertiamo a creare collegamenti con un gruppo o un brano ad un vignaiolo…ne son uscite delle belle! Ormai lo sapete bene quanto sia importante e fondamentale per noi di Arké la musica!

Ma ora ecco il vero scopo di questo post, la programmazione delle dirette che vi ricordiamo sono nella piattaforma Facebook e saranno visibili anche successivamente per chi non potesse collegarsi in diretta con noi:

Vi aspettiamo !

Buona ripresa a tutti!

#walkonthewineside

#il cavatappivioladiarkè

Eccoci qua pronti per la seconda programmazione della nostra fresca e nuova rubrica di Arkè Il Cavatappi Viola!

Con ritmo incalzante teniamo le dirette con i nostri amici Vignaioli e Osti per parlare ovviamente di vino e bottiglie ma anche di vita ed esperienze! questa settimana abbiamo già fatto un paio di dirette ma, se ve le siete perse trovate un video connesso sul nostro canale IGTV.

Per il prossimo mese ecco qui come si procede con i nostri appuntamenti:

Nei nostri video apriamo sempre una bottiglia ” al volo” della nostra selezione e ne chiacchieriamo con voi, raccontando le aziende, i sapori e le sensazioni e magari arricchendo con piccoli dettagli vissuti durante le nostre visite (ah! quando ci mancano! ) vi daremo la nostra impressione personale e le note degustative principali: non sarà un’impostazione troppo classica, ma sempre rockeggiante e dinamica, esattamente come anima lo spirito di noi di Arkè ! Ascolteremo musica assieme a voi, e ad ogni etichetta abbineremo un brano o un gruppo musicale, come sapete è una componente fondamentale per noi, la musica!

Che dire?

  • 14 Aprile diretta alle ore 18.00 con Sauro Maule ( trovate il video su IGTV)
  • 16 Aprile diretta alle ore 16.00 con Simone Fanton, Oste a Vicenza, Presidente del gruppo SaperBere ( online la diretta )
  • 18 Aprile diretta alle ore 18.00 con Angiolino ed Alessandro Maule de La Biancara.
  • 21 Aprile diretta alle ore 18.00 con Brunnhilde Claux di Domaine de Courbissac, ( si in italiano, tranquilli 🙂 )
  • 24 Aprile diretta alle ore 18.00 con Rosy e Christoph Unterhofer di reyter
  • 28 Aprile diretta alle ore 18.00 con un nostro amico Oste di Venezia, Diego Carraro
  • 01 Maggio diretta alle ore 18.00 con Lorella Reale di Cantina Riccardi-Reale
  • 05 Maggio diretta alle ore 18.00 con Pacina
  • 08 Maggio diretta alle ore 18.00 con Saccomani
  • 12 Maggio diretta alle ore 18.00 con Enrico Murru, un amico Oste di Røst, a Milano, (si definisce anche Il cacciatore di vini )
  • 15 Maggio diretta alle ore 18.00 dal sud del nostro stivale con Daniela e Giampiero di Masseria Perugini

Walk On The Wine Side Always!

CHE COSA APRIRÀ IL CAVATAPPI VIOLA DI ARKÈ??

Ci sono Osti che nel mondo del vino naturale ci entrano per caso e se ne innamorano come un colpo di fulmine ed è quello che è successo al nostro amico Ernesto, nel suo Bar Latteria La Pausa, a Genova.

Per chi ha avuto il modo di visitarlo, è un Bar dove ci si sente subito a casa, coccolati, anche grazie alla bella selezione vini che si può trovare! e ovviamente anche grazie ai loro grandi sorrisi, quelli di Ernesto e della figlia Cristina che gestiscono il loro Bar.

Dovete sapere che è stata il primo locale ad avere una Arkèteca, una bacheca interamente dedicata a noi di Arkè: che onore!!! e questo fin dal 2014.

Arkèteca

Ed ora vi lasciamo l’intervista ad Ernesto, presente all’interno del nostro Catalogo 2020 dove abbiamo parlato con 6 osti di vino, del servizio e delle curiosità che si vivono da dietro al bancone quando si sceglie di proporre vini autentici, vivi, onesti, di territorio se preferite chiamarli cosí e il termine naturale non vi piace!

Quando hai bevuto la tua prima bottiglia di vino naturale (o artigianale o tradizionale come un Barbacarlo o un Valentini) e che effetto ti ha fatto?

Ricordo che circa 15 anni fa, insieme all’amico Fulle bevemmo una bottiglia di bianco dell’Az. La Castellada, capii che esisteva un mondo del vino diverso da quello che avevo conosciuto fino ad allo- ra. Iniziai il mio percorso, diventò una vera passione,cominciai a frequentare le fiere dei vini naturali, a conoscere vignaioli, a visitare aziende agricole: un mondo affascinante. Non solo, da convinto detrattore dei bianchi diventai un “bianchista”, niente più mal di testa e acidità gastrica. Questa passione condizionò in maniera positiva il mio lavoro. Ora alla Pausa si stappa quasi esclusivamente vino naturale.

Cosa non ti piace, o meglio, cosa cambieresti di questo movimento?

Forse l’incontro che ha mi dato la svolta definitiva è stato quello con Maule Angiolino per me rappresenta il vino naturale, ma noto che intorno a lui c’è chi cavalca la tigre cioè chi, a tutti i costi, vuole infilarsi nel mercato per fare business. Credo molto nell’Associazione Vinnatur, farne parte va ben oltre le varie certificazioni bio, infatti mi farebbe piacere poter vedere in etichetta il suo logo.

Raccontaci una reazione bizzarra e curiosa dopo che un cliente ha assaggiato per la prima volta un vino naturale.

La ricordo molto bene, mi chiese: ma questo è un vino naturale, biologico? Però è buono!
Io cerco di accompagnare i miei clienti in un percorso di conoscenza delle tecniche di produzione, dalla vigna alla cantina; di avvicinarli alla degustazione partendo da vini più tecnici e da annate più favorevoli, per poi arrivare a prodotti più difficili, più estremi e complessi che per i curiosi possono diventare delle vere e proprie esperienze sensoriali.

È interessante constatare che la maggior parte dei clienti inizia a tollerarne anche qualche piccolo difetto (riduzione, volatile alta…)il più delle volte dovuto a fattori climatici sfavorevoli e ad apprezzarne l’unicità che è il vero valore aggiunto di questi vini.

Sappiamo che i vini naturali non sono filtrati e hanno quindi spesso un fondo all’interno della bottiglia, sei favorevole all’utilizzo della caraffa o del decanter?

Direi di no, sono abituato ad agitare la bottiglia prima del servizio per rimettere in sospensione le particelle. Penso che il liquido odoroso, come lo chiama Sangiorgi, acquisti complessità, si completi, diventi semplicemente più buono. Solo a volte succede che di fronte ad un vino un po’ datato utilizzi una caraffa per ossigenarlo più in fretta, ma diventa quindi solo un uno strumento per accelerarne l’apertura.

Parlaci di un vino che ami del catalogo Arkè

Mi piace molto la vostra selezione, non è quindi semplice sceglierne uno, ma devo dire che c’è un’etichetta che amo particolarmente, si tratta del Quinto Quarto grigio, ora Sivi, di Franco Terpin. Un vino che in base all’annata e alla stagione in cui lo stappi cambia completamente le caratteristiche e riesce sempre ad emozionarti. Questo perché a produrlo c’è un uomo che sa quello che fa, una persona vera e schietta. I suoi vini sono lui e lui rappresenta i suoi vini. Quando il cliente mi dice “fai te, stappa una bottiglia che piace a te”, io non ho dubbi, il Quinto Quarto Grigio non delude mai.”

Grazie Ernesto, Grazie Cristina e al Bar La Pausa!

Francesco ed Ernesto raccontano i vini ai clienti del Bar
Team Bar La Pausa al completo!bat

IL CAVATAPPI VIOLA

3 Aprile 2020

Periodo di divani e calici tra le nostre 4 mura di casa per ognuno di noi, ma anche un momento in cui possiamo maggiormente concentrarci su noi stessi e aver maggior tempo per coccolarsi e la buona compagnia, seppur se virtuale.

Un’idea nuova si è creata per questi giorni di meditazione: una nuova rubrica Il Cavatappi viola di Arkè ( con ovvio riferimento al colore vibrante del nostro amico apri-bottiglie) in moda da tenervi compagnia con dirette e video su IGTV ( la tv del social Instagram ) faremo delle dirette assieme ai nostri vignaioli e voi potrete interagire con noi “dal vivo”.

Assieme a questa nuova idea, per chi non potesse essere presente alle diretta, pubblicheremo anche alcuni video dedicati, dove racconteremo la storia dei nostri produttori, arricchendo con piccoli dettagli vissuti durante le nostre visite alle aziende, e poi aprendo le bottiglie e degustando i vini in diretta video: vi daremo la nostra impressione personale e le note degustative principali, al volo! Non sarà un’impostazione troppo classica, ma sempre rockeggiante e dinamica, esattamente come anima lo spirito di noi di Arkè ! Ascolteremo musica assieme a voi, e ad ogni etichetta abbineremo un brano o un gruppo musicale, come sapete è una componente fondamentale per noi, la musica!

Per la prossima settimana abbiamo organizzato una vera e propria agenda di appuntamenti, le dirette saranno sempre sul social di Istagram ( Ig ) sulla pagina di Arkè:

  • Giovedî 02 Aprile diretta alle ore 18.00 con Jacopo di Podere San Biagio ( la trovate online sulla pagina Ig ancora per oggi)
  • Sabato 04 Aprile diretta alle ore 18.00 con Giuseppe e Valeria di Vini Scirto
  • Lunedí 06 Aprile diretta alle ore 18.00 con una delle nostre enoteche preferite a Genova, Bar La Pausa
  • mercoledí 08 Aprile diretta alle ore 18.00 con Cristiano di Terre di Pietra
  • venerdí 10 Aprile diretta alle ore 18.00 con Alessandro di Valli Unite
  • martedí 14 Aprile diretta alle ore 18.00 con Sauro Maule di Il Cavallino

Questa è solo la prima settimana programmazione, le settimane successive ci saranno molte altre dirette con gli altri vignaioli ( ma non solo, vi stiamo preparando delle bellissime sorprese!) di Arkè, vi aggiorneremo mano a mano, teneteci d’occhio.

Noi siamo super gasati di questo nuovo progetto, vediamo l’opportunità di tenere vicine le persone, di chiaccherare, di raccontarsi e parlare dei vini, cercando di rimediare alla lontananza, sopratutto in questo mese di Aprile dove eravamo soliti incontrarci con tutti voi, grazie alle fiere dedicate al mondo del vino ma che quest’anno devono ragionevolmente saltare.

Detto questo, vi aspettiamo online nei prossimi giorni!! Stay Tuned

Mai come adesso possiamo dire: What Comes After?

“Ho scritto una cosa per il nuovo catalogo di Arkè Distribuzione Vini Naturali. Qualche mese fa Francesco Maule mi ha chiesto di esplorare il mio punto di vista sul presente e sulle prospettive del movimento dei vini naturali. E mi sono ricordata di una conversazione, durante un aperitivo post vendemmia, in cui un canadese e un’australiana mi hanno spiegato cosa è un fucked up wine. Sono partita da lì.”

Cosí presenta Diletta nella pagina di uno dei suoi social, il pezzo scritto per noi di Arkè, per il nostro Catalogo 2020.

Diletta Sereni scrive di cibo e agricoltura per Vice e altre testate. Ha un dottorato in semiotica e ha insegnato semiotica a IED Milano e co-fondato la società di ricerche “Squadrati“. Ha collaborato alla scrittura di due libri: “Le Sette Virtù del cibo” (Fondazione Feltrinelli) e “L’Italia di vino in vino” (Altreconomia).

Una super donna dalle moltiplici risorse e per noi è degna di essere una Psychedelic Rock Woman, irriverente e capace di raccontare le cose in maniera diretta ma elegante, esattamente come l’era musicale di nostra ispirazione per il Catalogo 2020: riassume in sè un concentrato di energie nuove ma consapevoli, e che lasceranno il segno. Ormai lo sapete quanto amiamo la musica.

Ma torniamo a Diletta, ecco quello che ha composto per noi, le avevamo chiesto, come spunto iniziale, una sua personale visione dello stato dell’arte attuale (e futuribile) del movimento del vino naturale…

” Una sera di settembre, nella campagna senese, mi sono trovata a discutere di vino insieme a un canadese e un’australiana. Entrambi miei coetanei (trentaqualcosa), entrambi impiegati in ristoranti famosi per la cura delle materie prime e per le brillanti carte di vini naturali. Per una deformazione da semiotica che mi condanna a pensare il linguaggio come un modo per dare forma al mondo, prima ancora che descriverlo, ho chiesto loro: che parole usano i clienti che si affacciano al vostro bancone, per ordinare un vino, per farvi capire cosa vogliono bere? Ce ne sono tante, ovviamente, ma loro si ricordano soprattutto queste due: “crazy wine” mi dice l’australiana. “Fucked up wine” rincara il canadese. Mi spiegano che chi chiede un crazy o fucked up wine (che non è grave come sembra ma indica un vino che stupisce, spiazza), vuole bere qualcosa che li porti fuori dal conosciuto, dal consueto, ed è pronto a bere un vino irregolare (da noi si dice “funky”). Spesso mirano a vini freschi e leggeri, perché questo stile sta vivendo il suo momento di gloria, ma non solo e probabilmente non per sempre. Quello che mi interessa è che ci sia, dal Canada all’Australia, una schiera di bevitori, tendenzialmente giovani, che imposta le proprie scelte su un’emozione così poco praticata nel consumo di vino fino ad appena qualche anno fa: la sorpresa.

Se allarghiamo lo sguardo: l’attrazione verso la sorpresa, l’apertura alla diversità, sono tratti fondanti della cultura dei vini naturali, che è appunto nata in aperta opposizione all’omologazione, all’appiattimento generato da qualche decennio di viticoltura ed enologia industriale. Apertura alla diversità che riguarda anche la geografia, cioè l’aver portato l’attenzione su territori trascurati dalle traiettorie del vino eppure vocati alla sua produzione: il lago di Bolsena, le colline Lucchesi, la Val Camonica…

Infine, tendere alla sorpresa va a scardinare uno dei capisaldi della scuola di degustazione classica, impostata invece sul riconoscimento: la consacrazione delle etichette e dei terroir, il sofisticato modo di ricondurre il gusto di un vino a una griglia di caratteristiche già previste, già depositate. Il considerare questa prevedibilità un valore. Il dogma che debba piacere a tutti la stessa cosa. All’opposto: aprirsi all’imprevedibile è parte dell’esperienza dei vini naturali, come non del tutto prevedibile è il processo di fermentazione e affinamento, se non guidato da additivi e manipolazioni.

Circa un anno fa usciva su Omnivore un articolo in cui Alice Feiring – prima grande divulgatrice e sostenitrice del movimento dei naturali – metteva in guardia dall’involuzione “modaiola” del consumo di vini naturali. In quel pezzo, il ricordo nostalgico delle prime Dive Bouteille viene affiancato alla superficialità di oggi: la velocità con cui i vini entrano in commercio abbassando la qualità media, le star di Instagram e i consumatori giovani e inesperti che finiscono per riconoscere un vino come naturale solo quando risponde a un certo stile “non finito” che spesso comprende dei difetti. I giovani che ordinano un “fucked up wine” rappresentano per Feiring la fine dell’utopia dei vini naturali.

Guardo all’attuale scena del vino naturale con meno sospetto e catastrofismo di quanto faccia Feiring e mi chiedo se questo non dipenda da un fatto anagrafico (e di esperienza). Il mio punto di osservazione è quello di chi ha iniziato a bere vini naturali nel 2012, che se ne è innamorata al punto da trasformarli, negli anni, in materia di lavoro; è il punto di osservazione di chi scrive per una testata (Vice Munchies, la redazione italiana ha aperto nel 2017) che tratta il vino quasi esclusivamente come vino naturale e che viene letta in gran parte da ventenni e trentenni.

Dal mio punto di vista, il fucked up è interessante. Mi sembra una fase addirittura necessaria, se intendiamo il vino come un fatto culturale: ogni avanguardia passa attraverso dei momenti di rottura, di provocazione, di esclusione e stigmatizzazione da parte della cultura da cui nasce, per poi depositarsi per prove e tentativi nel “gusto” più generale. È segno che la cultura è viva. E se stiamo qui a discutere se funky/fucked up sia bene o male, oltre a renderci infrequentabili per chiunque sia al di fuori della bolla del vino, contribuisce a tenerla viva.

Aggiungo al mio punto di vista quello di due ristoratori. Gianluca Ladu (Vinoir, Milano) sottolinea i lati positivi: quando ha aperto il locale nel 2012, mi dice, il suo pubblico era fortemente basato sul nocciolo duro di esperti e appassionati. Era raro vedere entrare dei ventenni. Invece da due-tre anni (complice anche il successo delle università di scienze gastronomiche) molti ventenni frequentano il locale non solo con curiosità, ma anche con una prima infarinatura e stimoli colti. Molti di questi ventenni vivono la passione per il vino naturale o la gastronomia in generale come una priorità, qualcosa per cui spendere i primi soldi guadagnati; hanno insomma una coscienza gastronomica assai più sfaccettata di quella dei ventenni degli anni Novanta e dei primi Duemila. Come fai a non essere ottimista di fronte a questo, mi dice, anche se vanno in fissa temporanea per un solo tipo di vino (rifermentato, ossidativo, dissetante), anche se bevono vini naturali per moda, sono tutte persone che in altri tempi hanno bevuto birra, e della peggior specie.

Gaetano Saccoccio (Rimessa Roscioli, Roma) mi porta invece verso le vulnerabilità dei bevitori più giovani: il mercato del vino naturale, dice, è in questo momento un terreno scivoloso per chi non ha esperienza e strumenti solidi per leggerne le ambiguità. Da una parte c’è l’industria del vino che cavalca alcune parole magiche (“non filtrato”, “senza solfiti”, “in anfora”) svuotandole di storia e di etica di produzione: è un marketing opportunista che crea grande confusione, soprattutto in chi deve ancora formarsi uno spirito critico. Dall’altra, continua, la fissazione per il vino funky (o orange eccetera) va bene finché resta davvero un elemento di libertà, ma diventa pericolosa quando si irrigidisce su alcune caratteristiche e – il suo parere converge qui con quello di Alice Feiring – anziché creare complessità, finisce per ridurla.

Fare parte di un’avanguardia ci diverte ed emoziona e facciamo così tanto rumore che ce lo scordiamo: siamo un bruscolo nel mare. Non mi avventuro nei dati perché non ce ne sono di attendibili, ma dico due cose su cui a buon senso possiamo concordare: (1) il mercato dei naturali cresce ogni anno (2) in un settore però ancora largamente dominato dall’approccio convenzionale/industriale (al 95%? 90%?). Sulla scia di esperienze-faro, come quella del Noma, molta ristorazione stellata o parastellata si è convertita al naturale e i vini naturali si stanno ritagliano uno spazio (più o meno ghettizzato) nelle carte della ristorazione tradizionale e nelle pagine degli e-commerce generalisti.

Allo stesso tempo, il “naturale” resta un fenomeno largamente ancorato alle città. Se a Milano o Roma i tentativi di stigmatizzazione (un cartello “vino senza solfiti ma buono” o un ristoratore che definisce i vini naturali “quelli che puzzano”) brillano ormai per goffaggine; nelle città piccole, in provincia, in campagna, per proporre una carta di soli naturali ci vuole molto coraggio. Ordinare un vino naturale in un’osteria di Poggibonsi è qualcosa che potrei fare solo per allargare il mio repertorio comico. Eppure, scoprire i produttori del lago di Bolsena è un grande spreco se poi riescono a vendere solo a Roma e Tokyo, ma non, per dire, sullo stesso Lago di Bolsena. Ogni conquista ha i suoi tempi, credo

Se c’è una cosa che risveglia in me un vago senso di allarme è semmai questa: la gara di purezza a chi è più naturale. Una gara a tratti tribale, basata su un linguaggio assoluto e iperbolico, spesso condensato in slogan (“perché lo slogan è fascista di natura”, cantava un idolo della mia adolescenza). Un limpido esempio di questa deriva è il coro del NoSo2, il rivendicare l’assenza di solfiti aggiunti come se fosse l’unica cosa davvero importante – e lo dice una che preferisce bere vini senza solfiti aggiunti. Una simile retorica espone a due tipi di vulnerabilità. Da una parte distrae dall’importanza dell’approccio agricolo e dell’etica ambientale, che è ben più difficile da raccontare per slogan. Dall’altra, rende più facile per l’industria emulare il naturale e prendersi molti di quei ventenni curiosi, fabbricando un vino industriale “senza solfiti” oppure “non filtrato”. Le grandi aziende hanno i mezzi enologici per farlo (lo hanno già fatto) e un marketing smaliziato, capace di raccontarlo.

Per il resto, ci muoviamo sul crinale tra anarchia e bellezza, tra i vari assestamenti di un’avanguardia. Come procedere senza sbandare troppo, questa è la domanda. Ad esempio proteggendo le conquiste più preziose. Quella basilare, l’aspetto politico dell’agricoltura: ricordarci che chi coltiva la vigna proteggendo la qualità dell’aria e suolo sta facendo un servizio per tutti. E poi la diversità, la diversità ha sempre ragione, che la si tratti da principio biologico o filosofico. Proteggere la diversità nel vino naturale vuol dire pensare il vino come un’ampia gamma di sfumature tra l’irriverente e il classico; accettare la diversità di gusti senza prenderla come affronto o volgarizzazione; e soprattutto godersi l’idea che ogni territorio, ogni produttore e annata, ogni calice, sia fonte di sorpresa. La sorpresa va allenata – per sorprendersi davvero bisogna avere delle attese, cioè conoscere il contesto – ma in fin dei conti mantiene giovani. “

Grazie Diletta!

ATTENZIONE! PER CAUSE DI PRECAUZIONE SANITARIA QUESTA EVENTO È STATO RINVIATO!!! NUOVA DATA A BREVE!

Un’incontro per circa 40 produttori di vino proveniente da tutta Italie e Europa, con un dettaglio in comune: i vini selvaggi.

E perché “selvaggi”?

Sono “Vini Selvaggi” perché amano vivere in libertà e non essere condizionati dalle convenzioni. 

Siamo certi ormai che, molti di voi sappiano di che cosa stiamo parlando, lo raccontiamo sempre, e ora ribadiamo il concetto: il vino può essere salubre oltre che buono, ma è un fatto obbligato per la selezione di Arkè, dove il significato del “può” non esiste più, e regna sovrano il verbo ” deve”.

I vini del nostro catalogo e i vini presenti a questa manifestazione non prevedono interventi chimici in vigna o in cantina, aggiustatine e modifiche con polverine, filtri o altro che spesso sono consentiti dalla legge enologica, ma che modificano i gusti, i territori di provenienza e danneggiano alla salute.

Il vino non è una necessita nella nostra dieta, bensí un piacere. E perchè un piacere dovrebbe nuocere alla nostra salute? perchè dovremmo oscurare i nostri palati con sapori ” finti” corretti e abbelliti? a che scopo finale?

Ecco allora un nuovo evento a cui potete partecipare, per conoscere ancora una volta da vicino i produttori che parteciperanno a Vini Selvaggi sarà a Roma Domenica 22 Marzo, dalle ore 11.00 alle ore 19.00 presso il Radisson Blu es. Hotel, a pochi passi dalla stazione Termini , e saranno presenti i seguenti produttori dalla selezione Arkè:

Dal loro manifesto ne estrapoliamo una parte :

“…Territori e produttori diversi con una peculiarità che li accomuna e li caratterizza tutti: la tecnica di vinificazione naturale che permette al territorio di esprimersi senza alcun filtro o mistificazione. 

Tutti i vini presentati in degustazione, infatti, non prevedono alcuna aggiunta di prodotti enologici – pur consentiti per legge – atti a modificare e correggere il vino. Il ricorso all’utilizzo di solfiti è evitato dalla maggioranza dei produttori o, al massimo, utilizzato in quantità trascurabili. 

Il lavoro di ideazione e progettazione dell’evento nasce dalla volontà di Lorenzo Macinanti – uno degli ideatori di Vini Selvaggi – di mettere insieme produttori provenienti da territori spesso sottovalutati e poco conosciuti al grande pubblico, perché per lui «il vino significa aggregazione e valorizzazione della diversità». La sua fonte di  ispirazione sono le numerose fiere e degustazioni nelle diverse città europee che hanno come scopo la divulgazione e soprattutto la diffusione della conoscenza tra i più giovani che non solo sono appassionati, ma rappresentano i nuovi e più curiosi consumatori.

Frank Head Testa, musicista e produttore di vino naturale in Spagna e altro autore di Vini Selvaggi, sostiene con fermezza che il vino può essere davvero fatto senza dover scendere a compromessi ed essere incredibilmente buono: «perché non siamo noi che accompagniamo il vino, bensì è lui a portarci per mano: la natura ha sempre ragione».

Per tutte queste ragioni e per l’idea di un evento così poco convenzionale, Giulia Arimattei, responsabile comunicazione visiva del progetto Vini Selvaggi, ha voluto che il loro modo di comunicare fosse contemporaneo, il più possibile coinvolgente per un nuovo pubblico di curiosi ed a tratti irriverente, in linea con la loro filosofia. Sostiene, infatti, che «all’estero il vino naturale è materia in grado di incuriosire nuovi consumatori, la comunicazione è al passo con i tempi ed aiuta ad identificare meglio l’estro del produttore, lasciando così in secondo piano le denominazioni dei territori che oggi hanno sempre meno valore e significato in relazione alla qualità del prodotto»….”

Ci saranno anche momenti dedicati all’approfondimento e ai dettagli e noi
saremo presenti anche con l’Azienda Agricola La Biancara per una masterclass con una verticale di Pico con 6 diverse annate

  • 2006
  • 2008
  • 2010
  • 2013
  • 2015
  • 2017

Il Pico è il bianco più importante dell’azienda, pura Garganega, selezionata nelle colline piu’ alte e vocate di Gambellara, inizia la sua fermentazione spontaneamente. L’affinamento avviene in grandi botti da 15 hl per 12 mesi. Viene imbottigliato senza filtrazione e solfiti aggiunti. Nelle annate migliori viene anche proposto nella versione “separata” dei tre cru, ossia Monte di Mezzo, Faldeo e Taibane. Un bianco dalle enormi caratteristiche e altissima godibilità.

Vi aspettiamo a Roma!

Una nuova collaborazione per Arkè: scendiamo nel Sud, e precisamente nella “punta” del nostro stivale circondata da ben due mari, il Mar Tirreno e il Mar Ionio : dalla Calabria vi presentiamo Masseria Perugini. Loro sono Pasquale, Daniela e Giampiero i quali lavorano, in provincia di Cosenza, producendo vino, olio, fichi, agrumi, grano, farine e molto altro. Una vera Azienda Agricola a tutti gli effetti.

“E’ solo da un incontro di anime che prendono vita i sogni…” questo è il motto.

La storia di Masseria Perugini parte come impresa individuale guidata da Pasquale Perugini che, una volta completati gli studi in economia e commercio, decide di seguire personalmente la gestione dell’azienda di famiglia. Il sogno cerca realizzazione qualche tempo dopo, creando l’Azienda Agricola Masseria Perugini, azienda in biologico dal 1998, ben prima che l’andazzo biologico nel mondo in generale prendesse piede, dove spesso il concetto di coltivazione bio viene distorto e travisato, e concepito soltanto come scopo commerciale: invece qui, da Pasquale trova radici oneste e profonde.
Ad oggi la gestione del vigneto e della cantina viene condotta da due Daniela De Marco e Giampiero Ventura.
L’entusiasmo dei nuovi collaboratori colpiscono Pasquale e dopo poco tempo la collaborazione si fa più ampia ed intensa, fino a sfociare in un vero e proprio sodalizio professionale!

Daniela al lavoro in cantina

Nuove etichette vengono prodotte ed anche nuovi metodi di fermentazione dei mosti e affinamenti per le uve di Mantonico, Malvasia Bianca, Guarnaccino, Magliocco e Greco.

Eccovi la presentazione ufficiale dell’azienda:

” Masseria Perugini è una piccola cantina situata nella bella Calabria, in provincia di Cosenza, nella contrada Prato: questa particolare zona compare per la prima volta in una pergamena datata 31 marzo 1065, dove vi erano segnati i territori di proprietà dell’Abbazia della Matina, area che attualmente possiamo definire quindi “storica”, per la coltivazione della vigna.

Masseria Perugini coltiva la vite in un territorio vivo e ricco di biodiversità, collocato geograficamente tra il Parco Nazionale della Sila e quello del Pollino, tra le morbide colline di altezze tra i 200 e i 400 mt con terreno composto prevalentemente da argilla e calcare, ed un ottimo microclima ventilato. Il proprietario storico è Pasquale Perugini ed è una delle realtà più attive della provincia di Cosenza, fin dagli inizi dello scorso secolo, per quanto riguarda la produzione di olio, fichi, agrumi, grano e farine e per l’allevamento di pecore.
Nel 1998 l’azienda si converte al biologico, ben prima quindi, che potesse divenire “una moda”, e lo eleva al massimo livello, considerando questa via come unica da intraprendere per valorizzare territorio e sensibilizzare, oltre che rispettare, il consumatore finale.

Nel 2015 avviene un’importante svolta all’interno della gestione dell’azienda: si inseriscono Daniela e Giampiero con metodi produttivi freschi e giovanili, producono insieme i vini che possiamo tutt’oggi assaggiare. I vitigni piantati son quelli tipici della zona: Mantonico, Magliocco, Malvasia Bianca, Guarnaccino e Greco coltivate in modo naturale senza ausilio di prodotti chimici, pesticidi, erbicidi; la vendemmia rigorosamente manuale per rispettare il frutto dalla pianta al bicchiere, fermentazione spontanea e pochissima solforosa usata solo al bisogno ma che rimane comunque sotto ai 30 mg/l.

Un’altra meravigliosa realtà con cui siamo molto felici di poter collaborare!”

Uno degli appuntamenti più interessanti del mese di febbraio è Vinnatur Genova, evento che si ripete ogni 2 anni con un cospicuo riscontro tra il pubblico degli amanti del vino buono e naturale.

Quest’anno l’appuntamento è il 23 e 24 febbraio 2020 presso i Magazzini del Cotone del Porto di Genova, in un Salone di Degustazione esclusivo che vedrà la presenza di 100 vignaioli europei ed oltre 500 vini in assaggio, dalle ore 11.00 alle ore 19.00 in entrambi in giorni.

I produttori di Arkè presenti saranno tanti e nel dettaglio ecco chi e a quale tavolo trovarli (ho creato una piccola mappa con i cerchietti azzurri che vi può aiutare nella ricerca!) :

  • Casa Belfi, tavolo 99
  • La Biancara, tavolo 100
  • Il Cavallino, tavolo 98
  • Podere Santa Maria, tavolo 76
  • Pacina, tavolo 77
  • Cascina Borgatta, tavolo 48
  • Valli Unite, tavolo 49
  • reyter, tavolo 14
  • Podere San Biagio, tavolo 13
  • Masseria Perugini, tavolo 17
  • Masseria Starnali, tavolo 21
  • Cinque Campi, tavolo 22
  • Camillo Donati, tavolo 23
  • Cantine Riccardi-Reale, tavolo 32
  • Franco Terpin, tavolo 31

L’evento VinNatur Genova vedrà ancora protagonisti i Vignaioli in una serie di eventi serali sparsi nella città, ” Vinnatur Genova Off ” in collaborazione con ristoranti, osterie ed enoteche dove troveremo gli stessi produttori nei panni di abili Osti, dove racconteranno dei loro vini e della loro terra in abbinamento ricette dedicate.

Ecco qui i locali e i vigneron nel dettaglio:

  • Pacina sarà presente sabato 22 presso Troeggi
  • Casa Belfi lo troveremo alla Trattoria sabato 22 febbraio
  • Az. Agricola Terpin saranno ospiti presso il Ristorante Dega sabato 22 febbraio

Un week-end ricco, ricchissimo di eventi e tanti momenti diversi per conoscere i produttori, per assaggiare i loro vini e per passare dei bei momenti assieme. Come al solito Genova rimane una delle nostre città del cuore, dove si sta bene, si mangia e si beve bene e dove è sempre piacevole tornare.

Per info più dettagliate potete consultare il sito di Vinnatur per il Salone di degustazione e vi consigliamo di contattare direttamente i locali per assicurarvi il proprio posto per le serate con il produttore!

Ci vediamo a Genova !

Abbiamo parlato con 6 osti di vino, del servizio e delle curiosità che si vivono da dietro al bancone quando si sceglie di proporre vini autentici, vivi, onesti, di territorio se preferite chiamarli cosí e il termine naturale non vi piace… e questa è una delle interviste che troverete all’interno del nostro catalogo 2020: un giovane Oste lavora nella bella Milano, propone con passione vini di vignaioli “autentici”, compositori di vini naturali: lo trovate a scaraffare bottiglie e a dare buoni consigli in Enoteca Naturale !

” Troppo spesso cio che passa è un’esaltazione dei difetti, come se nel mondo del vino naturale ogni risultato fosse ammesso.” ci dice. Nulla di più vero, giovane il nostro Oste, ma saggio.

Ecco qui l’intervista a Rocco Tomass Galasso:

 Quando hai bevuto la tua prima bottiglia di vino naturale (o artigianale o tradizionale come un Barbacarlo o un Valentini) e che effetto ti ha fatto?

Mi sono avvicinato al mondo dei vini naturali un po’ per caso, non davo troppo peso al vino, né al sapore né alla provenienza, soprattutto alla sua veridicità. Mi capitò sotto mano il libro di Arianna Occhipinti, mi incuriosì la sincerità delle sue parole e di come il vino le avesse, in qualche qualmodo, cambiato la vita. Sono passati ormai sei anni da quando assaggiai il suo SP68 rosso. Se devo pensare ad una bottiglia che mi ha fatto scegliere che la strada del bancone fosse quella giusta, scelgo senza dubbio il Ceresuolo 2010 di Valentini.

Cosa non va o cosa cambieresti nel movimen- to dei vini naturali?

Il mondo del vino naturale sta crescendo molto e molto in fretta. Se questa è una cosa che ovviamente non può che farmi piacere, vorrei che da parte di tutti, addetti del settore e clienti, ci fosse più consapevolezza nella narrazione del settore. Troppo spesso ciò che passa è un’e- saltazione dei difetti, come se nel mondo del vino naturale ogni risultato fosse ammesso. Riduzioni, acetiche ecc. vanno accolte esemmai spiegate nella maniera più corretta.

Qual è stata la reazione più curiosa o bizzarra che ha avuto un cliente dopo aver degustato per la prima volta un vino naturale?

Non posso non che citare un signore che è stato per anni il nostro miglior cliente nonché, oggi, un grande amico, Odino. Per quanto apprezzasse il mondo del vino e si fosse interessato anche al movimento del naturale, in realtà beveva principalmente birra. Questo mi ha fatto riflettere su quanto siano importanti la proposta e l’impronta che tutti noi scegliamo per i nostri locali, su come a fare la differenza sia ancora chi sta dai due lati del bancone. Se poi dovessi citare la cosa più bizzarra che mi sia mai successa, non posso non ricordare un cliente che ordinando mi chiese “un prosecco, fermo, francese”.

Con questi vini non filtrati o col fondo, caraffa sì o caraffa no?

Non sono assenza di filtrazione o fondo a fare la necessità di scaraffare un vino. L’aspetto visivo, pure quando il vino risulta opaco, è anzi la cosa che spesso spaventa meno i clienti, anche quando non hanno una grande conoscenza del mondo dei vini naturali. Piuttosto scarafferei un vino per esaltarne i profili gustativi o olfattivi: l’ultima bottiglia che mi è capitato di scaraffare è il Fuori dal tempo di Radikon, una bella fortuna.

Parlaci di un vino che ami del nostro catalogo.

Sono molto legato, anche personalmente, al Patapon Rouge di Nathalie Gaubicher. Il suo è stato il primo Pinot d’Aunis che ho bevuto: le sue note boschive e selvatiche mi hanno sedotto e fatto comprendere quanto il terroir della Loira possa essere allo stesso tempo elegante e aggressivo.”

Grazie Amico Oste!

Luca e Claudia Saccomani li abbiamo conosciuti in una fiera di vini a Cesena qualche tempo fa e, come spesso succede durante le degustazioni in fiera , rimane impresso uno, massimo due produttori, vuoi per le tante persone attorno ai banchetti, vuoi per i numerosi assaggi che confondono le papille gustative.

Loro due in mezzo a molti ci sono rimasti impressi e siamo tornati almeno due volte a degustare i vini: ci hanno colpito per la loro grande bevibilità, per la loro onestà come persone, caratteristiche ritrovate anche nei loro vini: erano davvero speciali… che freschezze!

Nonostante come la tradizione vuole si trattasse anche di qualche vino leggermente abboccato, ce li immaginavamo con un bel piatto di salumi come vuole la tradizione.

E cosí, alcuni mesi dopo, abbiamo preso la macchina e siamo andati a Diolo, provincia di Piacenza, a vedere da vicino la famiglia Saccomani e le loro vigne.

La zona è davvero molto bella ed interessante dal punto di vista territoriale: geologicamente ricchissimo di fossili risalenti al periodo del Pliocene mediterraneo, troviamo un terreno ricco di sabbia e argilla.

Luca arriva per primo, aprendo il portone della cantina: traspare una leggera timidezza e un sorriso grande, dettaglio che poi ritrovo anche nella sorella Claudia che porta lo stesso sorriso contagioso.

Il clima invernale ci impedisce di godere appieno del panorama (ma promettiamo di tornarci appena la bella stagione): dolci colline contornano la vista attorno all’azienda per un totale di 12 ettari, in alture comprese tra i 200 e i 300 mt s.l.m., certificati biologici: attorno alla vite viene mantenuto un soffice manto erboso, ed in vigna si lavora per lo più manualmente.

I loro vini sono tipici della zona di produzione e troviamo Ortrugo, Verdea, Malvasia, Trebbian, Bonarda, Barbera, Lancellotta, Croatina, Merlot ed un incrocio di origine francese, il Marsanne.

I loro sono per la maggior parte vini rifermentati in bottiglia e Luca ci spiega che a grandi linee funziona cosí: “I vini, dopo la prima fermentazione, restano con un certo residuo zuccherino e con un’acidità assai elevata. Questa acidità favorisce la rifermentazione nella primavera successiva. Per tradizione, imbottigliamo nella settimana di Pasqua, e poi il vino riparte a fermentare, creando le bollicine naturali, e l’imbottigliamento si fa sempre seguendo le lune, come da antica tradizione.”

Da quest’anno sono diventati soci anche dell’Associazione Vinnatur, e quindi presenti alla fiera del dove li potrete conoscere di persona dal 18 al 20 Aprile 2020, oltre che nella nostra selezione Arkè.

Benvenuti ragazzi!