“Ho scritto una cosa per il nuovo catalogo di Arkè Distribuzione Vini Naturali. Qualche mese fa Francesco Maule mi ha chiesto di esplorare il mio punto di vista sul presente e sulle prospettive del movimento dei vini naturali. E mi sono ricordata di una conversazione, durante un aperitivo post vendemmia, in cui un canadese e un’australiana mi hanno spiegato cosa è un fucked up wine. Sono partita da lì.”

Cosí presenta Diletta nella pagina di uno dei suoi social, il pezzo scritto per noi di Arkè, per il nostro Catalogo 2020.

Diletta Sereni scrive di cibo e agricoltura per Vice e altre testate. Ha un dottorato in semiotica e ha insegnato semiotica a IED Milano e co-fondato la società di ricerche “Squadrati“. Ha collaborato alla scrittura di due libri: “Le Sette Virtù del cibo” (Fondazione Feltrinelli) e “L’Italia di vino in vino” (Altreconomia).

Una super donna dalle moltiplici risorse e per noi è degna di essere una Psychedelic Rock Woman, irriverente e capace di raccontare le cose in maniera diretta ma elegante, esattamente come l’era musicale di nostra ispirazione per il Catalogo 2020: riassume in sè un concentrato di energie nuove ma consapevoli, e che lasceranno il segno. Ormai lo sapete quanto amiamo la musica.

Ma torniamo a Diletta, ecco quello che ha composto per noi, le avevamo chiesto, come spunto iniziale, una sua personale visione dello stato dell’arte attuale (e futuribile) del movimento del vino naturale…

” Una sera di settembre, nella campagna senese, mi sono trovata a discutere di vino insieme a un canadese e un’australiana. Entrambi miei coetanei (trentaqualcosa), entrambi impiegati in ristoranti famosi per la cura delle materie prime e per le brillanti carte di vini naturali. Per una deformazione da semiotica che mi condanna a pensare il linguaggio come un modo per dare forma al mondo, prima ancora che descriverlo, ho chiesto loro: che parole usano i clienti che si affacciano al vostro bancone, per ordinare un vino, per farvi capire cosa vogliono bere? Ce ne sono tante, ovviamente, ma loro si ricordano soprattutto queste due: “crazy wine” mi dice l’australiana. “Fucked up wine” rincara il canadese. Mi spiegano che chi chiede un crazy o fucked up wine (che non è grave come sembra ma indica un vino che stupisce, spiazza), vuole bere qualcosa che li porti fuori dal conosciuto, dal consueto, ed è pronto a bere un vino irregolare (da noi si dice “funky”). Spesso mirano a vini freschi e leggeri, perché questo stile sta vivendo il suo momento di gloria, ma non solo e probabilmente non per sempre. Quello che mi interessa è che ci sia, dal Canada all’Australia, una schiera di bevitori, tendenzialmente giovani, che imposta le proprie scelte su un’emozione così poco praticata nel consumo di vino fino ad appena qualche anno fa: la sorpresa.

Se allarghiamo lo sguardo: l’attrazione verso la sorpresa, l’apertura alla diversità, sono tratti fondanti della cultura dei vini naturali, che è appunto nata in aperta opposizione all’omologazione, all’appiattimento generato da qualche decennio di viticoltura ed enologia industriale. Apertura alla diversità che riguarda anche la geografia, cioè l’aver portato l’attenzione su territori trascurati dalle traiettorie del vino eppure vocati alla sua produzione: il lago di Bolsena, le colline Lucchesi, la Val Camonica…

Infine, tendere alla sorpresa va a scardinare uno dei capisaldi della scuola di degustazione classica, impostata invece sul riconoscimento: la consacrazione delle etichette e dei terroir, il sofisticato modo di ricondurre il gusto di un vino a una griglia di caratteristiche già previste, già depositate. Il considerare questa prevedibilità un valore. Il dogma che debba piacere a tutti la stessa cosa. All’opposto: aprirsi all’imprevedibile è parte dell’esperienza dei vini naturali, come non del tutto prevedibile è il processo di fermentazione e affinamento, se non guidato da additivi e manipolazioni.

Circa un anno fa usciva su Omnivore un articolo in cui Alice Feiring – prima grande divulgatrice e sostenitrice del movimento dei naturali – metteva in guardia dall’involuzione “modaiola” del consumo di vini naturali. In quel pezzo, il ricordo nostalgico delle prime Dive Bouteille viene affiancato alla superficialità di oggi: la velocità con cui i vini entrano in commercio abbassando la qualità media, le star di Instagram e i consumatori giovani e inesperti che finiscono per riconoscere un vino come naturale solo quando risponde a un certo stile “non finito” che spesso comprende dei difetti. I giovani che ordinano un “fucked up wine” rappresentano per Feiring la fine dell’utopia dei vini naturali.

Guardo all’attuale scena del vino naturale con meno sospetto e catastrofismo di quanto faccia Feiring e mi chiedo se questo non dipenda da un fatto anagrafico (e di esperienza). Il mio punto di osservazione è quello di chi ha iniziato a bere vini naturali nel 2012, che se ne è innamorata al punto da trasformarli, negli anni, in materia di lavoro; è il punto di osservazione di chi scrive per una testata (Vice Munchies, la redazione italiana ha aperto nel 2017) che tratta il vino quasi esclusivamente come vino naturale e che viene letta in gran parte da ventenni e trentenni.

Dal mio punto di vista, il fucked up è interessante. Mi sembra una fase addirittura necessaria, se intendiamo il vino come un fatto culturale: ogni avanguardia passa attraverso dei momenti di rottura, di provocazione, di esclusione e stigmatizzazione da parte della cultura da cui nasce, per poi depositarsi per prove e tentativi nel “gusto” più generale. È segno che la cultura è viva. E se stiamo qui a discutere se funky/fucked up sia bene o male, oltre a renderci infrequentabili per chiunque sia al di fuori della bolla del vino, contribuisce a tenerla viva.

Aggiungo al mio punto di vista quello di due ristoratori. Gianluca Ladu (Vinoir, Milano) sottolinea i lati positivi: quando ha aperto il locale nel 2012, mi dice, il suo pubblico era fortemente basato sul nocciolo duro di esperti e appassionati. Era raro vedere entrare dei ventenni. Invece da due-tre anni (complice anche il successo delle università di scienze gastronomiche) molti ventenni frequentano il locale non solo con curiosità, ma anche con una prima infarinatura e stimoli colti. Molti di questi ventenni vivono la passione per il vino naturale o la gastronomia in generale come una priorità, qualcosa per cui spendere i primi soldi guadagnati; hanno insomma una coscienza gastronomica assai più sfaccettata di quella dei ventenni degli anni Novanta e dei primi Duemila. Come fai a non essere ottimista di fronte a questo, mi dice, anche se vanno in fissa temporanea per un solo tipo di vino (rifermentato, ossidativo, dissetante), anche se bevono vini naturali per moda, sono tutte persone che in altri tempi hanno bevuto birra, e della peggior specie.

Gaetano Saccoccio (Rimessa Roscioli, Roma) mi porta invece verso le vulnerabilità dei bevitori più giovani: il mercato del vino naturale, dice, è in questo momento un terreno scivoloso per chi non ha esperienza e strumenti solidi per leggerne le ambiguità. Da una parte c’è l’industria del vino che cavalca alcune parole magiche (“non filtrato”, “senza solfiti”, “in anfora”) svuotandole di storia e di etica di produzione: è un marketing opportunista che crea grande confusione, soprattutto in chi deve ancora formarsi uno spirito critico. Dall’altra, continua, la fissazione per il vino funky (o orange eccetera) va bene finché resta davvero un elemento di libertà, ma diventa pericolosa quando si irrigidisce su alcune caratteristiche e – il suo parere converge qui con quello di Alice Feiring – anziché creare complessità, finisce per ridurla.

Fare parte di un’avanguardia ci diverte ed emoziona e facciamo così tanto rumore che ce lo scordiamo: siamo un bruscolo nel mare. Non mi avventuro nei dati perché non ce ne sono di attendibili, ma dico due cose su cui a buon senso possiamo concordare: (1) il mercato dei naturali cresce ogni anno (2) in un settore però ancora largamente dominato dall’approccio convenzionale/industriale (al 95%? 90%?). Sulla scia di esperienze-faro, come quella del Noma, molta ristorazione stellata o parastellata si è convertita al naturale e i vini naturali si stanno ritagliano uno spazio (più o meno ghettizzato) nelle carte della ristorazione tradizionale e nelle pagine degli e-commerce generalisti.

Allo stesso tempo, il “naturale” resta un fenomeno largamente ancorato alle città. Se a Milano o Roma i tentativi di stigmatizzazione (un cartello “vino senza solfiti ma buono” o un ristoratore che definisce i vini naturali “quelli che puzzano”) brillano ormai per goffaggine; nelle città piccole, in provincia, in campagna, per proporre una carta di soli naturali ci vuole molto coraggio. Ordinare un vino naturale in un’osteria di Poggibonsi è qualcosa che potrei fare solo per allargare il mio repertorio comico. Eppure, scoprire i produttori del lago di Bolsena è un grande spreco se poi riescono a vendere solo a Roma e Tokyo, ma non, per dire, sullo stesso Lago di Bolsena. Ogni conquista ha i suoi tempi, credo

Se c’è una cosa che risveglia in me un vago senso di allarme è semmai questa: la gara di purezza a chi è più naturale. Una gara a tratti tribale, basata su un linguaggio assoluto e iperbolico, spesso condensato in slogan (“perché lo slogan è fascista di natura”, cantava un idolo della mia adolescenza). Un limpido esempio di questa deriva è il coro del NoSo2, il rivendicare l’assenza di solfiti aggiunti come se fosse l’unica cosa davvero importante – e lo dice una che preferisce bere vini senza solfiti aggiunti. Una simile retorica espone a due tipi di vulnerabilità. Da una parte distrae dall’importanza dell’approccio agricolo e dell’etica ambientale, che è ben più difficile da raccontare per slogan. Dall’altra, rende più facile per l’industria emulare il naturale e prendersi molti di quei ventenni curiosi, fabbricando un vino industriale “senza solfiti” oppure “non filtrato”. Le grandi aziende hanno i mezzi enologici per farlo (lo hanno già fatto) e un marketing smaliziato, capace di raccontarlo.

Per il resto, ci muoviamo sul crinale tra anarchia e bellezza, tra i vari assestamenti di un’avanguardia. Come procedere senza sbandare troppo, questa è la domanda. Ad esempio proteggendo le conquiste più preziose. Quella basilare, l’aspetto politico dell’agricoltura: ricordarci che chi coltiva la vigna proteggendo la qualità dell’aria e suolo sta facendo un servizio per tutti. E poi la diversità, la diversità ha sempre ragione, che la si tratti da principio biologico o filosofico. Proteggere la diversità nel vino naturale vuol dire pensare il vino come un’ampia gamma di sfumature tra l’irriverente e il classico; accettare la diversità di gusti senza prenderla come affronto o volgarizzazione; e soprattutto godersi l’idea che ogni territorio, ogni produttore e annata, ogni calice, sia fonte di sorpresa. La sorpresa va allenata – per sorprendersi davvero bisogna avere delle attese, cioè conoscere il contesto – ma in fin dei conti mantiene giovani. “

Grazie Diletta!

ATTENZIONE! PER CAUSE DI PRECAUZIONE SANITARIA QUESTA EVENTO È STATO RINVIATO!!! NUOVA DATA A BREVE!

Un’incontro per circa 40 produttori di vino proveniente da tutta Italie e Europa, con un dettaglio in comune: i vini selvaggi.

E perché “selvaggi”?

Sono “Vini Selvaggi” perché amano vivere in libertà e non essere condizionati dalle convenzioni. 

Siamo certi ormai che, molti di voi sappiano di che cosa stiamo parlando, lo raccontiamo sempre, e ora ribadiamo il concetto: il vino può essere salubre oltre che buono, ma è un fatto obbligato per la selezione di Arkè, dove il significato del “può” non esiste più, e regna sovrano il verbo ” deve”.

I vini del nostro catalogo e i vini presenti a questa manifestazione non prevedono interventi chimici in vigna o in cantina, aggiustatine e modifiche con polverine, filtri o altro che spesso sono consentiti dalla legge enologica, ma che modificano i gusti, i territori di provenienza e danneggiano alla salute.

Il vino non è una necessita nella nostra dieta, bensí un piacere. E perchè un piacere dovrebbe nuocere alla nostra salute? perchè dovremmo oscurare i nostri palati con sapori ” finti” corretti e abbelliti? a che scopo finale?

Ecco allora un nuovo evento a cui potete partecipare, per conoscere ancora una volta da vicino i produttori che parteciperanno a Vini Selvaggi sarà a Roma Domenica 22 Marzo, dalle ore 11.00 alle ore 19.00 presso il Radisson Blu es. Hotel, a pochi passi dalla stazione Termini , e saranno presenti i seguenti produttori dalla selezione Arkè:

Dal loro manifesto ne estrapoliamo una parte :

“…Territori e produttori diversi con una peculiarità che li accomuna e li caratterizza tutti: la tecnica di vinificazione naturale che permette al territorio di esprimersi senza alcun filtro o mistificazione. 

Tutti i vini presentati in degustazione, infatti, non prevedono alcuna aggiunta di prodotti enologici – pur consentiti per legge – atti a modificare e correggere il vino. Il ricorso all’utilizzo di solfiti è evitato dalla maggioranza dei produttori o, al massimo, utilizzato in quantità trascurabili. 

Il lavoro di ideazione e progettazione dell’evento nasce dalla volontà di Lorenzo Macinanti – uno degli ideatori di Vini Selvaggi – di mettere insieme produttori provenienti da territori spesso sottovalutati e poco conosciuti al grande pubblico, perché per lui «il vino significa aggregazione e valorizzazione della diversità». La sua fonte di  ispirazione sono le numerose fiere e degustazioni nelle diverse città europee che hanno come scopo la divulgazione e soprattutto la diffusione della conoscenza tra i più giovani che non solo sono appassionati, ma rappresentano i nuovi e più curiosi consumatori.

Frank Head Testa, musicista e produttore di vino naturale in Spagna e altro autore di Vini Selvaggi, sostiene con fermezza che il vino può essere davvero fatto senza dover scendere a compromessi ed essere incredibilmente buono: «perché non siamo noi che accompagniamo il vino, bensì è lui a portarci per mano: la natura ha sempre ragione».

Per tutte queste ragioni e per l’idea di un evento così poco convenzionale, Giulia Arimattei, responsabile comunicazione visiva del progetto Vini Selvaggi, ha voluto che il loro modo di comunicare fosse contemporaneo, il più possibile coinvolgente per un nuovo pubblico di curiosi ed a tratti irriverente, in linea con la loro filosofia. Sostiene, infatti, che «all’estero il vino naturale è materia in grado di incuriosire nuovi consumatori, la comunicazione è al passo con i tempi ed aiuta ad identificare meglio l’estro del produttore, lasciando così in secondo piano le denominazioni dei territori che oggi hanno sempre meno valore e significato in relazione alla qualità del prodotto»….”

Ci saranno anche momenti dedicati all’approfondimento e ai dettagli e noi
saremo presenti anche con l’Azienda Agricola La Biancara per una masterclass con una verticale di Pico con 6 diverse annate

  • 2006
  • 2008
  • 2010
  • 2013
  • 2015
  • 2017

Il Pico è il bianco più importante dell’azienda, pura Garganega, selezionata nelle colline piu’ alte e vocate di Gambellara, inizia la sua fermentazione spontaneamente. L’affinamento avviene in grandi botti da 15 hl per 12 mesi. Viene imbottigliato senza filtrazione e solfiti aggiunti. Nelle annate migliori viene anche proposto nella versione “separata” dei tre cru, ossia Monte di Mezzo, Faldeo e Taibane. Un bianco dalle enormi caratteristiche e altissima godibilità.

Vi aspettiamo a Roma!

Una nuova collaborazione per Arkè: scendiamo nel Sud, e precisamente nella “punta” del nostro stivale circondata da ben due mari, il Mar Tirreno e il Mar Ionio : dalla Calabria vi presentiamo Masseria Perugini. Loro sono Pasquale, Daniela e Giampiero i quali lavorano, in provincia di Cosenza, producendo vino, olio, fichi, agrumi, grano, farine e molto altro. Una vera Azienda Agricola a tutti gli effetti.

“E’ solo da un incontro di anime che prendono vita i sogni…” questo è il motto.

La storia di Masseria Perugini parte come impresa individuale guidata da Pasquale Perugini che, una volta completati gli studi in economia e commercio, decide di seguire personalmente la gestione dell’azienda di famiglia. Il sogno cerca realizzazione qualche tempo dopo, creando l’Azienda Agricola Masseria Perugini, azienda in biologico dal 1998, ben prima che l’andazzo biologico nel mondo in generale prendesse piede, dove spesso il concetto di coltivazione bio viene distorto e travisato, e concepito soltanto come scopo commerciale: invece qui, da Pasquale trova radici oneste e profonde.
Ad oggi la gestione del vigneto e della cantina viene condotta da due Daniela De Marco e Giampiero Ventura.
L’entusiasmo dei nuovi collaboratori colpiscono Pasquale e dopo poco tempo la collaborazione si fa più ampia ed intensa, fino a sfociare in un vero e proprio sodalizio professionale!

Daniela al lavoro in cantina

Nuove etichette vengono prodotte ed anche nuovi metodi di fermentazione dei mosti e affinamenti per le uve di Mantonico, Malvasia Bianca, Guarnaccino, Magliocco e Greco.

Eccovi la presentazione ufficiale dell’azienda:

” Masseria Perugini è una piccola cantina situata nella bella Calabria, in provincia di Cosenza, nella contrada Prato: questa particolare zona compare per la prima volta in una pergamena datata 31 marzo 1065, dove vi erano segnati i territori di proprietà dell’Abbazia della Matina, area che attualmente possiamo definire quindi “storica”, per la coltivazione della vigna.

Masseria Perugini coltiva la vite in un territorio vivo e ricco di biodiversità, collocato geograficamente tra il Parco Nazionale della Sila e quello del Pollino, tra le morbide colline di altezze tra i 200 e i 400 mt con terreno composto prevalentemente da argilla e calcare, ed un ottimo microclima ventilato. Il proprietario storico è Pasquale Perugini ed è una delle realtà più attive della provincia di Cosenza, fin dagli inizi dello scorso secolo, per quanto riguarda la produzione di olio, fichi, agrumi, grano e farine e per l’allevamento di pecore.
Nel 1998 l’azienda si converte al biologico, ben prima quindi, che potesse divenire “una moda”, e lo eleva al massimo livello, considerando questa via come unica da intraprendere per valorizzare territorio e sensibilizzare, oltre che rispettare, il consumatore finale.

Nel 2015 avviene un’importante svolta all’interno della gestione dell’azienda: si inseriscono Daniela e Giampiero con metodi produttivi freschi e giovanili, producono insieme i vini che possiamo tutt’oggi assaggiare. I vitigni piantati son quelli tipici della zona: Mantonico, Magliocco, Malvasia Bianca, Guarnaccino e Greco coltivate in modo naturale senza ausilio di prodotti chimici, pesticidi, erbicidi; la vendemmia rigorosamente manuale per rispettare il frutto dalla pianta al bicchiere, fermentazione spontanea e pochissima solforosa usata solo al bisogno ma che rimane comunque sotto ai 30 mg/l.

Un’altra meravigliosa realtà con cui siamo molto felici di poter collaborare!”

Uno degli appuntamenti più interessanti del mese di febbraio è Vinnatur Genova, evento che si ripete ogni 2 anni con un cospicuo riscontro tra il pubblico degli amanti del vino buono e naturale.

Quest’anno l’appuntamento è il 23 e 24 febbraio 2020 presso i Magazzini del Cotone del Porto di Genova, in un Salone di Degustazione esclusivo che vedrà la presenza di 100 vignaioli europei ed oltre 500 vini in assaggio, dalle ore 11.00 alle ore 19.00 in entrambi in giorni.

I produttori di Arkè presenti saranno tanti e nel dettaglio ecco chi e a quale tavolo trovarli (ho creato una piccola mappa con i cerchietti azzurri che vi può aiutare nella ricerca!) :

  • Casa Belfi, tavolo 99
  • La Biancara, tavolo 100
  • Il Cavallino, tavolo 98
  • Podere Santa Maria, tavolo 76
  • Pacina, tavolo 77
  • Cascina Borgatta, tavolo 48
  • Valli Unite, tavolo 49
  • reyter, tavolo 14
  • Podere San Biagio, tavolo 13
  • Masseria Perugini, tavolo 17
  • Masseria Starnali, tavolo 21
  • Cinque Campi, tavolo 22
  • Camillo Donati, tavolo 23
  • Cantine Riccardi-Reale, tavolo 32
  • Franco Terpin, tavolo 31

L’evento VinNatur Genova vedrà ancora protagonisti i Vignaioli in una serie di eventi serali sparsi nella città, ” Vinnatur Genova Off ” in collaborazione con ristoranti, osterie ed enoteche dove troveremo gli stessi produttori nei panni di abili Osti, dove racconteranno dei loro vini e della loro terra in abbinamento ricette dedicate.

Ecco qui i locali e i vigneron nel dettaglio:

  • Pacina sarà presente sabato 22 presso Troeggi
  • Casa Belfi lo troveremo alla Trattoria sabato 22 febbraio
  • Az. Agricola Terpin saranno ospiti presso il Ristorante Dega sabato 22 febbraio

Un week-end ricco, ricchissimo di eventi e tanti momenti diversi per conoscere i produttori, per assaggiare i loro vini e per passare dei bei momenti assieme. Come al solito Genova rimane una delle nostre città del cuore, dove si sta bene, si mangia e si beve bene e dove è sempre piacevole tornare.

Per info più dettagliate potete consultare il sito di Vinnatur per il Salone di degustazione e vi consigliamo di contattare direttamente i locali per assicurarvi il proprio posto per le serate con il produttore!

Ci vediamo a Genova !

Abbiamo parlato con 6 osti di vino, del servizio e delle curiosità che si vivono da dietro al bancone quando si sceglie di proporre vini autentici, vivi, onesti, di territorio se preferite chiamarli cosí e il termine naturale non vi piace… e questa è una delle interviste che troverete all’interno del nostro catalogo 2020: un giovane Oste lavora nella bella Milano, propone con passione vini di vignaioli “autentici”, compositori di vini naturali: lo trovate a scaraffare bottiglie e a dare buoni consigli in Enoteca Naturale !

” Troppo spesso cio che passa è un’esaltazione dei difetti, come se nel mondo del vino naturale ogni risultato fosse ammesso.” ci dice. Nulla di più vero, giovane il nostro Oste, ma saggio.

Ecco qui l’intervista a Rocco Tomass Galasso:

 Quando hai bevuto la tua prima bottiglia di vino naturale (o artigianale o tradizionale come un Barbacarlo o un Valentini) e che effetto ti ha fatto?

Mi sono avvicinato al mondo dei vini naturali un po’ per caso, non davo troppo peso al vino, né al sapore né alla provenienza, soprattutto alla sua veridicità. Mi capitò sotto mano il libro di Arianna Occhipinti, mi incuriosì la sincerità delle sue parole e di come il vino le avesse, in qualche qualmodo, cambiato la vita. Sono passati ormai sei anni da quando assaggiai il suo SP68 rosso. Se devo pensare ad una bottiglia che mi ha fatto scegliere che la strada del bancone fosse quella giusta, scelgo senza dubbio il Ceresuolo 2010 di Valentini.

Cosa non va o cosa cambieresti nel movimen- to dei vini naturali?

Il mondo del vino naturale sta crescendo molto e molto in fretta. Se questa è una cosa che ovviamente non può che farmi piacere, vorrei che da parte di tutti, addetti del settore e clienti, ci fosse più consapevolezza nella narrazione del settore. Troppo spesso ciò che passa è un’e- saltazione dei difetti, come se nel mondo del vino naturale ogni risultato fosse ammesso. Riduzioni, acetiche ecc. vanno accolte esemmai spiegate nella maniera più corretta.

Qual è stata la reazione più curiosa o bizzarra che ha avuto un cliente dopo aver degustato per la prima volta un vino naturale?

Non posso non che citare un signore che è stato per anni il nostro miglior cliente nonché, oggi, un grande amico, Odino. Per quanto apprezzasse il mondo del vino e si fosse interessato anche al movimento del naturale, in realtà beveva principalmente birra. Questo mi ha fatto riflettere su quanto siano importanti la proposta e l’impronta che tutti noi scegliamo per i nostri locali, su come a fare la differenza sia ancora chi sta dai due lati del bancone. Se poi dovessi citare la cosa più bizzarra che mi sia mai successa, non posso non ricordare un cliente che ordinando mi chiese “un prosecco, fermo, francese”.

Con questi vini non filtrati o col fondo, caraffa sì o caraffa no?

Non sono assenza di filtrazione o fondo a fare la necessità di scaraffare un vino. L’aspetto visivo, pure quando il vino risulta opaco, è anzi la cosa che spesso spaventa meno i clienti, anche quando non hanno una grande conoscenza del mondo dei vini naturali. Piuttosto scarafferei un vino per esaltarne i profili gustativi o olfattivi: l’ultima bottiglia che mi è capitato di scaraffare è il Fuori dal tempo di Radikon, una bella fortuna.

Parlaci di un vino che ami del nostro catalogo.

Sono molto legato, anche personalmente, al Patapon Rouge di Nathalie Gaubicher. Il suo è stato il primo Pinot d’Aunis che ho bevuto: le sue note boschive e selvatiche mi hanno sedotto e fatto comprendere quanto il terroir della Loira possa essere allo stesso tempo elegante e aggressivo.”

Grazie Amico Oste!

Luca e Claudia Saccomani li abbiamo conosciuti in una fiera di vini a Cesena qualche tempo fa e, come spesso succede durante le degustazioni in fiera , rimane impresso uno, massimo due produttori, vuoi per le tante persone attorno ai banchetti, vuoi per i numerosi assaggi che confondono le papille gustative.

Loro due in mezzo a molti ci sono rimasti impressi e siamo tornati almeno due volte a degustare i vini: ci hanno colpito per la loro grande bevibilità, per la loro onestà come persone, caratteristiche ritrovate anche nei loro vini: erano davvero speciali… che freschezze!

Nonostante come la tradizione vuole si trattasse anche di qualche vino leggermente abboccato, ce li immaginavamo con un bel piatto di salumi come vuole la tradizione.

E cosí, alcuni mesi dopo, abbiamo preso la macchina e siamo andati a Diolo, provincia di Piacenza, a vedere da vicino la famiglia Saccomani e le loro vigne.

La zona è davvero molto bella ed interessante dal punto di vista territoriale: geologicamente ricchissimo di fossili risalenti al periodo del Pliocene mediterraneo, troviamo un terreno ricco di sabbia e argilla.

Luca arriva per primo, aprendo il portone della cantina: traspare una leggera timidezza e un sorriso grande, dettaglio che poi ritrovo anche nella sorella Claudia che porta lo stesso sorriso contagioso.

Il clima invernale ci impedisce di godere appieno del panorama (ma promettiamo di tornarci appena la bella stagione): dolci colline contornano la vista attorno all’azienda per un totale di 12 ettari, in alture comprese tra i 200 e i 300 mt s.l.m., certificati biologici: attorno alla vite viene mantenuto un soffice manto erboso, ed in vigna si lavora per lo più manualmente.

I loro vini sono tipici della zona di produzione e troviamo Ortrugo, Verdea, Malvasia, Trebbian, Bonarda, Barbera, Lancellotta, Croatina, Merlot ed un incrocio di origine francese, il Marsanne.

I loro sono per la maggior parte vini rifermentati in bottiglia e Luca ci spiega che a grandi linee funziona cosí: “I vini, dopo la prima fermentazione, restano con un certo residuo zuccherino e con un’acidità assai elevata. Questa acidità favorisce la rifermentazione nella primavera successiva. Per tradizione, imbottigliamo nella settimana di Pasqua, e poi il vino riparte a fermentare, creando le bollicine naturali, e l’imbottigliamento si fa sempre seguendo le lune, come da antica tradizione.”

Da quest’anno sono diventati soci anche dell’Associazione Vinnatur, e quindi presenti alla fiera del dove li potrete conoscere di persona dal 18 al 20 Aprile 2020, oltre che nella nostra selezione Arkè.

Benvenuti ragazzi!

CATALOGO 2020

20 Gennaio 2020

Finalmente online il nostro Catalogo 2020!

Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta e siamo orgogliosi di presentarvi il frutto di mesi e mesi di lavoro di recensioni e descrizioni, dei nostri vignaioli e dei loro vini.

Il tema come vi abbiamo anticipato nei scorsi blog, è sempre attorno allo speciale mondo della musica, sia perchè in Arkè se ne ascolta tanta, sia perchè la amiamo molto.

Il Psychedelic rock, nato alla fine degli anni ’60 con la cultura hippie-rock e precursore di tutto il nostro attuale progressive rock e di tutto l’hard rock. Un mood incentrato sullo slogan del Peace and Love, come raccontavano con ardore e convinzione gli hippy e che condividiamo a pieno in questo movimento del vino naturale fatto da grandi ideali che condividiamo, dove la “guerra” tra “i mondi” del vino oramai ha poco senso di esistere e sà di vecchio… ( a tal proposito avete letto l’articolo di Giampaolo? )

Tornando al nostro catalogo lo troverete totalmente rinnovato:

  • due nuovissime aziende, una dal nord Italia Saccomani, da Piacenza e una dal Sud, dalla bella Calabria Masseria Perugini: è entusiasmante rendersi conto che ci sono sempre più realtà portate alla produzione di vini naturali e di territorio, giovani ed intraprendenti!
  • nella parte editoriale che quest’anno può vantare un articolo di Diletta Sereni, scrittrice di Munchies, Il Corriere, Vice, e molti altri ed una delle autrici del libro L’Italia di Vino In Vino.
  • un articolo del nostro caro amico vignaiolo Marino Colleoni, un raro esempio di saggezza ed ampie vedute nel mondo del vino attuale.
  • nelle grafiche grazie alla storica collaborazione con i ragazzi di Ey Studio
  • nei contenuti con nuove interviste ai “nostri” Osti, amanti appassionati di vino e grandi divulgatori e mescitori: Diego Carraro di Vino Vero (Venezia), Ernesto Provenzano del Bar La Pausa (Genova), Simone Fanton di Vineria Parolin (Vicenza), Rocco Tomass Galasso di Enoteca Naturale (Milano), Gaetano Saccoccio di Rimessa Roscioli (Roma) e Marina Bersani di Enoteca Archer (Modena).

Vi ricordiamo la nostra presentazione ufficiale What Comes After? che terremo a Roma :

QUANDO: Lunedì 10 Febbraio

DOVE: Roma, presso la sede di Sviluppo Horeca Factory, via A. Pacinotti 63

COME

Ore 10 – 10,30 Accoglienza e registrazione

Dalle ore 10,30 fino alle 13. Convegno con: 

Solo per operatori del settore, per info scrivete a arke@vininaturali.it

and you? Walk On the Wine Side?

Un nuovo pezzo inedito scritto dal nostro Giampaolo Giacobbo ma condiviso in toto da tutti noi di Arkè.

Anche nel catalogo di quest’anno siamo tornati a confrontarci con i vari stili musicali che si sono succeduti nel corso degli anni in tutto il pianeta. Abbiamo così individuato un’alternanza interpretativa che parte da schemi molto rigidi per poi assistere a rivoluzioni che tendono ad allontanarsi dal dogma, quasi un rifiuto, che però poi rientra pian piano. Una sorta di pulizia intellettuale che si rende necessaria quando si eccede alla ricerca della perfezione abbandonando la spontaneità espressiva. E’ accaduto con il Progressive che è stato spodestato dal Punk che a sua volta si è affinato nel tempo. E’ accaduto nel vino.

Abbiamo paragonato la storia del vino naturale a parte della storia della musica Rock. Forse è meglio dire che abbiamo chiesto aiuto alla musica per capire il percorso che il movimento dei vini naturali sta facendo. Inizialmente lo abbiamo fatto quasi per provocazione, ma giorno per giorno ci siamo convinti che queste due strade viaggiano parallele. Forse perché entrambe sono amplificatori di sensazioni che risiedono dentro di noi e che emergono in maniera pura, senza filtri.

” Nella sede di Arkè ascoltiamo molta musica. La musica è parte di noi, come per la maggior parte delle persone, an- che se non la riteniamo solo una colonna sonora della giornata.

La musica è un linguaggio che spesso accomuniamo al vino. Quando non riusciamo ad esprimere le emozioni che il vino ci dona chiediamo aiuto alla musica, e viceversa. Raccontando le radici del movimento dei vini naturali, abbiamo preso come esempio uno dei momenti più reazionari della storia della musica: Il Punk. 

Ma era solo un esempio, il più vicino alle nuove generazioni per capirci meglio perché se andiamo ad indagare nella storia della musica, spesso scopriamo come sia stata da sempre anche un’arma pacifica e indolore per non allinearsi e non alienarsi.

Pensiamo al Blues, al Be Bop, o semplicemente alla struttura musicale di come si sia evoluta passando dalla scala diatonica a sette note inglese a quella a cinque, la pentatonica. Quasi un’eresia per i puristi dell’epoca, una bestemmia, ma quello stravolgimento diede vita a tutto quello che fu il Rock e le sue evoluzioni.

Gli esempi sono moltissimi fino ad arrivare al periodo britannico in cui il rock si fonde con la musica classica, con il folk e il Jazz dando origine ad una raffinata, e un po’ barocca, forma d’arte musicale come il Progressive Rock.

In tutto questo percorso assistiamo ad un modulo che si sviluppa con un’iniziale esplosione, a tratti violenta, a cui segue un’evoluzione, forse un ripensamento sicuramente una ridefinizione, un affinamento concettuale.

Dal Big Bang all’armonia.

Il movimento dei vini naturali ha avuto una genesi molto simile alla musica, partendo da un periodo provocatorio e dissacrante negli anni novanta, per poi affinarsi lentamente nel corso del ventennio successivo.

Vendemmia su vendemmia i produttori hanno preso coscienza del loro reale obiettivo. Al concetto di puro e naturale, si doveva aggiungere anche quello di piacevole e bevibile.

Per anni i difetti enologici sono stati alibi e produttori ed appassionati tendevano confondere la tipicità con l’errore tecnico. Oggi il vignaiolo vive la viticoltura e la vinificazione con estrema attenzione e cura, guarda anche alla partescientifica raccogliendo tutto ciò che può essergli utile per conservare naturalità e armonia. Stiamo assistendo ad un percorso evolutivo che porta a dare maggiore definizione e comprensibilità al vino indipendentemente dalla “corrente” a cui appartiene. I produttori di impostazione più tecnica, d’altro canto, cominciano a guardare verso un’idea di un’agricoltura più sostenibile e rispettosa con attività meno interventiste rispetto ad un tempo. Ognuno con il suo stile ovviamente ma abbiamo la sensazione che le strade si stiano avvicinando pur rimanendo dei percorsi paralleli. Il percorso è ancora lungo e pieno di insidie ma ci piace l’idea che comunque possa esistere e che il vento sia cambiato. 

Spesso assistiamo nel web alle infinite discussioni tra cosa sia giusto fare, cosa non lo sia, o le anacronistiche uscite tipo “il vino naturale puzza”, le fermentazioni naturali non si possono fare e via così.

Noi abbiamo deciso che andremo avanti nel rispetto delle idee di ciascuno ma soprattutto di noi stessi.
La musica Pop e la musica Folk continuano a convivere, così come la scala diatonica inglese e quella pentatonica. Non può farlo il vino?

Peace & Love! “

OSTE DI VINO VERO, VENEZIA

Abbiamo parlato con 6 osti di vino, del servizio e delle curiosità che si vivono da dietro al bancone quando si sceglie di proporre vini autentici, vivi, onesti, di territorio se preferite chiamarli cosí e il termine naturale non vi piace… e questo è la prima delle nostre interviste che troverete all’interno del nostro catalogo 2020: manca davvero poco alla sua pubblicazione e intanto ve ne regaliamo un piccolo “assaggio”!

Diego Carraro è un’amico di vecchia data e, Oste di una delle enoteche più belle e ben fornite di Venezia, Vino Vero dove lavora e collabora con il mondo dei vignaioli, raccontando la terra e il loro vino, con passione e bravura.

Enoteca diegoVino Vero

Ecco la sua intervista:

Quando hai bevuto la tua prima bottiglia di vino naturale e che effetto ti ha fatto?

Circa 7/8 anni fa, lavoravo all’epoca da Checco alla Cantina a Venezia, e mi ricordo che deve essere stata una Malvasia di Zidarich, vino stupendo, un frutto intenso e fresco allo stesso tempo, mi ricordo la freschezza e la velocità di beva era im- pressionante.
Da lì mi sono reso conto della differenza di vini completamente diversi da quelli che conoscevo e che ero abituato a bere.

Cosa non va o cosa cambieresti nel movimento dei vini naturali?

Innanzitutto sono stanco di sentire la parola VINI NATURALI, è stata usata troppo a mio parere, fino a creare non poca confusione. Io penso che questi siano semplicemente vini fatti con molto amore, passione ed umiltà, con delle ricette risalenti a prima dell’utilizzo della chimica enologica e dell’ industrializazione dell’agricoltura. Del mondo del vino che mi circonda e che consumo, non mi piace più vedere troppi vini molto molto giovani e ancora scomposti e non pronti. A mio pensiero non fa bene inserire nel mercato dei vini prematuri, che aspettando un po’ di più, si eleverebbero di qualità, alzando così l’asticella a questo movimento, a mio avviso ancora un po’ fragile.

Qual è stata la reazione più curiosa o bizzarra che ha avuto un cliente dopo aver degustato per la prima volta un vino naturale?

Di clienti nuovi ne ho avuti parecchi, ma mi ricordo molto bene il commento di un signore che, bevendo un bicchiere di vino che gli avevo consigliato, mi ha guardato in faccia e mi ha detto che gli ricordava i sapori e i profumi di un tempo, quando era giovane ed entrava nella cantina di suo nonno.
Una risposta così penso non la dimenticherò mai

Con questi vini non filtrati o col fondo, caraffa sì o caraffa no?

Con questi vini col fondo, che io chiamo MEZZEBOLLE, è sempre corretto che tutti possano bere allo stesso modo tutta la bottiglia, quindi penso che una girata sotto/sopra male non fa.

Parlaci di un vino che ami del nostro catalogo.

C’è un vino nel catalogo che adoro particolarmente, fatto da una persona veramente grande in tutti i sensi: è il Sauvignon Blanc di Franco Terpin, un vino che sembra una tisana che rispecchia il teritorio dove viene fatto, pur essendo un vitigno internazionale molto bistrattato. Il frutto in bocca e l’equilibrio di questo vino mi esalta e mi emoziona ogni volta che lo bevo.

Diego, Mathilde, Enrico ed Andrea de Il Moralizzatore, Alessandro de La Biancara in enoteca Vino Vero

Grazie Diego!

Anteprima assoluta per il nostro Catalogo 2020, che vi presentiamo con l’articolo scritto per noi, da uno dei nostri vignaioli del cuore, stiamo parlando di Marino Colleoni produttore di vini specialissimo a Montalcino, Toscana.

Marino parla di vigna, di vino, di amore e di futuro. Esattamente quello che vogliamo comunicarvi con il nostro catalogo 2020: What Comes After è il nostro nuovo ideale, con lo sguardo positivo e felice rivolto al domani, dove ci auguriamo un futuro pieno di conoscenza e coscienza, perchè il Vino quello con la V maiuscola, si fa solo in questa modalità. Non con i discorsi, o con le parole, ma con i fatti.

Il nuovo catalogo viene concepito in chiave interrogativa: il senso finale della nostra domanda vuole essere accento sarcastico, spronante e che punta al verbo “fare”: saper fare il vino buono e sano, averne conoscenza anche scientifica e di volontà, un prodotto integro dal produttore al consumatore finale nel proprio bicchiere.

Siamo certi di essere portavoce di un movimento che agisce, collabora, contribuisce con convinzione da decenni oramai, e che ha sempre puntato alla crescita, arricchendo l’attuale e il futuro. Non quindi vini del passato, ( famoso e decrepito concetto dei ” vini del nonno” ) ma ispirati al passato coprendendone i limiti e gli errori per poter creare vini che possano rappresentare il futuro.

Nel catalogo 2020 troveremo ancora una volta le storie, i volti e i vini di ciascuno vignaiolo europeo della nostra selezione, che attualmente rappresentano sia l’attuale modo di fare ma soprattuto il futuro, di come speriamo che le cose possano sempre migliorare.

Buona Lettura!

Grazie Marino <3

Come
i cuccioli amorevolmente allevati e naturalmente disconosciuti, così
la vite.

Questo breve scritto non
ha nessun intento critico o accusatorio per niente e per nessuno. E’
un semplice auspicio.

Avviene, da 20 anni. Il
mosto fermenta, gli zuccheri si trasformano in alcol e, sorpresa, i
batteri malici, di conserva ai lieviti, lavorano e trasformano in
lattico l’acido malico. In contemporanea.

“Improbabile” la
prima reazione. “Pericoloso” la seconda. Ma è “innaturale”
……..………..

La soluzione: “la
prossima fermentazione si inocula solforosa, si stabilizza il mosto
ecc. ecc. e vedrai che tutto torna alla normalità.”

Quale normalità? La
nostra, quella stabilita dalle nostre esperienze, o quella del vino?

E’ un breve colloquio
tra un produttore di vino e un tecnico. Il produttore chiede
semplicemente perché ciò avvenga. Non desidera altro. La risposta è
la soluzione. La soluzione di un problema che non esiste. Il
produttore apprezza il vino così. La domanda è semplice “perché
avviene?”.

La pianta produce, oltre
che frutti, rami e foglie. Ne fa un determinato quantitativo. Alla
pianta serve quel quantitativo.

Eppure la potiamo, la
defogliamo e di più. Per i nostri fini.

Ma con quale conoscenza
procediamo. Con la conoscenza delle nostre esperienze. Procediamo con
il fine di produrre il meglio senza conoscere la pianta e le sue
capacità.

E ci chiediamo: alla
pianta farà piacere? A quella pianta, l’unica in grado di fare
quel frutto. E, essendo l’unica in grado di fare quel frutto, non
lo farà al massimo delle sue capacità?

Un’agricoltura più
sensibile al mondo delle piante (molto più antiche della nostra
razionalità) potrebbe dar vita ad un nuovo percorso, anche per noi.

Sarà solo un sogno,
potrebbe essere, ma è anche una spinta ad avvicinarsi, a leggere,
interagire con questo mondo vegetale. Sognare un tempo in cui noi e
quel mondo arboreo potremo parlarci, spiegarci, senza secondi fini.

Il
“perché” fine a sé stesso non è più contemplato. C’è un
obiettivo, colturale, economico o altro che strumentalizza e
finalizza ogni attività, anche la ricerca. Possiamo avere una
scienza pura fine a sé stessa?

L’
innocenza della scienza.

In questo catalogo si
parla di vino. Che c’entra tutto questo?

Il mondo del vino (non
aggiungo aggettivi per non creare irritazioni) si pone queste
domande. Tenta vie nuove. Non è il mondo del vino imperfetto e
cialtrone spesso raccontato e davvero banalizzante. E’ il mondo di
una ripresa di coscienza, di conoscenza nuova e non limitata al
nostro essere e ai nostri fini.

Non conosciamo a fondo il
mondo dei lieviti e dei batteri. Lasciamoli lavorare in pace. E’ il
meglio che possiamo ottenere e aspettiamo di conoscerli.

Abbiamo la modestia di dirci che non sappiamo fare un grappolo d’uva. Non sapendolo fare, possiamo “insegnare” come fare? Al momento non è così. Allora lasciamo il più possibile in libertà quella pianta. Chissà quali sorprese ci darà. Di sicuro ci darà il massimo.