Vittorio Capovilla

 

Oggi volevamo raccontarvi una storia, una storia che parla di filosofia, natura e rispetto. E tanta buona frutta.

Capovilla distillati.

Vittorio ‘Gianni’ Capovilla, classe 1947, nasce a Crespano del Grappa,  lavora per molti anni come meccanico per le macchine da Rally, un’ abilità che poi risulterà molto utile per il suo futuro approccio con i macchinari enologici.

Siamo andati a trovarlo, pochi giorni fa nella sua azienda a conduzione praticamente familiare, dove tutto viene fatto a mano: la raccolta, le lavorazioni, l’imbottigliamento,e anche per il  tappo, tanta pazienza e arte, le sue bottiglie prevedono tutte la legatura con lo spago ( video ) e il sigillo in ceralacca.

Macchinario da diluizione inventato e messo a punto da Il Capo

“Il Capo”,così come lo chiamano tutti, era indaffarato a far partire un container con destinazione Marie Galante, Guadalupe, dove produce il suo fantastico Rhum ( dalla reale fermentazione della canna da zucchero, non dalla melassa per intenderci) perchè , ci ha rivelato, alla fine di agosto ci sara’ il nuovo imbottigliamento e nulla può mancare.

La passione per il mondo della distillazione nasce nel 1974, anno in cui Il Capo ha iniziato ad occuparsi di macchinari per enologia, e durante i suoi numerosi viaggi tra Germania, Austria e Svizzera, si creò  l’opportunità di conoscere da vicino un modo di produrre grappe e distillati in modo nettamente diverso rispetto all’Italia. «Quello che assaggiavo era assolutamente diverso da quello a cui ero abituato qui in Italia, anni luce di distanza. Basti pensare che in Italia oggi ci sono poco più di cento distillerie, mentre in Germania sono 30mila: numeri che fanno capire la netta differenza di esperienze e competenze. Mi sono detto. “Ma davvero non si può fare di meglio anche qua da noi?”. E così mi sono messo all’opera”». La prima diffciltà fu quello di procurarsi il materiale con cui lavorare, Capovilla acquista un alambicco in Austria, e smontandolo, riesce a portarlo clandestinamente in Italia un pezzo alla volta. Dove lo rimonta in una vecchia stanza e avvia le sperimentazioni. Una decina di anni di prove, prima con la vinaccia e poi con la frutta. Le competenze tecniche lo aiutano: modifica gli strumenti a suo piacimento, convince Muller, un famoso costruttore di alambicchi tedesco, a seguire i suoi consigli, e arriva anche a brevettare un sistema di refrigerazione subito adottato dai colleghi in tutta Europa. Distillazione a bagnomaria, per superare appena i cento gradi e mantenere quindi una temperatura relativamente bassa per l’ebollizione e così non disperdere parti nobili dell’alcol, e un doppio passaggio nella macchina: questa è la procedura perfetta a cui arriva l’intraprendente trevigiano dopo le migliaia di ore passate davanti all’alambicco.

Macchinario da distillazione Muller in rame

Vittorio ci dice:

“Il primo vero e grande lavoro è quello di produrmi
o andare alla ricerca delle materie prime migliori.
La materia prima davanti a tutto, poi viene il resto.”

La cosa più importante e’ avere non buona, ma ottima frutta. Pulita, senza trattamenti chimici, che cresce nel proprio ambiente autoctono e senza forzature.

Il solo e magico ingrediente: la qualità.

Ogni frutto necessita di conoscenza, perche’ ognuno ha il proprio momento ideale per essere colto e lavorato. Pertanto lo si deve lasciare in pianta sino al punto giusto; questo può variare da frutto a frutto, perché alcuni danno il meglio di sé surmaturi, mentre altri vanno colti in anticipo.

Adesso ad esempio e’  il momento delle Pere Moscatelle, un tipo di pera che si matura in estate, piccole dimensioni ma grandissimi profumi, vengono lasciate cadere naturalmente dall’albero di proprietà di Vittorio e poi raccolte mediante reti stese sotto di esso.

Prima della loro resa in polpa per la prima fermentazione vengono lasciate in cantina, e vi possiamo assicurare che il loro profumo era inebriante e dolce. Lo abbiamo ritrovato fedele e onesto poi in bottiglia.

Altro punto di incontro con il nostro mondo ( dei vini) è la fermentazione che avviene spontaneamente senza uso di lieviti aggiunti o zuccheri. E’ davvero la base: il rispetto e ovviamente suo grande pregio, l’attenzione del frutto usato e di come tirarne fuori il meglio, mantenendo così fedele e integro l’autentico sapore, ” intrappolato”per sempre nel distillato.

Noi di famiglia abbiamo avuto la bellissima opportunità di potere collaborare con Vittorio, con le nostre vinacce di Recioto per la creazione de La Garganica.

Un grande maestro, un grande Capo. Ineguagliabile esperienza e arte, che ricorda ancora una volta che cosa sia importante davvero: la frutta. Buona e senza chimica.

Che si tratti di uva o di qualsiasi altro frutto.

La vecchia Amica del Capo, che sorveglia le latte dei distillati in affinamento.

Comunicare
Del doman v’è certezza
Il mondo della comunicazione, non è una novità, si sta trasformando, in bene o in male lo capiremo, ma sta mutando forma e sostanza.

Complice di questo kafkiano momento i nuovi strumenti di condivisione di pensieri, immagini, video: i Social Network.La comunicazione si redistribuisce su un pubblico più ampio.
L’avvento dei social ha determinato la sublimazione della libertà di pensiero generando una mole di informazioni che tende ad infinito e che, in linea teorica, dovrebbe consentirci di elaborare un nostro pensiero che tende alla verità.
Di fatto però risulta necessario riordinare tutte queste informazioni, filtrarle, capire a quanto corrispondano al vero o per lo meno ad un pensiero che abbia un senso.

Questo quantitativo di informazioni diventa tutto ad un tratto una “non informazione” perché manca quel grado di credibilità, manca l’avvallo dell’esperienza e di un sostegno affidabile.Il mondo del vino ha bisogno di legarsi a questa forma di comunicazione da sempre. Ais, Fisar, Onav e associazioni varie sfornano senza soluzione di continuità un esercito di persone assetate di vino e di sapere. Gente che come un bimbo appena nato, ha bisogno dei nutrimenti culturali che faranno di loro la nuova generazione di professionisti o di appassionati del vino. Sicuramente dei protagonisti anche del mercato del vino.

In questo scenario torna utile la figura del critico enogastronomico, del giornalista credibile e intellettualmente onesto. Mancano le figure più autentiche della critica, manca l’autorevolezza riconosciuta e quell’atteggiamento più pacato ma credibile di un giornalismo che sembra svanire nel tempo. Messa così sembra il classico” era meglio un tempo”, ma non è così.

Forse in realtà dovrei scrivere mi manca Veronelli, i suoi libri non bastano più. Mancano Monelli e Soldati, manca quel giornalismo fatto da giornalisti e di storie sussurrate.

Chiaramente il panorama non è così scuro, Sandro Sangiorgi riesce ancora a stimolare il nostro pensiero con le rare apparizioni dal web o nelle sue serate lungo lo stivale, e rileggersi i vecchi numeri di Porthos rimane sempre un buon esercizio. Manca però la periodicità, l’idea di potersi aggrappare ad un pensiero sicuro e continuativo.

Anche Enogea di Alessandro Masnaghetti ha ammainato la bandiera e quel giornale giallo non arriva più nella cassetta delle lettere e con esso l’idea di nutrirci di pareri più autorevoli e sicuri. L’editoria così come era concepita un tempo non sta in piedi, il giornalista non può pensare di vivere scrivendo e si trova costretto a soluzioni alternative per sbarcare il lunario, lasciando l’appassionato di vino, il neo Sommelier, orfano di una cultura necessaria per la sua formazione.

All’orizzonte qualcosa si intravede, Samuel Cogliati con la sua Micro Casa Editrice Possibilia riesce a mettere a disposizione degli appassionati una letteratura del vino legata più alla Francia ma che ci aiuta a costruire un nostro pensiero visto anche da una prospettiva diversa. Le traduzioni della rivista Le Rouge & Le Blanc sono oro colato.

Ma c’è speranza e si chiama Accademia degli Alterati che vede uniti sotto un’ unica bandiera i pensieri più illuminati e autentici che il mondo del vino,in Italia, potesse mai sperare. Nel Colophon troviamo i nomi di Armando Castagno, Fabio Rizzari, Raffaella Guidi Federzoni, Giancarlo Marino e poi ancora anche se non attivi, ma c’è speranza, Giovanni Bietti, Alessandro Masnaghetti, Francesco Falcone, Giampiero Pulcini, Luca Santini, Ernesto Gentili, Giampaolo Gravina e altri ancora. Un Blog di cultura trasversale che nasconde delle autentiche perle a cui è difficile rinunciare.

Non basta ma del doman v’è certezza. 

Gianpaolo Giacobbo classe 1967, oltre che nostro collaboratore per Arkè e nostro caro amico di vecchia data, grande conoscitore di vini naturali, con una spiccata sensibilità ed arte degustativa.

Ha scritto per noi questo testo che dovrebbe far riflettere tutti noi sulla condizione attuale del vino e dei suoi appassionati, sulla ricerca che si agita attorno ad esso, e di quanto ci sia bisogno di equilibrio, ma forse semplicemente di più verità e naturalezza nel volerlo conoscere e alla fin fine, bere.

Cin Cin Amici!!

 

L’estate è appena iniziata, il caldo si fa sentire già da un po’ e un buon calice di vino vivo non può che alleviare dall’arsura e rallegrare le menti!

Faremo un breve tour in Liguria, andremo a trovare alcuni amici e parteciperemo direttamente ad un paio di serate davvero divertenti. Altri due appuntamenti ci vedranno coinvolti, quasi contemporaneamente, anche vicino a casa nostra, tra Verona e Vicenza: un ristorante che compie gli anni e fa festa ed una mostra di etichette con degustazione a Vicenza, Punk Wines, da un’idea innovativa e stimolante!

 

La prima sarà una cena domani sera ad Albisola, vicino a Savona, in un locale sul mare, ma specializzato in carne! Il locale è Patanegra, questo il menu della serata.

 

 

Saremo poi a Genova il 28 Giugno, presso Bella Bu che compie un anno e farà una bella festa con piatti speciali, musica live e tanto vino naturale, nei vicoli in pieno centro storico. Qui l’evento su facebook con tutti i dettagli.

 

 

Sempre il 28 Giugno, vicino a casa nostra, ci sarà un altro compleanno, il terzo de Al Callianino, nostro caro amico che farà una bella festa all’aperto invitando altri ristoratori ed aziende vinicole della zona. La loro locandina, dedicata all’estate, è davvero molto bella:

 

 

 

 

 

Infine il 1 Luglio, a Vicenza, presso Exworks ci sarà una mostra dedicata alle etichette più belle e bizzarre, dei migliori vini naturali, italiani e francesi. Un’attentissima selezione curata da dei ragazzi appassionatissimi di vini sani e di grafica fresca e moderna, daranno vita a Punk Wines.

Tra le nostre aziende sono state scelte alcune etichette di Cascina Tavijn, Il Moralizzatore, Geschickt e La Biancara.

 

 

Vale la pena, davvero, di riportare per intero il loro “manifesto”:

 

PUNK WINES
Gusti eccentrici, etichette rock’n’roll e gente un po’ sciroccata.

Punk Wines è un evento sul vino, è una mostra di etichette, è un mercatino di bottiglie ed è un momento in cui assaggiare vini e incontrare i produttori.

Punk Wines è una microscopica rassegna sul vino che in una giornata, punta a far divertire le persone con musica, assaggi di vini autoriali, raccontando come il mondo della grafica si relaziona con questi prodotti. Ci sarà infatti una mostra di etichette degli stessi vini in degustazione. L’obiettivo è raccontare la frazione un pò punk di un mondo, quello del vino naturale, spesso controverso, discusso e combattuto molte volte anche al suo interno.

Negli ultimi anni di speculazione sul concetto di naturalità una sola è rimasta la costante che avvolge questo universo di combattenti per la purezza del prodotto e dell’agricoltura: lo Stile.
Stile inteso come personalità e carattere delle persone e dei vini, stile inteso come desiderio di comunicare ed esprimere se stessi, stile inteso come scelta di usare un linguaggio piuttosto che un altro.

Stile; perchè fare vino così, per queste persone è prima di tutto una vocazione, come quella che vive un artista o un musicista che sceglie un percorso difficile e in alcuni casi contrario alle leggi dell’economia, in nome della sua arte. Stile perchè grazie a questi amanti della terra, in molti casi fuggiti da altre professioni, l’agricoltura ha raggiunto interessanti modalità espressive e nuovi contenuti.

Stile perchè qui c’è vino, grafica, design, follia, arte, amore, passione, scuole di pensiero, c’è mainstream e underground, ci sono eventi, feste, fiere, incontri, fatica, duro lavoro e divertimento.

E’ un spaccato di economia vera e attuale, i cui attori sono molto più vicini alla contemporanea idea di artista o di rockstar che a quella di contadino e imprenditore, invece di pennelli e tele, vasche di fermentazione e cesoie, invece di concerti e prove, potature e spremiture, ma sperimentazione, ispirazione, determinazione e la continua ricerca per migliorarsi sono esattamente le stesse.

In questa giornata conosceremo alcune personalità del territorio e non, in cui lo stile rocckettaro e un po’ matto si riconosce nelle etichette, nel prodotto, nei nomi dei vini e nelle quattro chiacchiere che si possono fare con loro conoscendoli.

 

Presentiamo la nostra ultima “scoperta” con il racconto dell’amico Gianpaolo Giacobbo, che è rimasto davvero folgorato da questo vignaiolo!

 

Il Franciacorta, una delle bollicine più famose d’Italia, da un punto di vista sensoriale mi ha messo sempre un po’ in difficoltà. Ho provato a più riprese ad entrarci e a capire questi vini così sotto i riflettori ma spesso mi accadeva di percepire una sorta di freddezza comunicativa tra me e il bicchiere che mi trovavo davanti. Ho bisogno di essere onesto con me stesso quando degusto e sentivo di non riuscirci fino in fondo.

Quando per la prima volta ho assaggiato i vini di Gigi Balestra al banco di degustazione di un VinNatur di qualche anno fa, qualcosa era cambiato stranamente mi sentivo proteso verso questo vino dal nome ribelle, Il Contestatore, che la diceva già lunga sullo stile di questa meravigliosa persona dagli occhi azzurri che era Gigi. Questa sensazione l’ho provata ancora ma mai così forte. Frequento poco quelle zone quindi non posso fare molta ricerca.

Accade però che un giorno, proprio nella sede di Arkè a Gambellara con Francesco Maule, Erica e un po’ di amici, mi sia trovato davanti a Gianluigi Ravarini (Gigi), un omone dallo sguardo sincero, dalle mani possenti e il viso segnato dal sole e dal lavoro nei campi.

Un uomo introverso, che fatica ad raccontarsi ma che sa esprimersi molto bene nel bicchiere.

Bastano pochi sorsi per capire che ci troviamo davanti ad un’interpretazione autentica di Monticelli Brusati, a pochi passi da quel Pendio di Gigi Balestra che per Ravarini fu fonte di ispirazione.

 

Ufficialmente l’Azienda agricola nasce nel 1971 grazie al padre, Bortolo detto Piero (Infermiere), come mezzadro di 1,5 ettari piantati a vite. Allora si produceva vino sfuso e qualche centinaia di bottiglie in maniera naturale, unico modo conosciuto di fare il vino.

Nel 2002, dopo varie esperienze in altre cantine ed anni da conferitore di uve, Gigi Ravarini prende le redini dell’azienda ed inizia così il suo percorso di Vignaiolo Artigiano in collina, riappropriandosi dell’espressione che vuol trasmettere il suo territorio, il Vino di Monticelli. Ad oggi Gigi segue personalmente 6 ettari in maniera naturale (dal 2015 anche certificato bio) tra cui 4 a vite e 2 tra oliveto e bosco, dove ricava i pali per i sui vigneti.

È davvero emozionante trovarsi davanti ad un agricoltore così controccorrente e così coerente, con questi vini che sono figli delle argille, del calcare e del vento che costante soffia sui suoi vigneti.

Gigi ha scelto un’agricoltura naturale perchè l’ha sempre vissuta così e perchè, mi racconta, questa terra ha tutto, non chiede nulla, basta solo ascoltarla.

In cantina utilizza solo acciaio e cemento e dichiara in retroetichetta tutti i prodotti utilizzati in nome della trasparenza che lo caratterizza. Del suo Franciacorta, solo un vino che produce in un quantitativo di meno di 3.000 bottiglie all’anno, è fermentato spontaneamente, senza dosaggi ed integralmente figlio di un annata.

Riposa minimo 30/40 mesi sui lieviti e poi lo ripropone in quantità limitate per altri due anni, prolungando l’affinamento ed evidenziando il carattere in evoluzione di ogni annata. Ha piantato nel 2002 probabilmente il primo vigneto di Pinot Meunier, dove oggi cerca la sua miglior espressione con microvinificazioni tra rosati, metodo classico Blanc de Noir, Rosè.

La tradizione di famiglia lo fa continuare ad imbottigliare vini fermi, dal Chardonnay al Cabernet Franc, Merlot, Pinot Nero e Pinot Meunier con risultati esaltanti.

 

Una soddisfazione, per noi, trovare finalmente una realtà Franciacortina Artigiana che, senza paura e senza seguire regole di mercato, sperimenta liberamente territorio e vitigno sperando di trasmettere passione e cultura agricola vissuta.

 

 

 

Se a qualcuno potessimo invocare «dacci oggi il nostro vino quotidiano», penso e mi auguro che questo vino non sia molto diverso dal Nanni di Daniele Portinari. Blasfemia? Modestia? Si poteva puntare più in alto? Io penso che alla fine della giornata è di vini come questo che le nostre tavole dovrebbero essere imbandite. Vediamo perché.

L’azienda Daniele Portinari coltiva i suoi vigneti sui Colli Berici sud-orientali
, su terreni calcarei-argillosi. Il colore del Nanni è porpora con ampi riflessi violacei, aroma di mora e mirtilli con lievi accenni pepati e un leggero spolvero vegetale. Qui il sauvignon invoglia con il suo frutto e il merlot rinfranca lo spirito con il suo erbaceo.

In bocca dimostra un bel equilibrio lineare rivelando tutta la sua natura da prima con un ingresso più morbido e nel finale con un taglio più acidulo e tannico. Poco sapido. Lo potremmo definire dallo stile veneto, se esistesse un vero e proprio stile veneto. Diciamo per capirci che ricorda molto la spontaneità di quei vini contadini lavorati dalla vigna alla cantina nel pieno rispetto del frutto e della terra. Ci piace.

Vino non molto ampio, più verticale, ma va benissimo così. Alla fine si ha tutto ciò che si potrebbe chiedere ad un vino quotidiano. È sincero ed onesto. Schietto. Uno di quelli a cui puoi parlare liberamente con franchezza e lui ti risponderà allo stesso modo, senza paroloni altisonanti, ma con un linguaggio umile e veritiero, che alla fine è quello che meglio ti arriva al cuore.

 

vino rosso daniele portinari

 

Potremmo star qui ore a dirci che non è un vinone, che non ha sufficiente struttura o che è troppo anonimo… balle! Un’identità ce l’ha eccome, ma per conoscerla devi deciderti a toglierti dalla testa che se non è barolo è merda. Ha un identità che si svela a chi siede a tavola in compagnia di vini che non portano la cravatta ma preferisce la compagnia di quei contadini di cui abbiam già detto sopra. E bravo Daniele Portinari, che con questo vino dedica al figlio il suo taglio bordolese. Infondo è di questi vini alla fine che si ha più bisogno.

Il Nanni nasce ogni anno secondo quanto la natura comanda e svolgendo fermentazione spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati, una macerazione sulle bucce sino ad un massimo di 15 giorni e una sosta in botti di rovere di secondo e terzo passaggio da 225 litri sino all’imbottigliamento, la quale ha atto – che ve lo diciamo a fare – senza filtrazione. Solforosa quasi mai aggiunta se non nelle annate più difficili e in minima parte.

Può essere ottimo compagno di molte preparazioni venete a base di carne, ottimo amante di primi piatti conditi con sughi di cacciagione, interessante persino accompagnato da un morbido e succulento cotechino, aromatizzato quanto basta al pepe, quanto basta per non sfigurare dinnanzi all’aroma erbaceo e speziato del Nanni che gentilmente ripropone il pepato accarezzando il palato.

Lo puoi acquistare su Tannico al 26% di sconto!

Il filo di Meigamma

5 maggio 2017

                                                 “Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte.”

Che cosa può c’entrare il vino con l’arte? Beh, parecchio!

In modo sottile la mano dell’uomo diviene pennello della natura nel definire i contorni di quello che è il frutto della terra, della stagione e del luogo, poi il vino ridiviene mezzo tramite cui gli uomini se ne servono  per estrapolare un modo di interpretare e raccontare e spesso raccontarsi, e quindi di unire, di legare.

E con che cosa si unisce? Con un filo. Invisibile, spesso forte e stretto, ma potrebbe anche essere colorato, allentato e ma comunque intenso.

Ecco perchè le bottiglie del nostro produttore Meigamma portano tutte nel collo della bottiglia un intreccio di fili annodati, per ricordarci che siamo tutti connessi da questo magico legame e che il vino spesso ne è il mezzo.

L’ispirazione proviene da una grande artista italiana, di origine sarda, Maria Lai, nata a Ulassai, 27 settembre 1919, la sua vita e le sue opere son di grande arricchimento per la storia artistica italiana.

Maria Lai vi dice:  “Sono felice di farvi tenere per mano il sole e  farvi gustare il desiderio di cielo, in un momento di incertezza globale ma che il sole e il cielo possono farci prima capire e poi superare. Per vivere più sereni”.

Nelle opere di Maria Lai trovate sempre i fili. Perché  il filo è il processo eterno dell’uomo, è anche un vento sereno, acqua e pietra, anche e soprattutto pianto, stupore ed attesa. È il tempo. E come tale l’uomo, io e voi. Tutti. Siamo tempo. L’arte sempre ha cercato di interpretare, di conoscere il principio e il fine delle cose in questo vasto mare dell’essere. Un mare che vuol dire Isola, Sardegna, con la sua bellezza unica al mondo.

Il messaggio di Maria Lai è un messaggio d’arte, d’amore, di rispetto reciproco. È stata lei, negli anni ’80, a legare con nastri colorati, azzurri e bianchi, rossi e verdi,  le montagne del suo paese (Ulassai) alle case. Per “tenere unite la natura e l’uomo, per tenere unite la sacralità delle montagne e quella delle famiglie”. E quei fili li fece passare di casa in casa, collegando vecchie amicizie e conoscenze che magari, per inutili screzi si erano incrinate. Quindi Natura e uomo, uomo e amicizie, perche’ alla fine son queste le cose veramente importanti nella vita.

Ma il filo è anche il simbolo della vita e della donna, a partire, se si vuole, da quel cordone ombelicale che ci lega inestricabilmente alla figura materna nel momento in cui veniamo al mondo, fino ad arrivare alla millenaria storia di miti e legende che lo legano alla figura femminile, pensiamo al filo di Arianna, alle Parche, o a Penelope, e non sarà un caso se sono davvero molte le artiste nel tempo ad averlo scelto come medium linguistico e strumento di lavoro e Maria Lai è sicuramente una di queste.

Meigamma intrecciato.

Tornando a noi, al nostro vino, siamo davvero orgogliosi e felici di trasportarne a voi il racconto e i frutti di questa bellissimo concetto tramutato in vino naturale e ottimo testimone della Sardegna. Giuseppe Pusceddu, creatore ed ideatore di Meigamma, è una società agricola che riunisce vari piccoli (e spesso anziani) contadini, che, oltre a conferirgli le uve che lui poi vinifica, mettono in questa piccola comunità anche frutta e verdura, che si scambiano o rivendono tra le loro famiglie e l’agriturismo che, soprattutto d’estate, ospita molti avventori. Una piccola società fatta “girare” da Giuseppe e che anima i pochi contadini con animo naturalista della zona di Villasimius e che permette a lui di vinificare un po’ più di vino, visto che possiede soltanto due ettari di vigna; per lui il filo sulle sue bottiglie vuole richiamare questo lavoro che fa per interconnettere persone, esperienze e sapori.

..è un’attesa silenziosa, col fiato sospeso per circa due ore. Quando il nastro si solleva ad arco, dalla montagna ai tetti delle case, sembra un getto d’acqua. Maria Lai 1981

bambini che giocano con il filo di Maria Lai

Le connessioni di Maria Lai

 

 

trebianc

L’Emilia Romagna enologica si sta affermando come probabilmente la regione maggiormente in fermento per quanto riguarda l’Italia. Non solo rossi a base sangiovese o albana, ma anche tante bollicine e rifermentati che come questo Terbianc,stanno attirando la nostra attenzione.
Vediamo il sottoscritto nel dettaglio.
Paglia e fiori gialli secchi: tarassaco e ginestra? Può essere, ad ogni modo un bel prato fiorito ci si schiude sotto il naso. Leggera nota di limone che sorge assieme a quella di mandorla amara. Leggerissima ossidazione, quasi impercettibile. Presente quel poco che basta per arricchire il piano aromatico. Camomilla e ortica proseguono il corredo vegetale di questa bella bolla a rifermentazione spontanea.

In bocca sarebbe davvero completo e eccellente con una nota sapida più marcata. Invece a farla da padrone oltre ad una auspicabile acidità, è un finale astringente, dovuto probabilmente alla vinificazione in rosso delle uve. Culmina in una beva leggermente tannica.

Abbinato ad una piovra al vapore condita con sale, olio e prezzemolo potrebbe finire per appiattire il piatto, e in questo la sua bolla lo aiuta…

Con del salmone affumicato di discutibile qualità la nota astringente ben non si sposava. Per fortuna il banchetto ci riserva ancora una carta. Una capasanta gratinata al forno con uno spolvero di pane grattuggiato e un filo d’olio per dorare il tutto. Il miglior connobio che permette al vino di dar piena espressione di sé accompagnando il piatto e non sovrastandolo per tutta la beva. L’acidità ripulisce il palato e l’astringenza riequilibria il boccone. Ora siamo appagati, ora siamo soddisfatti. Ci basta solo un altro bicchiere. Très bien, Terbianc!

Lo trovate in offerta su tannico.it !

trebianc

I nostri amici

15 aprile 2017

 

 

Anche quest’anno è già finita, Vinnatur a Villa Favorita 2017, e adesso si rimane in attesa… per un altro anno! Non mi è ben chiaro quale sia il motivo, ma qui c’è del magico…. c’è sempre stato del magico in questa fiera! Vuoi per la location, vuoi per la primavera e la sua luce nuova, ma io son certa che la vera differenza la facciamo le persone.

Ci son rapporti veri dietro a tutti questi calici di vino annusati, vissuti e degustati, e  non si tratta solamente di bere, o di capire che cosa si sta bevendo, è proprio che spesso non è solo di vino che stiamo parlando, ma di persone che son unite da un filo invisibile ma fortissimo che ci lega insieme e che ci collega, tra la vita che ci accade ogni giorno e tutto il resto che sta intorno.

Mi sento molto fortunata a poter vivere in prima persona tutto questo, perchè non si tratta solo di un “semplice” lavoro, ma si tratta di scelte di amicizie, spesso con radici molto profonde, e di grande rispetto reciproco, dove si condivide la voglia di conoscersi e conoscere, non solo quindi chi produce il vino e coltiva la terra, ma anche la curiosità di conoscere un nuovo territorio, un nuovo paese, le abitudini e gli elementi che possano interagire in modo così unico ed irripetibile alla creazione della MAGIA.

Impossibile soffermarsi solo sul vino, perchè non è mai solo quello: per noi diviene impossibile iniziare una collaborazione con una nuova azienda senza aver in primo luogo visitato le vigne e la cantina, e senza conoscere chi lo fa, guardando le sue mani ed i suoi occhi.

Altra cosa davvero importante e che non abbiamo potuto far a meno di notare è che solitamente tra colleghi che fanno lo stesso lavoro, esiste terreno fertile per invidia e riservatezza, ma non qui: le persone sono tranquille, vere, ci si dà consigli, si chiacchiera, si ride e pure si discute!! Di tutto ma soprattutto delle proprie esperienze in vigna ed in cantina, nel bene e nel male.

Le cene post-fiera diventano un momento di festa e spesso e volentieri si assaggiano vini di altri colleghi non presenti, magari di vecchie annate, come è successo durante la nostra cena di domenica: abbiamo organizzato una serata tranquilla tra i nostri produttori di Arkè al Bistrot Al Callianino, ed il risultato è stato spettacolare! Franco Terpin e moglie che si confrontavano con Maurizio Donadi, Andrea Oberto di Erbaluna seduto a fianco di Jean e Isabelle di Domaine Rouges Queues, Vanni Nizzoli che discuteva di cinghiali e cervi con Marino Colleoni. C’è pure stato un simpatico scambio di opinioni tra Aureliè di Geschickt e Filippo di Lamoresca sui Pet Nat 🙂 … le opinioni si possono sempre esprimere liberamente e senza freni! Perchè anche questo significa essere naturali, cioè essere onesti, semplici e diretti.

Con questo post vogliamo dire GRAZIE, grazie a tutti voi per aver reso così indimenticabile anche questa edizione, per averla resa ancora una volta un bellissimo ritrovo di amici, che amano e lottano per lo stesso ideale.

 

Vi lasciamo qui una serie di bellissime e rappresentative  foto fatte dal “nostro” fotografo  Lorenzo Rui, che oltre ad essere bravo, è anche un amante di questo mondo dei vini naturali…le foto sono tutti scatti rubati, nessuna posa e, a mio avviso, le foto spontanee son le più belle!

Enjoy <3

Franco Terpin con Daniela

Maurizio Donadi che fa assaggiare il suo Prosecco Anfora

Marino Colleoni con Selvarella in degustazione

Andrea Dalla Grana de Il Moralizzatore che assaggia assieme al nostro amico sommelier Eddy

Emilio di Cascina Borgatta

MariaTeresa e Luigi, madre e figlio insieme

Nadia Verrua

Giovanna e Maria di Pacina, sempre con il sorriso 😀 mamma e figlia

Sauro Maule de Il Cavallino con Portinari Daniele

Momento finale di Villa Favorita, un’amico ci ricorda che cosa rimane da fare alla fine dei conti…….

Barbara di Meigamma, le donne si ostinano sempre a fare 3 cose in una ( e spesso ci risciamo anche bene! )

una delle cene, tutti insieme, alla fine della Fiera…

 

 

 

 

 

Aprile mese di incontri.

Inaspettati…ma anche no! Voluti!! Siamo agli ultimi giorni di attesa per le degustazioni più belle dell’anno, dove potete degustare i vini dei produttori di Arkè.

Al Vinitaly, fiera per eccellenza del vino, potete trovare 3 dei nostri:

Terre di Pietra, Padiglione 8, STAND B8\B9 DESK 16

Erbaluna, Stand Collettivo Ex Gruppo Trimilli, HALL 9 STAND D7

Poderi Sanguineto, Padiglione 9, Area 12\13, Consorzio del Vino Nobile

 

Abbiamo anche creato una mappa che speriamo possa esservi utile (consigliamo la stampa) nella ricerca dei vignaioli di Arkè durante Villa Favorita, la fiera di Vinnatur.

Ecco chi troverete:

Christophe Lefevre

Domaine des Rouges Queues

Natalie Gaubicher, Le Briseau

Geschickt

Valli Unite (coming soon!)

Cascina Tavijn

Camillo Donati

Cascina Borgatta

Cinque Campi

Casa Belfi

Sauro Maule, Il Cavallino

Portinari Daniele

Il Moralizzatore

La Biancara

Feudo D’Ugni

Franco Terpin

Sante Marie

Pacina

Masseria Starnali

Natalino Del Prete

Lamoresca

Meigamma

elenco dei produttori, piano e numero del tavolo

La Mappa: numero dei tavoli e simboleggaiti con puntino giallo.

 

 

 

Manca pochissimo!! Stay Tuned!!!

 

Spremuta di more, sangue di viole. Un rosso scorrevole ma non privo di carattere, che parte prima morbido poi si fa più astringente, leggermente tannico. La valida alternativa al cabernet veneto sequenziale.
Ci ricorda quello di un altro grande: il Rosso Casa Belfi vinificato in anfora: più speziato quello, più floreale questo, ma entrambi vivi, freschi e sinceri. Sinceri nell’esprimere la loro personalità, la loro vera natura che a noi piace, oh se ci piace!
Se da una parte pensi di aver trovato un valido alleato, un partner compiacente, un amico docile, quando meno te l’aspetti il Cabernere esteriora il suo carattere più vibrante e ribelle. Chi l’ha detto che il rosso vuole sempre e solo l’inverno?! Questo è un nettare vivo che sa di primavera.
Un figlio dei fiori sfuggito all’omologazione stereotipata del suo stesso movimento da una parte e dall’industrializzazione del gusto dall’altra! Insomma la morale alla fine è: non serve spremersi poi tanto le meningi – come indica l’etichetta – per capire che un altro vino è possibile, non serve farlo per trovare una soluzione più sostenibile e salutare alla viticultura convenzionale.

 

Cabernere Il Moralizzatore

 

Per questo rosso proviamo un abbinamento “classico” ed uno più insolito. Pollo alla cacciatora, carne bianca condita con carota, sedano e cipolla stufate, uno spolvero di sugo di pomodoro e una sfumata di vino bianco a metà cottura. La tannicità del vino va a pulire l’untuosità del piatto condito, i suoi aromi ben supportano e impreziosiscono quelli del piatto ma la beva vivace e selvaggia sovrasta la delicatezza della carne.

L’altro abbinamento è con il cassoulet, specialità regionale del Languedoc, a base di fagioli bianchi e di un misto di carne d’oca o maiale o agnello, generoso, invitante, ancora più godevole se ben unto. Tuttavia il meglio di sé lo da dopo dieci minuti di gratinata in forno. Il piatto deve il suo nome alla casseruola in terracotta smaltata, caratteristica per la preparazione dello stesso. Scusate per la rapida gita fuori porta, ma tutti questi vitigni francofoni ce lo chiedevano.

L’azienda – Il Moralizzatore – coltiva i suoi vigneti su terreni di impasto misto, in prevalenza vulcanico-basaltici, alcuni dei quali presso i dolci declivi che precedono la parte montuosa della provincia vicentina. La tecnica adottata per la cura delle viti e dell’uva e quella naturale-biodinamica: in prevalenza inerbimento perenne e sovesci, preparati 500 e 501, rispetto per l’entomofauna.
In cantina il discorso è il medesimo e segue la filosofia secondo la quale l’uomo dovrebbe intervenire il meno possibile, a patto che le uve siano sane ed energiche, cosa che riesce ad ottenere con una selezione meticolosa delle uve.
La base è Cabernet Sauvignon al 70%. Concorre poi una parte di Merlot al 20% e un 10% di Pinot Nero. Solo acciaio per un anno, dopodiché via in bottiglia, senza solfiti aggiunti e senza chiarifiche.

 

Disponibile su tannico.it !