Breve intervista per la serata a Modena

Il 27 Ottobre a Modena, a La Compagnia del Taglio, Andrea Scanzi farà una presentazione del suo nuovo romanzo (che parla dei suoi due Labrador, Tavira e Zara), accompagnato da un aperitivo a base di vini naturali: si degusteranno vini con le bolle, bianchi ed anche un rosso.

La serata proseguirà poi con una cena che vedrà come protagonista Angiolino Maule ed i suoi vini, in particolare una mini-verticale con tre annate di Pico, a cominciare con l’ultimo uscito, il 2009, seguito dalle annate 2007 e 2004.

“I cani lo sanno, elogio dello sguardo rasoterra”. Un libro divertente, condivisibile da ognuno abbia o abbia avuto un amico a quattro zampe, mostra tutti i pregi dei cani e i difetti di chi li accompagna durante la loro breve esistenza. Siamo lontani mille miglia da ogni tentativo di umanizzare il proprio cane e, ancor di più, il rapporto con il proprio cane.
È una questione di sguardi (lo recitava anche una canzone): il nostro è proiettato in avanti, spesso miope, quasi sempre selettivo. Quello dei cani è ancorato al suolo, quadrangolare, spalancato su un mondo dove dove niente è mai di troppo; ed è il loro punto di vista “basso”, umile, mai servile, stoicamente onnipresente che ci ri-insegna ad essere umani.
Andrea Scanzi ci racconta delle sue “donne”, di cui è follemente innamorato, delle loro gesta, i loro comportamenti, in un quadro a colori dove si puo’ trovare spazio per ridacchiare, condividere e pure far scivolare una lacrimuccia di commozione.
Mai banale nè scontato, di una genialità frizzante e scorrevole, è un libro da leggere e rileggere, da regalare, per tutti e con tutti.
Come per “Elogio dell’invecchiamento” e ancor di più per “Il vino degli altri”, sento un’affinità ed una condivisione con le tesi dell’autore, a volte mi sembra che a parlare sia la mia stessa persona. Sono testi veri, diretti, che vanno al nocciolo del concetto, che incuriosiscono.
Banalmente forse, ma una cosa, per me, li accomuna: metre li leggo e per giorni poi, finita la lettura, avevo voglia di bere i vini raccontati o di andare alla caccia di alcuni produttori che non conoscevo (Flavio Roddolo ad esempio, grazie Andrea!); oppure, in questo caso, di accarezzare e guardare di più i miei cani o pensare alla mia prima cagnolina che ormai da anni non c’è più.

Credo che questo possa essere uno dei frutti per uno scrittore di cui andar fiero, lasciare un ricordo vivo, ed emozionare. Come fa Scanzi ad entrare con questa semplicità, ma con profondità, nella testa degli altri?

“Mi dici una cosa molto bella. Ti ringrazio. In effetti capita spesso che i lettori si innamorino delle passioni di cui scrivo. Come se si creasse un innamoramento per osmosi. In tanti hanno visitato Flavio Roddolo dopo aver letto “Elogio dell’invecchiamento”, in tanti si (ri)avvicinano a Gaber dopo il mio spettacolo teatrale “Gaber se fosse Gaber”. E probabilmente chi legge “I cani lo sanno” ha – alla fine – una gran voglia di coccolarsi Tavira o Zara. E magari avverte il desiderio di farsi accompagnare da un cane, anche se fino a quel momento non l’ha mai avuto. Non so se questo significhi “entrare nella testa degli altri”. Di sicuro provo a mettere in ciò che scrivo la più assoluta passione e onestà. Se poi capita che la passione – o l’idiosincrasia – si trasmettono, be’, è un bell’effetto”.

Mi è particolarmente piaciuto l’accostamento degli addestratori di cani con i biodinamici. Quanto può nuocere la pedanteria?

“E figurati se non lo notavi 🙂 Guarda, a me i pedanti annoiano. Non posso girarci intorno. E’ proprio una cosa che mi ammazza. Quelli che vivono con troppi dogmi, troppe regole. I bacchettoni, i seriosi, i soloni, gli asettici. Gli “astemi dell’emotività”. Che palle. E’ una categoria che detesto, insieme ai pavidi. Ed è anche quello che (non) mi prefiggo quando scrivo un articolo o un libro: essere noiosi e senza coraggio. Se devo annoiarti o non raccontarti nulla, tanto vale non scrivere. Ti ho dato fastidio? Bene. Ti ho stupito? Meglio. Ma non è tollerabile essere noiosi, prevedibili, sciatti. Non è perdonabile. Che volgarità. I biodinamici non sono di per sé noiosi, per carità, ma lo diventano quando pretendono di farmi credere che basta qualche abracadabra e una lettura random di Rudolf Steiner per scoprire e svelare il Nirvana. Ci sono dei produttori, biodinamici e no, che in cantina farebbero dormire anche un esercito di insonni. Gli addestratori possono avere lo stesso approccio: regole, dogmi, regole, dogmi. Una preparazione di base è fondamentale, ma se non ci metti fantasia e genio sei solo un manovale pragmatico. E palloso”

So che è improponibile, ma che c’azzeccano i cani con i vini (naturali)? Come ti ha convinto Marina a fare questa serata?

“Marina della “Compagnia del Taglio” potrebbe convincermi a fare qualsiasi cosa, e anzi spero che me lo chieda. La sua enoteca modenese è uno dei pochi luoghi magici d’Italia, e credimi, io viaggio molto: lo dico con cognizione di causa. Per la serata del 27 ottobre ha fatto tutto lei. Come sempre mi sono consegnato mani e piedi al suo volere. Una cosa, peraltro, che di solito con le donne mi piace molto (e poi è più comodo: ci si stanca di meno). A giugno 2010 presentò “Il vino degli altri” con un affetto – e una genialità – che mi hanno rapito. Non l’avevo mai vista prima: come facevo a non tornarci? Cani e vini non hanno molto in comune. E’ vero, esistono “vini da cani”, ma è una battuta così banale che la lascio ad altri. Preferisco dire che, come i cani, i migliori vini parlano al cuore. Anche se, sia chiaro, mai con l’intensità e la schiettezza di cui è capace un cane”.


Breve intervista per la serata a Modena

Il 27 Ottobre a Modena, a La Compagnia del Taglio, Andrea Scanzi farà una presentazione del suo nuovo romanzo (che parla dei suoi due Labrador, Tavira e Zara), accompagnato da un aperitivo a base di vini naturali: si degusteranno vini con le bolle, bianchi ed anche un rosso.

La serata proseguirà poi con una cena che vedrà come protagonista Angiolino Maule ed i suoi vini, in particolare una mini-verticale con tre annate di Pico, a cominciare con l’ultimo uscito, il 2009, seguito dalle annate 2007 e 2004.

“I cani lo sanno, elogio dello sguardo rasoterra”. Un libro divertente, condivisibile da ognuno abbia o abbia avuto un amico a quattro zampe, mostra tutti i pregi dei cani e i difetti di chi li accompagna durante la loro breve esistenza. Siamo lontani mille miglia da ogni tentativo di umanizzare il proprio cane e, ancor di più, il rapporto con il proprio cane.
È una questione di sguardi (lo recitava anche una canzone): il nostro è proiettato in avanti, spesso miope, quasi sempre selettivo. Quello dei cani è ancorato al suolo, quadrangolare, spalancato su un mondo dove dove niente è mai di troppo; ed è il loro punto di vista “basso”, umile, mai servile, stoicamente onnipresente che ci ri-insegna ad essere umani.
Andrea Scanzi ci racconta delle sue “donne”, di cui è follemente innamorato, delle loro gesta, i loro comportamenti, in un quadro a colori dove si puo’ trovare spazio per ridacchiare, condividere e pure far scivolare una lacrimuccia di commozione.
Mai banale nè scontato, di una genialità frizzante e scorrevole, è un libro da leggere e rileggere, da regalare, per tutti e con tutti.
Come per “Elogio dell’invecchiamento” e ancor di più per “Il vino degli altri”, sento un’affinità ed una condivisione con le tesi dell’autore, a volte mi sembra che a parlare sia la mia stessa persona. Sono testi veri, diretti, che vanno al nocciolo del concetto, che incuriosiscono.
Banalmente forse, ma una cosa, per me, li accomuna: metre li leggo e per giorni poi, finita la lettura, avevo voglia di bere i vini raccontati o di andare alla caccia di alcuni produttori che non conoscevo (Flavio Roddolo ad esempio, grazie Andrea!); oppure, in questo caso, di accarezzare e guardare di più i miei cani o pensare alla mia prima cagnolina che ormai da anni non c’è più.

Credo che questo possa essere uno dei frutti per uno scrittore di cui andar fiero, lasciare un ricordo vivo, ed emozionare. Come fa Scanzi ad entrare con questa semplicità, ma con profondità, nella testa degli altri?

“Mi dici una cosa molto bella. Ti ringrazio. In effetti capita spesso che i lettori si innamorino delle passioni di cui scrivo. Come se si creasse un innamoramento per osmosi. In tanti hanno visitato Flavio Roddolo dopo aver letto “Elogio dell’invecchiamento”, in tanti si (ri)avvicinano a Gaber dopo il mio spettacolo teatrale “Gaber se fosse Gaber”. E probabilmente chi legge “I cani lo sanno” ha – alla fine – una gran voglia di coccolarsi Tavira o Zara. E magari avverte il desiderio di farsi accompagnare da un cane, anche se fino a quel momento non l’ha mai avuto. Non so se questo significhi “entrare nella testa degli altri”. Di sicuro provo a mettere in ciò che scrivo la più assoluta passione e onestà. Se poi capita che la passione – o l’idiosincrasia – si trasmettono, be’, è un bell’effetto”.

Mi è particolarmente piaciuto l’accostamento degli addestratori di cani con i biodinamici. Quanto può nuocere la pedanteria?

“E figurati se non lo notavi 🙂 Guarda, a me i pedanti annoiano. Non posso girarci intorno. E’ proprio una cosa che mi ammazza. Quelli che vivono con troppi dogmi, troppe regole. I bacchettoni, i seriosi, i soloni, gli asettici. Gli “astemi dell’emotività”. Che palle. E’ una categoria che detesto, insieme ai pavidi. Ed è anche quello che (non) mi prefiggo quando scrivo un articolo o un libro: essere noiosi e senza coraggio. Se devo annoiarti o non raccontarti nulla, tanto vale non scrivere. Ti ho dato fastidio? Bene. Ti ho stupito? Meglio. Ma non è tollerabile essere noiosi, prevedibili, sciatti. Non è perdonabile. Che volgarità. I biodinamici non sono di per sé noiosi, per carità, ma lo diventano quando pretendono di farmi credere che basta qualche abracadabra e una lettura random di Rudolf Steiner per scoprire e svelare il Nirvana. Ci sono dei produttori, biodinamici e no, che in cantina farebbero dormire anche un esercito di insonni. Gli addestratori possono avere lo stesso approccio: regole, dogmi, regole, dogmi. Una preparazione di base è fondamentale, ma se non ci metti fantasia e genio sei solo un manovale pragmatico. E palloso”

So che è improponibile, ma che c’azzeccano i cani con i vini (naturali)? Come ti ha convinto Marina a fare questa serata?

“Marina della “Compagnia del Taglio” potrebbe convincermi a fare qualsiasi cosa, e anzi spero che me lo chieda. La sua enoteca modenese è uno dei pochi luoghi magici d’Italia, e credimi, io viaggio molto: lo dico con cognizione di causa. Per la serata del 27 ottobre ha fatto tutto lei. Come sempre mi sono consegnato mani e piedi al suo volere. Una cosa, peraltro, che di solito con le donne mi piace molto (e poi è più comodo: ci si stanca di meno). A giugno 2010 presentò “Il vino degli altri” con un affetto – e una genialità – che mi hanno rapito. Non l’avevo mai vista prima: come facevo a non tornarci? Cani e vini non hanno molto in comune. E’ vero, esistono “vini da cani”, ma è una battuta così banale che la lascio ad altri. Preferisco dire che, come i cani, i migliori vini parlano al cuore. Anche se, sia chiaro, mai con l’intensità e la schiettezza di cui è capace un cane”.

Visita da Camillo Donati

10 Settembre 2011

Arriviamo ad Arola in tarda mattinata (qui sopra il castello di Torrechiara da un vigneto vecchio), io Erica ed Enrico; ad accoglierci Camillo Donati e sua moglie Francesca, con la figlia Camilla e la decina di cani, tutti segugi italiani più una cucciola di beagle, che Camillo tiene per la sua passione per la caccia e le mostre di cani.

È un mezzogiorno di fine luglio, le mosche svolazzano tra culatello e parmigiano, noi incuranti pranziamo assaggiando qualche nuova annata tra Malvasia, Lambrusco e Trebbiano, discutendo di cose per noi importantissime: la vigna, le malattie, la vendemmia del 2009 fatta in ritardo, quella di quest’anno che sarà anticipata, il matrimonio della nipote Monia che da anni lavora con lui, le polemiche estive tra blog, associazioni e contadini, le rifermentazioni in bottiglia (naturali e finte), il mercato estero, le potature, la cantina nuova, i giornalisti e le guide, la sperimentazione di nuovi prodotti, le fiere, l’acciaio e il legno, il diradamento e la quantità d’uva…

Il nostro intento (oltre a caricare la macchina di vino) era quello di fare qualche bella foto ed un video che potesse dare l’idea a chi non lo conosce, di capire chi è e cosa fa Camillo Donati. È stato il primo produttore con cui abbiam provato e probabilmente ho sbagliato nella scelta, in quanto, sia per nostra deficenza, che per il carattere di Camillo (che ben conoscevo), non siamo riusciti a girare un minuto che sia venuto almeno presentabile. Sono uscite solo queste foto, pubblicate sul profilo Facebook.

Ma perchè? Com’è Camillo?
Camillo è una persona molto buona e calma, cattolicissimo, (finto) timido ma che ha le sue idee ben fisse e quasi inamovibili che a casa sua, credetemi, è davvero difficile poter controbattere, anche se si tratta di dettagli. Sa cosa vuole, sa cos’è sbagliato, a volte è un po’ troppo scettico e riluttante alle novità, ma in fondo è un innovatore: produce dei vini semplici, genuini, senza fronzoli anche se lavora con aromatici come la Malvasia di Candia o il Sauvignon. Il frutto (l’uva) emerge sempre con forza e vitalità, il carattere e l’eleganza escono meglio dopo un anno di bottiglia.
Spesso i suoi vini incontrano diffidenza tra i consumatori perchè, rispetto agli altri, hanno sapori ed odori insoliti, nuovi (a volte qualche puzzetta pure): sono fatti senza chimica (solo un po’ di solforosa sull’uva, a inizio fermentazione) e senza tecnologie invasive, rispettando il lavoro e la cultura ed il gusto dei contadini di cinquant’anni fa, che non potevano far altro che mettere in bottiglia quello che la loro terra, integra, gli donava.

Arriviamo ad Arola in tarda mattinata (qui sopra il castello di Torrechiara da un vigneto vecchio), io Erica ed Enrico; ad accoglierci Camillo Donati e sua moglie Francesca, con la figlia Camilla e la decina di cani, tutti segugi italiani più una cucciola di beagle, che Camillo tiene per la sua passione per la caccia e le mostre di cani.

È un mezzogiorno di fine luglio, le mosche svolazzano tra culatello e parmigiano, noi incuranti pranziamo assaggiando qualche nuova annata tra Malvasia, Lambrusco e Trebbiano, discutendo di cose per noi importantissime: la vigna, le malattie, la vendemmia del 2009 fatta in ritardo, quella di quest’anno che sarà anticipata, il matrimonio della nipote Monia che da anni lavora con lui, le polemiche estive tra blog, associazioni e contadini, le rifermentazioni in bottiglia (naturali e finte), il mercato estero, le potature, la cantina nuova, i giornalisti e le guide, la sperimentazione di nuovi prodotti, le fiere, l’acciaio e il legno, il diradamento e la quantità d’uva…

Il nostro intento (oltre a caricare la macchina di vino) era quello di fare qualche bella foto ed un video che potesse dare l’idea a chi non lo conosce, di capire chi è e cosa fa Camillo Donati. È stato il primo produttore con cui abbiam provato e probabilmente ho sbagliato nella scelta, in quanto, sia per nostra deficenza, che per il carattere di Camillo (che ben conoscevo), non siamo riusciti a girare un minuto che sia venuto almeno presentabile. Sono uscite solo queste foto, pubblicate sul profilo Facebook.

Ma perchè? Com’è Camillo?
Camillo è una persona molto buona e calma, cattolicissimo, (finto) timido ma che ha le sue idee ben fisse e quasi inamovibili che a casa sua, credetemi, è davvero difficile poter controbattere, anche se si tratta di dettagli. Sa cosa vuole, sa cos’è sbagliato, a volte è un po’ troppo scettico e riluttante alle novità, ma in fondo è un innovatore: produce dei vini semplici, genuini, senza fronzoli anche se lavora con aromatici come la Malvasia di Candia o il Sauvignon. Il frutto (l’uva) emerge sempre con forza e vitalità, il carattere e l’eleganza escono meglio dopo un anno di bottiglia.
Spesso i suoi vini incontrano diffidenza tra i consumatori perchè, rispetto agli altri, hanno sapori ed odori insoliti, nuovi (a volte qualche puzzetta pure): sono fatti senza chimica (solo un po’ di solforosa sull’uva, a inizio fermentazione) e senza tecnologie invasive, rispettando il lavoro e la cultura ed il gusto dei contadini di cinquant’anni fa, che non potevano far altro che mettere in bottiglia quello che la loro terra, integra, gli donava.

Biologico per tutti!

12 Agosto 2011

La viticoltura è un atto privato in luogo pubblico.

Ruggero Mazzilli ripreso nei vigneti di Angiolino Maule a Gambellara, dove sta seguendo una sperimentazione in collaborazione con l’associazione VinNatur che coinvolge altre cinque aziende italiane, con lo scopo di limitare il più possibile l’uso di rame e zolfo per i trattamenti contro peronospora ed oidio, con l’obbiettivo di eliminarli completamente.

Ci regala un’esposizione chiara e diretta di come dovrebbe essere il vigneto biologico: per tutti, anche per gli astemi; una concezione comunitaria vera e propria, nel senso che ogni comune viticolo italiano (o del mondo) dovrebbe pretendere il biologico, con i singoli viticoltori incitati dai cittadini che dovrebbero collaborare per risolvere i problemi del singolo, cooperando.

A vantaggio della loro salute, degli altri cittadini, del consumatore finale del prodotto vino, a vantaggio dell’aria, degli animali e del paesaggio e quindi degli enoturisti.

E ci dice della semplicità di fare il biologico (facile e felice): il non fare. Ovvero non usare prodotti inquinanti come insetticidi, erbicidi o pesticidi, ma conoscere i proprio terreni e le proprie piante per capire il momento giusto per intervenire con i prodotti giusti, sfalciare l’erba al posto di ucciderla, capire il metodo giusto di allevamento ed effettuare la giusta potatura verde durante la primavera e l’estate.
Rispetto, conoscenza, collaborazione. Con questi principi ha sempre lavorato Mazzilli, arrivando a coprire più del 70% della superfice vitata di Panzano in Chianti, meritandosi la cittadinanza onoraria del comune di Gaiole in Chianti, sta iniziando un altro progetto ambizioso sempre nella zona del Chianti Classico, oltre ad essere impegnato nell’avanguardistica ricerca con VinNatur.

La viticoltura è un atto privato in luogo pubblico.

Ruggero Mazzilli ripreso nei vigneti di Angiolino Maule a Gambellara, dove sta seguendo una sperimentazione in collaborazione con l’associazione VinNatur che coinvolge altre cinque aziende italiane, con lo scopo di limitare il più possibile l’uso di rame e zolfo per i trattamenti contro peronospora ed oidio, con l’obbiettivo di eliminarli completamente.

Ci regala un’esposizione chiara e diretta di come dovrebbe essere il vigneto biologico: per tutti, anche per gli astemi; una concezione comunitaria vera e propria, nel senso che ogni comune viticolo italiano (o del mondo) dovrebbe pretendere il biologico, con i singoli viticoltori incitati dai cittadini che dovrebbero collaborare per risolvere i problemi del singolo, cooperando.

A vantaggio della loro salute, degli altri cittadini, del consumatore finale del prodotto vino, a vantaggio dell’aria, degli animali e del paesaggio e quindi degli enoturisti.

E ci dice della semplicità di fare il biologico (facile e felice): il non fare. Ovvero non usare prodotti inquinanti come insetticidi, erbicidi o pesticidi, ma conoscere i proprio terreni e le proprie piante per capire il momento giusto per intervenire con i prodotti giusti, sfalciare l’erba al posto di ucciderla, capire il metodo giusto di allevamento ed effettuare la giusta potatura verde durante la primavera e l’estate.

Rispetto, conoscenza, collaborazione. Con questi principi ha sempre lavorato Mazzilli, arrivando a coprire più del 70% della superfice vitata di Panzano in Chianti, meritandosi la cittadinanza onoraria del comune di Gaiole in Chianti, sta iniziando un altro progetto ambizioso sempre nella zona del Chianti Classico, oltre ad essere impegnato nell’avanguardistica ricerca con VinNatur.

Vini naturali la notte di San Lorenzo!

Tenete pronti i calici e le menti fresche e guizzanti, Vinnatur si propone anche agli occhi della luna e delle stelle…cadenti!

Arkè sarà presente con tre delle sue aziende alla degustazione organizzata per la notte di San Lorenzo presso l’azienda agricola Pialli a Barbarano Vicentino, nei Colli Berici: La Biancara di Angiolino Maule, Spillare Davide e Portinari Daniele; le altre aziende viticole saranno il padrone di casa, Pialli, assieme a Tenuta l’Armonia e all’az. agr. Elvira.

L’evento vede coinvolte le aziende vicentine dell’associazione VinNatur che proporranno insieme i loro vini al pubblico che sarà presente per l’annuale appuntamento organizzato dal comune di Barbarano Vicentino, Calici di Stelle, che attira ogni anno migliaia di visitatori.

La degustazione si terrà nel portico e nel cortile dell’azienda, accompagneranno i nostri palati ottime pietanze venete, mentre le nostre anime verrano accarezzate e stuzzicate da gli Excutive Jazz Trio e dalle opere di tre giovani artisti e fotografi.

Durante la serata saranno stappate anche alcune bollicine venete ed emiliane, per rendere più briosa e fresca la serata; in particolare proporremo il prosecco Casa Belfi Colfondo e il Trebbiano di Camillo Donati, due espressioni semplici, dirette  e fruttate di una naturale rifermentazione in bottiglia.

Il bellissimo portico della cantina di Pialli dove si svolge l’evento.

Vini naturali la notte di San Lorenzo!

Tenete pronti i calici e le menti fresche e guizzanti, Vinnatur si propone anche agli occhi della luna e delle stelle…cadenti!

Arkè sarà presente con tre delle sue aziende alla degustazione organizzata per la notte di San Lorenzo presso l’azienda agricola Pialli a Barbarano Vicentino, nei Colli Berici: La Biancara di Angiolino Maule, Spillare Davide e Portinari Daniele; le altre aziende viticole saranno il padrone di casa, Pialli, assieme a Tenuta l’Armonia e all’az. agr. Elvira.

L’evento vede coinvolte le aziende vicentine dell’associazione VinNatur che proporranno insieme i loro vini al pubblico che sarà presente per l’annuale appuntamento organizzato dal comune di Barbarano Vicentino, Calici di Stelle, che attira ogni anno migliaia di visitatori.

La degustazione si terrà nel portico e nel cortile dell’azienda, accompagneranno i nostri palati ottime pietanze venete, mentre le nostre anime verrano accarezzate e stuzzicate da gli Excutive Jazz Trio e dalle opere di tre giovani artisti e fotografi.

Durante la serata saranno stappate anche alcune bollicine venete ed emiliane, per rendere più briosa e fresca la serata; in particolare proporremo il prosecco Casa Belfi Colfondo e il Trebbiano di Camillo Donati, due espressioni semplici, dirette  e fruttate di una naturale rifermentazione in bottiglia.

Il bellissimo portico della cantina di Pialli dove si svolge l’evento.

Giulia Graglia è l’anima di Senza Trucco, film-documentario che illustra egregiamente l’andamento stagionale e la produzione di vino naturale di quattro bravissime produttrici italiane: Nicoletta Bocca, Elisabetta Foradori, Dora Forsoni, Arianna Occhipinti.
Senza Trucco perché si presentano alla telecamera così come sono, al naturale, con gli scarponcini sporchi di fango e il mosto che impregna di rosso le mani e le braccia. Ma soprattutto Senza Trucco perché il loro vino non ha bisogno dell’intervento della chimica per realizzarsi: è la dedizione materna di queste quattro donne che permette alla vite di crescere in modo sano e di dare grappoli che diventeranno vino energico e genuino, senza che nulla debba essere aggiunto all’antico processo di trasformazione.

Presentato il 2 Giugno a Torino durante Cinemambiente, ha partecipato e vinto il Festival Siciliambiente di San Vito Lo Capo, oltre ad essere recensito su numeros testate nazionali, tra cui il canale on-line di Repubblica; sostenuto anche dal blog che ne porta il nome, che ne ha seguito la realizzazione e che ha continuato a parlare di vino e vignaiole.

Successo di certo meritato, visto che la sincerità e il coraggio nelle scelte fatte da queste produttrici sono state mostrate con semplicità e chiarezza, susseguendo momenti divertenti a verità limpide ed a volte scomode. Di grande impatto emotivo e trascinante il susseguirsi delle stagioni, dalla scelta fondamentale che comporta la potatura, alla cura necessaria per la legatura, alle attenzioni e la fatica dell’estate fino al momento culminante e liberatorio: la vendemmia e il conseguente riposo e le riflessioni autunnali. La diversità dei luoghi, dei caratteri, delle varietà viticole e dei vini sono amalgamate dall’eleganza femminile che ognuna di esse ha, in modo diverso: contadine e buone imprenditrici, nonchè madri, sorelle o nipoti sensibili ma caparbie; in fin dei conti begli  esempi per tutte e tutti.

Alcune domande a Giulia Graglia:

–    Con che intenzioni è nato Senza Trucco? Cosa hanno in più le donne del vino naturale? Centra il femminismo? E il vino naturale?
La spinta iniziale per il documentario è stata la passione per il vino naturale, la scelta di declinare il film al femminile è venuta in un secondo momento. Io sono quanto di più lontano ci possa essere dal femminismo, infatti è stato Marco Fiumara (il mio compagno nonché produttore di Senza Trucco) ad avere per primo l’idea di dedicare il film alle donne, partendo dalla figura di Dora Forsoni, dei Poderi Sanguineto. Le avevo fatto un’intervista video per il web qualche mese prima delle riprese e lei “bucava” letteralmente lo schermo. Quando le abbiamo chiesto se volesse diventare una delle protagoniste del documentario ha accettato entusiasta. A quel punto c’era l’idea; si trattava soltanto di trovare altre produttrici per coprire, oltre al centro, anche il nord-ovest, il nord-est e il sud della penisola, visto che il nostro progetto prevedeva un’analisi a livello nazionale del mondo del vino al femminile. Ho incontrato Nicoletta Bocca, Elisabetta Foradori e Arianna Occhipinti durante alcune manifestazioni sui vini naturali e ho capito che il casting ormai era fatto.
–    Cosa ti ha portato ha scegliere proprio queste quattro produttrici? Penso alle altrettanto brave Nadia Verrua (Cascina Tavijn), Bruna Ferro (Carussin), Elena Pantaleoni (La Stoppa), le sorelle Padovani (Fonterenza), Alessandra Bera (F.lli Bera).
Tutti nomi di persone che non solo stimo, ma che spesso sono diventate amiche e di cui adoro i vini. Quando abbiamo iniziato a lavorare al documentario non le conoscevo ancora, se non di nome. Chissà… forse prima o poi faremo Senza Trucco due, anche perché le donne in gamba nel mondo dei vini naturali sono tante e hanno personalità e carisma da vendere.
–    Come mai la scelta di non intervenire nel documentario con domande o commenti?
Le domande e i commenti ci sono stati, durante le riprese, ma, in fase di montaggio, io e la montatrice, Enrica Gatto, abbiamo deciso di mantenere lo sguardo dell’autore un po’ in sordina, in una posizione discreta, in modo che le protagoniste potessero emergere in tutta la loro genuina forza e dedizione alla propria attività.
–    La mia preferita per onestà, schiettezza, animo contadino puro è la meno femminile tra le quattro, un animo ed una volontà rare anche per un’uomo: Dora. Se non sono banale, quale potrebbe essere la tua preferita, quella che senti più vicina?
Me lo sono chiesto spesso anch’io, ma non sono stata capace di darmi una risposta, e non per spirito democristiano. Fare parte della vita delle mie quattro protagoniste per qualche giorno mi ha permesso (anzi, ha permesso a tutta la troupe) di instaurare un rapporto così schietto e immediato che sono diventate tutte e quattro amiche, nell’accezione meno banale del termine. Per festeggiare a casa apriamo le loro bottiglie, perché sappiamo che brinderebbero sempre volentieri con noi.
–    Prospettive per il prossimo futuro, a parte il blog?
Tante, troppe. In realtà le idee non mancano e sarebbe bello avere uno stuolo di finanziatori per i progetti che abbiamo in mente (in cui il vino naturale ha sempre un ruolo di primo piano!). Speriamo che Senza Trucco, e il Primo Premio al Festival Siciliambiente, ci aprano la strada e ci permettano di trovare chi abbia voglia di investire nelle nostre idee…

Un grazie a Giulia, anche lei ad honoris causa “Donna del vino”!

Giulia Graglia è l’anima di Senza Trucco, film-documentario che illustra egregiamente l’andamento stagionale e la produzione di vino naturale di quattro bravissime produttrici italiane: Nicoletta Bocca, Elisabetta Foradori, Dora Forsoni, Arianna Occhipinti.
Senza Trucco perché si presentano alla telecamera così come sono, al naturale, con gli scarponcini sporchi di fango e il mosto che impregna di rosso le mani e le braccia. Ma soprattutto Senza Trucco perché il loro vino non ha bisogno dell’intervento della chimica per realizzarsi: è la dedizione materna di queste quattro donne che permette alla vite di crescere in modo sano e di dare grappoli che diventeranno vino energico e genuino, senza che nulla debba essere aggiunto all’antico processo di trasformazione.

Presentato il 2 Giugno a Torino durante Cinemambiente, ha partecipato e vinto il Festival Siciliambiente di San Vito Lo Capo, oltre ad essere recensito su numeros testate nazionali, tra cui il canale on-line di Repubblica; sostenuto anche dal blog che ne porta il nome, che ne ha seguito la realizzazione e che ha continuato a parlare di vino e vignaiole.

Successo di certo meritato, visto che la sincerità e il coraggio nelle scelte fatte da queste produttrici sono state mostrate con semplicità e chiarezza, susseguendo momenti divertenti a verità limpide ed a volte scomode. Di grande impatto emotivo e trascinante il susseguirsi delle stagioni, dalla scelta fondamentale che comporta la potatura, alla cura necessaria per la legatura, alle attenzioni e la fatica dell’estate fino al momento culminante e liberatorio: la vendemmia e il conseguente riposo e le riflessioni autunnali. La diversità dei luoghi, dei caratteri, delle varietà viticole e dei vini sono amalgamate dall’eleganza femminile che ognuna di esse ha, in modo diverso: contadine e buone imprenditrici, nonchè madri, sorelle o nipoti sensibili ma caparbie; in fin dei conti begli  esempi per tutte e tutti.

Alcune domande a Giulia Graglia:

–    Con che intenzioni è nato Senza Trucco? Cosa hanno in più le donne del vino naturale? Centra il femminismo? E il vino naturale?
La spinta iniziale per il documentario è stata la passione per il vino naturale, la scelta di declinare il film al femminile è venuta in un secondo momento. Io sono quanto di più lontano ci possa essere dal femminismo, infatti è stato Marco Fiumara (il mio compagno nonché produttore di Senza Trucco) ad avere per primo l’idea di dedicare il film alle donne, partendo dalla figura di Dora Forsoni, dei Poderi Sanguineto. Le avevo fatto un’intervista video per il web qualche mese prima delle riprese e lei “bucava” letteralmente lo schermo. Quando le abbiamo chiesto se volesse diventare una delle protagoniste del documentario ha accettato entusiasta. A quel punto c’era l’idea; si trattava soltanto di trovare altre produttrici per coprire, oltre al centro, anche il nord-ovest, il nord-est e il sud della penisola, visto che il nostro progetto prevedeva un’analisi a livello nazionale del mondo del vino al femminile. Ho incontrato Nicoletta Bocca, Elisabetta Foradori e Arianna Occhipinti durante alcune manifestazioni sui vini naturali e ho capito che il casting ormai era fatto.
–    Cosa ti ha portato ha scegliere proprio queste quattro produttrici? Penso alle altrettanto brave Nadia Verrua (Cascina Tavijn), Bruna Ferro (Carussin), Elena Pantaleoni (La Stoppa), le sorelle Padovani (Fonterenza), Alessandra Bera (F.lli Bera).
Tutti nomi di persone che non solo stimo, ma che spesso sono diventate amiche e di cui adoro i vini. Quando abbiamo iniziato a lavorare al documentario non le conoscevo ancora, se non di nome. Chissà… forse prima o poi faremo Senza Trucco due, anche perché le donne in gamba nel mondo dei vini naturali sono tante e hanno personalità e carisma da vendere.
–    Come mai la scelta di non intervenire nel documentario con domande o commenti?
Le domande e i commenti ci sono stati, durante le riprese, ma, in fase di montaggio, io e la montatrice, Enrica Gatto, abbiamo deciso di mantenere lo sguardo dell’autore un po’ in sordina, in una posizione discreta, in modo che le protagoniste potessero emergere in tutta la loro genuina forza e dedizione alla propria attività.
–    La mia preferita per onestà, schiettezza, animo contadino puro è la meno femminile tra le quattro, un animo ed una volontà rare anche per un’uomo: Dora. Se non sono banale, quale potrebbe essere la tua preferita, quella che senti più vicina?
Me lo sono chiesto spesso anch’io, ma non sono stata capace di darmi una risposta, e non per spirito democristiano. Fare parte della vita delle mie quattro protagoniste per qualche giorno mi ha permesso (anzi, ha permesso a tutta la troupe) di instaurare un rapporto così schietto e immediato che sono diventate tutte e quattro amiche, nell’accezione meno banale del termine. Per festeggiare a casa apriamo le loro bottiglie, perché sappiamo che brinderebbero sempre volentieri con noi.
–    Prospettive per il prossimo futuro, a parte il blog?
Tante, troppe. In realtà le idee non mancano e sarebbe bello avere uno stuolo di finanziatori per i progetti che abbiamo in mente (in cui il vino naturale ha sempre un ruolo di primo piano!). Speriamo che Senza Trucco, e il Primo Premio al Festival Siciliambiente, ci aprano la strada e ci permettano di trovare chi abbia voglia di investire nelle nostre idee…

Un grazie a Giulia, anche lei ad honoris causa “Donna del vino”!

Un non-prosecco, il Colfondo di Maurizio Donadi.

E’ arrivata oggi la prima consegna della nuova azienda dalla zona del Prosecco che arkè ha voluto iniziare a proporre: e’ un vino semplice, dal basso grado alcolico, ottimo per gli aperitivi ma anche come vero dissetante durante l’estate. Agricoltura biologica in vigneto ed omeopatica con gli E.M. (Microorganismi Effettivi) e rifermentato naturalmente (senza l’aggiunta di zuccheri o lieviti) in bottiglia.

Questa tecnica vuole riprendere metodi antichi, dimenticati dopo l’avvento di autoclavi, lieviti selezionati e da quando il zucchero ha iniziato a costare pochissimo…per questo Maurizio, insieme a pochi altri produttori, hanno dato vita ad un gruppo in cui tutti si riconoscono, Colfondo.

Maurizio Donadi è un giovane enologo (collabora con la Giotto Consulting) che da qualche anno ha recuperato alcuni vigneti di famiglia in quel di San Polo in Piave, nel trevigiano. Il suo primo vino e’ il Casa Belfi Colfondo, un Prosecco non convenzionale ed atipico, tanto da non meritarsi tale appellativo in quanto non conforme agli standard convenzionali della DOC di origine.

Questo perchè il suo vino non viene spumantizzato attraverso autoclavi, ma rifermentato in bottiglia senza aggiunta di lieviti, enzimi o zuccheri, ottenendo un vino lievemente torbido e dai sapori inusuli, troppo veri per essere accettati da un disciplinare che ormai ha i suoi anni! Unica via invece questa perchè il vitigno ed il terreno possano esprimere al meglio le loro peculiarità, così come la decisione di lavorarli fin dall’inizio in biologico, per dare un Prosecco completamente sano, oltre che espressivo e buono.

Coadiuvante sia nei trattamenti in vigna che nella vinificazione sono gli E.M. (Micro organismi effettivi): dei batteri che aiutano sia le piante che il vino ad avere il giusto equilibrio a livello microbiologico. Vengono utilizzati nei trattamenti in vigna sotto forma liquida e nel vino con capsule di ceramica contenenti il principio attivo; sta studiando una formula per posizionare una di queste sul tappo, per poterle utilizzare anche nelle bottiglie!

Casa Belfi Colfondo

Vino bianco frizzante da uve Glera (Prosecco), rifermentato naturalmente in bottiglia dalla bassa gradazione alcolica, da viti allevate a Guyot in zona pianeggiante, vinificato in acciaio.

Vino semplice, da sete, estivo: dal colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, perlage sottile e persistente, al naso il carattere del Prosecco esce limpidamente, con un floreale leggero affiancato da note di lievito e crosta di pane. In bocca è vinoso, ha un buon corpo, l’acidità è ben armonizzata e dà freschezza.

Ottimo come aperitivo, dissetante e rinvigorente, sa accompagnare bene antipasti anche a base di salumi, fritture di pesce o verdure.

Un non-prosecco, il Colfondo di Maurizio Donadi.

E’ arrivata oggi la prima consegna della nuova azienda dalla zona del Prosecco che arkè ha voluto iniziare a proporre: e’ un vino semplice, dal basso grado alcolico, ottimo per gli aperitivi ma anche come vero dissetante durante l’estate. Agricoltura biologica in vigneto ed omeopatica con gli E.M. (Microorganismi Effettivi) e rifermentato naturalmente (senza l’aggiunta di zuccheri o lieviti) in bottiglia.

Questa tecnica vuole riprendere metodi antichi, dimenticati dopo l’avvento di autoclavi, lieviti selezionati e da quando il zucchero ha iniziato a costare pochissimo…per questo Maurizio, insieme a pochi altri produttori, hanno dato vita ad un gruppo in cui tutti si riconoscono, Colfondo.

Maurizio Donadi è un giovane enologo (collabora con la Giotto Consulting) che da qualche anno ha recuperato alcuni vigneti di famiglia in quel di San Polo in Piave, nel trevigiano. Il suo primo vino e’ il Casa Belfi Colfondo, un Prosecco non convenzionale ed atipico, tanto da non meritarsi tale appellativo in quanto non conforme agli standard convenzionali della DOC di origine.

Questo perchè il suo vino non viene spumantizzato attraverso autoclavi, ma rifermentato in bottiglia senza aggiunta di lieviti, enzimi o zuccheri, ottenendo un vino lievemente torbido e dai sapori inusuli, troppo veri per essere accettati da un disciplinare che ormai ha i suoi anni! Unica via invece questa perchè il vitigno ed il terreno possano esprimere al meglio le loro peculiarità, così come la decisione di lavorarli fin dall’inizio in biologico, per dare un Prosecco completamente sano, oltre che espressivo e buono.

Coadiuvante sia nei trattamenti in vigna che nella vinificazione sono gli E.M. (Micro organismi effettivi): dei batteri che aiutano sia le piante che il vino ad avere il giusto equilibrio a livello microbiologico. Vengono utilizzati nei trattamenti in vigna sotto forma liquida e nel vino con capsule di ceramica contenenti il principio attivo; sta studiando una formula per posizionare una di queste sul tappo, per poterle utilizzare anche nelle bottiglie!

Casa Belfi Colfondo

Vino bianco frizzante da uve Glera (Prosecco), rifermentato naturalmente in bottiglia dalla bassa gradazione alcolica, da viti allevate a Guyot in zona pianeggiante, vinificato in acciaio.

Vino semplice, da sete, estivo: dal colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, perlage sottile e persistente, al naso il carattere del Prosecco esce limpidamente, con un floreale leggero affiancato da note di lievito e crosta di pane. In bocca è vinoso, ha un buon corpo, l’acidità è ben armonizzata e dà freschezza.

Ottimo come aperitivo, dissetante e rinvigorente, sa accompagnare bene antipasti anche a base di salumi, fritture di pesce o verdure.

Approfondimento sulla viticoltura sostenibile ed il biologico.

Breve intervista a Ruggero Mazzilli, in approfondimento alla presentazione del suo progetto di viticoltura sostenibile su questo sito qualche settimana fa, “Il Ruggero-pensiero”

Quesiti tra riscoperta del passato e voglia di un futuro migliore, a cui Ruggero risponde con la solita ironia tagliente, che dice e non dice.

Spero che qualche link agli argomenti trattati possa rendere comprensibile l’importante e vasto argomento.

Credi che ci siano ancora quei vecchi vignaioli che ti hanno insegnato il mestiere quando eri un giovane neo-laureato? C’è ancora quel contadino oggi?

Non credo che in passato le persone fossero migliori di oggi ma avevamo meno tentazioni e distrazioni, fare il vignaiolo voleva dire stare nei vigneti e il lavoro nei vigneti doveva dare da vivere (cosa scontatissima ma oggi si sentono tanto le solite storielle); a me quegli “arzadù” hanno regalato la fortuna di crescere lentamente, lontano dal rimbambirmi con le logiche di un veloce profitto senza rispetto, ma per fare le cose con cura. Ci sono ancora persone così, magari non tante ma qualcuna è riuscita a mantenere viva l’artigianalità e la passione nel lavoro attraverso figli e nipoti: io ho 50 anni ma è come se avessi vissuto 80 anni fa (in riferimento a cosa ho visto in gioventù, soprattutto in zone enologicamente meno acclamate)ed a me sembra che questo mi abbia fatto bene.

Fare una tesi sul biologico nei primi anni Ottanta credo sia stato coraggioso. Che rapporto c’era allora e com’è oggi con l’impresa privata e l’università pubblica?

In quegli anni non è che frequentassi delgi imprenditori, percui non ti so dire. Di certo la maggior parte di loro, così come oggi (il biologico ha comunque una percentuale bassa del mercato),non avevano molto interesse per l’argomento.

A parte qualche articolo denigratorio che ogni tanto pubblicavano vignevini o l’informatore agrario contro il bio, poco se ne parlava, e i sostenitori stessi del biologico erano talmente arrabbiati che non cercavano il confronto.

Le università allora, così come oggi, vanno dove li porta il business scientifico: a prendere la strada buona non sono molti ma di valore.

Cosa ne pensi quindi della moda degli ultimi anni, parlare di biologico ed ecosostenibilità?

Se oggi di sostenibilità se ne parla troppo e a vanvera è soprattutto per interesse economico, ma la cosa buona è che la richiesta viene dalla base, ad esempio da consumatori e cittadini che, per quanto spesso ingenui e superficiali, possono veramente condizionare il mercato e le scelte aziendali. Questo porta ad accreditare sempre di più chi lo fa perchè ci crede e non chi lo fa perchè “tira”.

In fondo l’importante è che si faccia, ed è l’unico modo affinchè col tempo qualcuno in più capisca anche le ragioni di una scelta bio o sostenibile.

Cosa mi dici a riguardo delle certificazioni e dei certificatori? Hanno valore? Il consumatore si può fidare?

Si potrebbe dire “pùtost che nent l’è mei pùtost”, ma chi certifica il certificatore? Sinceramente non credo che questa banda di fannulloni (cito un amico produttore) sia indispensabile, basterebbe togliere dal mercato tutti i veleni e non ci sarebbe più bisogno di controlli!

Ma non tutto ciò che è naturale è anche buono e bio, come il terremoto anche il piretro e il rotenone sono naturali ma non bio (e comunque non servono).
Io porterei le cose all’estremo, piantando vigna solo dove si può coltivare senza veleni! Per stare coi piedi per terra la via mediana è sempre quella giusta, per cui: facciamo pure i controlli ma non sulle fatture di acquisto, bensì sui terreni, sulle foglie, sull’uva e sul vino in azienda e senza prendere appuntamento.

Sarà possibile liberarsi del tutto dalle sostanze chimiche nel vigneto, anche rame e zolfo?

Insieme all’associazione VinNatur siamo all’avanguardia con la sperimentazione sull’uso di induttori di resistenza e di varie sostanze vegetali attive di difesa; queste possono dare risultati molto buoni solo se inserite in una gestione agronomica a bassa suscettibilità, dal suolo alle piante. La somma di tanti piccoli particolari nell’insieme fa una grossa differenza, non esistono sostanze miracolose e il problema reale è la cattiva eredità del passato.
La ricerca scientifica potrebbe fare passi da gigante se vietassero le molecole di sintesi, ma non si può brevettare un estratto vegetale (e torniamo al business).

Come dovrebbe essere fatto a tuo avviso un vino per essere definito naturale? Parlo di fermentazione, vinificazione ed affinamento.

Non mi occupo professionlmente di vinificazione, l’ho fatto in passato quando con pochi mezzi e poche ambizioni si faceva il buon vino del bravo contadino: allora esistevano solo due tipi di vino, quello da vendere in damigiana e quello da vendere in bottiglia (anzi ce n’era anche un terzo, il vinello per autoconsumo).

Mi piaceva tanto anche farlo il vino e un giorno voglio tornare a farlo, ma solo per bermelo con gli amici, come prova d’affetto.

Come definizione di vino naturale mi sembra chiara e completa quella sul tuo sito.

Approfondimento sulla viticoltura sostenibile ed il biologico.

Breve intervista a Ruggero Mazzilli, in approfondimento alla presentazione del suo progetto di viticoltura sostenibile su questo sito qualche settimana fa, “Il Ruggero-pensiero”

Quesiti tra riscoperta del passato e voglia di un futuro migliore, a cui Ruggero risponde con la solita ironia tagliente, che dice e non dice.

Spero che qualche link agli argomenti trattati possa rendere comprensibile l’importante e vasto argomento.

Credi che ci siano ancora quei vecchi vignaioli che ti hanno insegnato il mestiere quando eri un giovane neo-laureato? C’è ancora quel contadino oggi?

Non credo che in passato le persone fossero migliori di oggi ma avevamo meno tentazioni e distrazioni, fare il vignaiolo voleva dire stare nei vigneti e il lavoro nei vigneti doveva dare da vivere (cosa scontatissima ma oggi si sentono tanto le solite storielle); a me quegli “arzadù” hanno regalato la fortuna di crescere lentamente, lontano dal rimbambirmi con le logiche di un veloce profitto senza rispetto, ma per fare le cose con cura. Ci sono ancora persone così, magari non tante ma qualcuna è riuscita a mantenere viva l’artigianalità e la passione nel lavoro attraverso figli e nipoti: io ho 50 anni ma è come se avessi vissuto 80 anni fa (in riferimento a cosa ho visto in gioventù, soprattutto in zone enologicamente meno acclamate)ed a me sembra che questo mi abbia fatto bene.

Fare una tesi sul biologico nei primi anni Ottanta credo sia stato coraggioso. Che rapporto c’era allora e com’è oggi con l’impresa privata e l’università pubblica?

In quegli anni non è che frequentassi delgi imprenditori, percui non ti so dire. Di certo la maggior parte di loro, così come oggi (il biologico ha comunque una percentuale bassa del mercato),non avevano molto interesse per l’argomento.

A parte qualche articolo denigratorio che ogni tanto pubblicavano vignevini o l’informatore agrario contro il bio, poco se ne parlava, e i sostenitori stessi del biologico erano talmente arrabbiati che non cercavano il confronto.

Le università allora, così come oggi, vanno dove li porta il business scientifico: a prendere la strada buona non sono molti ma di valore.

Cosa ne pensi quindi della moda degli ultimi anni, parlare di biologico ed ecosostenibilità?

Se oggi di sostenibilità se ne parla troppo e a vanvera è soprattutto per interesse economico, ma la cosa buona è che la richiesta viene dalla base, ad esempio da consumatori e cittadini che, per quanto spesso ingenui e superficiali, possono veramente condizionare il mercato e le scelte aziendali. Questo porta ad accreditare sempre di più chi lo fa perchè ci crede e non chi lo fa perchè “tira”.

In fondo l’importante è che si faccia, ed è l’unico modo affinchè col tempo qualcuno in più capisca anche le ragioni di una scelta bio o sostenibile.

Cosa mi dici a riguardo delle certificazioni e dei certificatori? Hanno valore? Il consumatore si può fidare?

Si potrebbe dire “pùtost che nent l’è mei pùtost”, ma chi certifica il certificatore? Sinceramente non credo che questa banda di fannulloni (cito un amico produttore) sia indispensabile, basterebbe togliere dal mercato tutti i veleni e non ci sarebbe più bisogno di controlli!

Ma non tutto ciò che è naturale è anche buono e bio, come il terremoto anche il piretro e il rotenone sono naturali ma non bio (e comunque non servono).
Io porterei le cose all’estremo, piantando vigna solo dove si può coltivare senza veleni! Per stare coi piedi per terra la via mediana è sempre quella giusta, per cui: facciamo pure i controlli ma non sulle fatture di acquisto, bensì sui terreni, sulle foglie, sull’uva e sul vino in azienda e senza prendere appuntamento.

Sarà possibile liberarsi del tutto dalle sostanze chimiche nel vigneto, anche rame e zolfo?

Insieme all’associazione VinNatur siamo all’avanguardia con la sperimentazione sull’uso di induttori di resistenza e di varie sostanze vegetali attive di difesa; queste possono dare risultati molto buoni solo se inserite in una gestione agronomica a bassa suscettibilità, dal suolo alle piante. La somma di tanti piccoli particolari nell’insieme fa una grossa differenza, non esistono sostanze miracolose e il problema reale è la cattiva eredità del passato.
La ricerca scientifica potrebbe fare passi da gigante se vietassero le molecole di sintesi, ma non si può brevettare un estratto vegetale (e torniamo al business).

Come dovrebbe essere fatto a tuo avviso un vino per essere definito naturale? Parlo di fermentazione, vinificazione ed affinamento.

Non mi occupo professionlmente di vinificazione, l’ho fatto in passato quando con pochi mezzi e poche ambizioni si faceva il buon vino del bravo contadino: allora esistevano solo due tipi di vino, quello da vendere in damigiana e quello da vendere in bottiglia (anzi ce n’era anche un terzo, il vinello per autoconsumo).

Mi piaceva tanto anche farlo il vino e un giorno voglio tornare a farlo, ma solo per bermelo con gli amici, come prova d’affetto.

Come definizione di vino naturale mi sembra chiara e completa quella sul tuo sito.

Rossi per l’estate!

14 Giugno 2011

Nonostante il caldo torrido, anche d’estate i vini rossi possono accompagnare le grigliate in giardino, in riva al mare o in montagna, in compagnia degli amici.
Di seguito qualche proposta sfiziosa e leggera di vini biologici italiani e francesi che possono allietare anche le calde serate di questa estate: magari non dal colore rosso intenso, ma più tendenti al colore del tramonto, dai sentori di frutta fresca o floreali, diretti e vinosi, dal basso valore alcolico, mai pesanti o marmellatosi ma di grande bevibilità.


Valpolicella Classico Saseti 2010, Monte Dall’Ora.
È il primo vino dell’azienda, il più semplice ed il più diretto, che ben esprime la sua zona dando una limpida espressione della Corvina, Corvinone e Molinara tipici della Valpolicella. Ottimo con la carne cruda o il prosciutto e melone, sa accompagnare tutto il pasto fin dall’aperitivo!


Lambrusco 2010, Camillo Donati.
Bel vino brioso, conviviale e ottimo anche come aperitivo da accompagnare a peperoni verdi appena saltati in padella con un filo di olio extravergine toscano (ideale quello di Pacina) e un pizzico di sale e una fetta di salume profumato.


Grignolino d’Asti 2010, Cascina Tavijn.
Vino Femminile, così come chi lo produce, delicato sia nel colore che nel profumo, considerato un vino pregiato nell’astigiano in quanto doveva accompagnare solo certi momenti speciali dell’anno:  perchè non rendere speciale una bella sera d’estate che regala la sua frescura e i suoi profumi al calar del sole?
Rosso Del Contadino 6, Frank Cornelissen. Vino che nasce dal nero dell’Etna e dalla gialla Sicilia, dal colore quasi rosato, non filtrato e senza solfiti aggiunti, un concentrato di emozioni nel bicchiere. Note erbacee e frutti selvatici al naso, beverino e vero in bocca. Lo consigliamo con un bel piatto fresco come Carne Salada, oppure bresaola rucola e grana….o perchè no un bel pescetto ai ferri!!
Pur Breton 2009, Olivier Cousin. Cabernet franc d’eccezionale profumo, giovane ma vigoroso, intenso ma semplice…non si riesce a lasciarne un dito nel bicchere e richiama facilemne all’assaggio. Una tagliata di sorana al sangue con una croccante insalatina sara’ la sua morte!
Grolle Noir 2009, Cyril Le Moing. Loira e grolleau noir al 100%; natura nel bicchiere, pulito e intrigante, si avverte immediatamente l’uva, i profumi da frutta rossa di sottobosco e l’acidità che ti pulisce la bocca. È un vino puro e vivace, che sa sgrassare egregiamente la bocca dagli affettati o dal fois gras ma che potrebbe accompagnare, da solo, i lunghi crepuscoli estivi.

Nonostante il caldo torrido, anche d’estate i vini rossi possono accompagnare le grigliate in giardino, in riva al mare o in montagna, in compagnia degli amici.

Di seguito qualche proposta sfiziosa e leggera di vini biologici italiani e francesi che possono allietare anche le calde serate di questa estate: magari non dal colore rosso intenso, ma più tendenti al colore del tramonto, dai sentori di frutta fresca o floreali, diretti e vinosi, dal basso valore alcolico, mai pesanti o marmellatosi ma di grande bevibilità.

Valpolicella Classico Saseti 2010, Monte Dall’Ora. È il primo vino dell’azienda, il più semplice ed il più diretto, che ben esprime la sua zona dando una limpida espressione della Corvina, Corvinone e Molinara tipici della Valpolicella. Ottimo con la carne cruda o il prosciutto e melone, sa accompagnare tutto il pasto fin dall’aperitivo!

Lambrusco 2010, Camillo Donati. Bel vino brioso, conviviale e ottimo anche come aperitivo da accompagnare a peperoni verdi appena saltati in padella con un filo di olio extravergine toscano (ideale quello di Pacina) e un pizzico di sale e una fetta di salume profumato.

Grignolino d’Asti 2010, Cascina Tavijn. Vino Femminile, così come chi lo produce, delicato sia nel colore che nel profumo, considerato un vino pregiato nell’astigiano in quanto doveva accompagnare solo certi momenti speciali dell’anno:  perchè non rendere speciale una bella sera d’estate che regala la sua frescura e i suoi profumi al calar del sole?

Rosso Del Contadino 6, Frank Cornelissen. Vino che nasce dal nero dell’Etna e dalla gialla Sicilia, dal colore quasi rosato, non filtrato e senza solfiti aggiunti, un concentrato di emozioni nel bicchiere. Note erbacee e frutti selvatici al naso, beverino e vero in bocca. Lo consigliamo con un bel piatto fresco come Carne Salada, oppure bresaola rucola e grana….o perchè no un bel pescetto ai ferri!!

Pur Breton 2009, Olivier Cousin. Cabernet franc d’eccezionale profumo, giovane ma vigoroso, intenso ma semplice…non si riesce a lasciarne un dito nel bicchere e richiama facilemne all’assaggio. Una tagliata di sorana al sangue con una croccante insalatina sara’ la sua morte!

Grolle Noir 2009, Cyril Le Moing. Loira e grolleau noir al 100%; natura nel bicchiere, pulito e intrigante, si avverte immediatamente l’uva, i profumi da frutta rossa di sottobosco e l’acidità che ti pulisce la bocca. È un vino puro e vivace, che sa sgrassare egregiamente la bocca dagli affettati o dal fois gras ma che potrebbe accompagnare, da solo, i lunghi crepuscoli estivi.

La foto sopra mostra due vigneti a pochi metri l’uno dall’altro, nel mese di Aprile: uno zappato in fila con un apposito attrezzo e l’altro disseccato con erbicidi chimici.

Il video mostra due vigneti, uno di fianco all’altro, della stessa varietà d’uva ma con due metodi di coltivazione completamente differenti:

Il primo è allevato a pergola (un sistema che permette di produrre grandi quantità d’uva) e con un’agricoltura convenzionale: diserbo in fila per evitare la crescita dell’erba, trattamenti fitosanitari con insetticidi ed anticrittogamici sistemici (pesticidi che finiscono nel vino e quindi nel nostro organismo), concimazione con fertilizzanti chimici ed irrigazione per sostenere l’elevata produzione.
Si tratta di un conferitore di uve presso la cantina sociale del posto, che deve badare alla quantità perchè pagato al quintale; il vino sarà un vinello da pochi euro a bottiglia, destinato ai supermercati.
È sorprendente  la differenza  a pochi passi di distanza, dove un viticoltore che da alcuni anni è certificato in biodinamica lavora per produrre poca uva ma di elevata qualità, con allevamento a guyot, tenendo i filari inerbiti, trattando con rame e zolfo contro le malattie della vite e aiutando il suo vigneto a rivitalizzarsi con i preparati biodinamici.
Il vino che questo produttore vuole ottenere avrà una grande struttura e una mineralità spiccata che ben riflette i caratteri del proprio territorio, sarà venduto in enoteca o al ristorante ad un prezzo di certo più alto ma darà al consumatore attento ed appassionato emozioni vere.
Di esempi simili ne ho visti parecchi e ne farò vedere altri, ma questo mi ha colpito per la vicinanza dei due vigneti e per la totale differenza dei due approcci, utili a far capire, attraverso le immagini, come la viticoltura sia fondamentale per il risultato finale, nel bicchiere.
Certo, non è detto che tutti i vigneti a pergola producano pessimi vini, così come non è detto che tutti i vigneti a guyot producano poca uva e diano ottimi vini. Così come da una viticoltura convenzionale non possano venire vini buoni o ottimi e da una viticoltura biodinamica (o in biologico) vini sgradevoli, piatti o di scarsa qualità.

La foto sopra mostra due vigneti a pochi metri l’uno dall’altro, nel mese di Aprile: uno zappato in fila con un apposito attrezzo e l’altro disseccato con erbicidi chimici.

Il video mostra due vigneti, uno di fianco all’altro, della stessa varietà d’uva ma con due metodi di coltivazione completamente differenti:

Il primo è allevato a pergola (un sistema che permette di produrre grandi quantità d’uva) e con un’agricoltura convenzionale: diserbo in fila per evitare la crescita dell’erba, trattamenti fitosanitari con insetticidi ed anticrittogamici sistemici (pesticidi che finiscono nel vino e quindi nel nostro organismo), concimazione con fertilizzanti chimici ed irrigazione per sostenere l’elevata produzione.
Si tratta di un conferitore di uve presso la cantina sociale del posto, che deve badare alla quantità perchè pagato al quintale; il vino sarà un vinello da pochi euro a bottiglia, destinato ai supermercati.
È sorprendente  la differenza  a pochi passi di distanza, dove un viticoltore che da alcuni anni è certificato in biodinamica lavora per produrre poca uva ma di elevata qualità, con allevamento a guyot, tenendo i filari inerbiti, trattando con rame e zolfo contro le malattie della vite e aiutando il suo vigneto a rivitalizzarsi con i preparati biodinamici.
Il vino che questo produttore vuole ottenere avrà una grande struttura e una mineralità spiccata che ben riflette i caratteri del proprio territorio, sarà venduto in enoteca o al ristorante ad un prezzo di certo più alto ma darà al consumatore attento ed appassionato emozioni vere.
Di esempi simili ne ho visti parecchi e ne farò vedere altri, ma questo mi ha colpito per la vicinanza dei due vigneti e per la totale differenza dei due approcci, utili a far capire, attraverso le immagini, come la viticoltura sia fondamentale per il risultato finale, nel bicchiere.
Certo, non è detto che tutti i vigneti a pergola producano pessimi vini, così come non è detto che tutti i vigneti a guyot producano poca uva e diano ottimi vini. Così come da una viticoltura convenzionale non possano venire vini buoni o ottimi e da una viticoltura biodinamica (o in biologico) vini sgradevoli, piatti o di scarsa qualità.

Ecosostenibile

4 Maggio 2011


L’immensa forza del sole

L’ecosostenibilità è l’attività umana che regola la propria pratica secondo principi ecologisti nel quadro di uno sviluppo sostenibile. Il rinnovamento delle risorse (approvigionamento di energia) è al centro del discorso ecosostenibile, ed è inteso come capacità intrinseca del mondo di trasformarsi in maniera ciclica, capacità che va difesa per non modificare i delicati equilibri terrestri.

L’impatto che le attività umane hanno sull’ambiente è oggi in primo piano: l’unica oppurtunità che abbiamo per salvaguardare le generazioni future è quello di adattare le nostre tecnologie e le nostre attività quotidiane puntando ad una migliore qualità di vita nel rispetto per l’ambiente. Non solo quindi energia rinnovabile pulita (fotovoltaico, eolico, geotermico), ma anche costruzioni, trasporto privato, tecnologie produttive, arredamento, abbigliamento, alimentazione.

Di tutto ciò si occupa la fiera Vivieco, che si svolge il 14 e 15 Maggio ad Erba e che vedrà coinvolte aziende ed imprenditori attenti allo sviluppo sostenibile per permettere ai visitatori di apprezzare tutte le ultime novità, anche attraverso seminari e laboratori curati da ricercatori, esperti ed enti autorevoli.

Saremo presenti con uno stand nel settore alimentari con alcuni dei nostri vini in degustazione, sperando di riuscire a coinvolgere sempre più persone che magari non sanno che ci possano essere dei vini naturali.

Tra le numerose conferenze e dibattiti, di particolare interesse una che parla di viticoltura sostenibile, l’altra di un prodotto naturale che può essere utilizzato per la cura delle piante da frutto o in orticoltura, gli EMbio.

Inoltre arkè si propone di seguire questo mondo non solo per quanto riguarda il vino e la viticoltura anche in futuro, curando una rubrica in collaborazione con l’amico Lanfranco Fossà, che come introduzione ci parla del sole e di alcuni strani texani:

“In meno di un’ora la Terra riceve dal Sole una quantità di energia pari all’intero consumo mondiale di un anno. L’energia solare, a differenza di altre fonti di energia, è presente in tutte le zone del pianeta (seppur con alcune differenze dipendenti dalla latitudine) ed è una fonte che ci accompagnerà ancora per miliardi di anni.

Unico nostro limite e’ che non la sappiamo ancora catturare. Ma la questione e’: volere o potere?

Il sole è di tutti, la sua energia è gratis a differenza delle fonti fossili come il petrolio che e’ di pochi ma serve a tutti. Per avere l’oro nero si fanno guerre, si sfruttano paesi poveri e si creano disastri ambientali come quello della BP.

E’ di questi giorni la notizia che alcuni ricercatori Texani hanno presentato una sperimentazione che si potrebbe rivelare rivoluzionaria: speciali antenne in grado di catturare la luce infrarossa e di trasformarla in energia elettrica. Altro che nucleare, il futuro è sempre più nel Sole. Almeno questo è ciò che si percepisce sbirciando nei laboratori di tutto il mondo. Più che lavorare sulle potenzialità artificiali dell’atomo, gli scienziati stanno cercando di ottimizzare al massimo la luce che arriva naturalmente sul nostro Pianeta, a tutte le lunghezze d’onda.”

Forza Texas
L’immensa forza del sole

L’ecosostenibilità è l’attività umana che regola la propria pratica secondo principi ecologisti nel quadro di uno sviluppo sostenibile. Il rinnovamento delle risorse (approvigionamento di energia) è al centro del discorso ecosostenibile, ed è inteso come capacità intrinseca del mondo di trasformarsi in maniera ciclica, capacità che va difesa per non modificare i delicati equilibri terrestri.

L’impatto che le attività umane hanno sull’ambiente è oggi in primo piano: l’unica oppurtunità che abbiamo per salvaguardare le generazioni future è quello di adattare le nostre tecnologie e le nostre attività quotidiane puntando ad una migliore qualità di vita nel rispetto per l’ambiente. Non solo quindi energia rinnovabile pulita (fotovoltaico, eolico, geotermico), ma anche costruzioni, trasporto privato, tecnologie produttive, arredamento, abbigliamento, alimentazione.

Di tutto ciò si occupa la fiera Vivieco, che si svolge il 14 e 15 Maggio ad Erba e che vedrà coinvolte aziende ed imprenditori attenti allo sviluppo sostenibile per permettere ai visitatori di apprezzare tutte le ultime novità, anche attraverso seminari e laboratori curati da ricercatori, esperti ed enti autorevoli.

Saremo presenti con uno stand nel settore alimentari con alcuni dei nostri vini in degustazione, sperando di riuscire a coinvolgere sempre più persone che magari non sanno che ci possano essere dei vini naturali.

Tra le numerose conferenze e dibattiti, di particolare interesse una che parla di viticoltura sostenibile, l’altra di un prodotto naturale che può essere utilizzato per la cura delle piante da frutto o in orticoltura, gli EMbio.

Inoltre arkè si propone di seguire questo mondo non solo per quanto riguarda il vino e la viticoltura anche in futuro, curando una rubrica in collaborazione con l’amico Lanfranco Fossà, che come introduzione ci parla del sole e di alcuni strani texani:

“In meno di un’ora la Terra riceve dal Sole una quantità di energia pari all’intero consumo mondiale di un anno. L’energia solare, a differenza di altre fonti di energia, è presente in tutte le zone del pianeta (seppur con alcune differenze dipendenti dalla latitudine) ed è una fonte che ci accompagnerà ancora per miliardi di anni.

Unico nostro limite e’ che non la sappiamo ancora catturare. Ma la questione e’: volere o potere?

Il sole è di tutti, la sua energia è gratis a differenza delle fonti fossili come il petrolio che e’ di pochi ma serve a tutti. Per avere l’oro nero si fanno guerre, si sfruttano paesi poveri e si creano disastri ambientali come quello della BP.

E’ di questi giorni la notizia che alcuni ricercatori Texani hanno presentato una sperimentazione che si potrebbe rivelare rivoluzionaria: speciali antenne in grado di catturare la luce infrarossa e di trasformarla in energia elettrica. Altro che nucleare, il futuro è sempre più nel Sole. Almeno questo è ciò che si percepisce sbirciando nei laboratori di tutto il mondo. Più che lavorare sulle potenzialità artificiali dell’atomo, gli scienziati stanno cercando di ottimizzare al massimo la luce che arriva naturalmente sul nostro Pianeta, a tutte le lunghezze d’onda.”

Forza Texas