Rossi per l’estate!

14 Giugno 2011

Nonostante il caldo torrido, anche d’estate i vini rossi possono accompagnare le grigliate in giardino, in riva al mare o in montagna, in compagnia degli amici.
Di seguito qualche proposta sfiziosa e leggera di vini biologici italiani e francesi che possono allietare anche le calde serate di questa estate: magari non dal colore rosso intenso, ma più tendenti al colore del tramonto, dai sentori di frutta fresca o floreali, diretti e vinosi, dal basso valore alcolico, mai pesanti o marmellatosi ma di grande bevibilità.


Valpolicella Classico Saseti 2010, Monte Dall’Ora.
È il primo vino dell’azienda, il più semplice ed il più diretto, che ben esprime la sua zona dando una limpida espressione della Corvina, Corvinone e Molinara tipici della Valpolicella. Ottimo con la carne cruda o il prosciutto e melone, sa accompagnare tutto il pasto fin dall’aperitivo!


Lambrusco 2010, Camillo Donati.
Bel vino brioso, conviviale e ottimo anche come aperitivo da accompagnare a peperoni verdi appena saltati in padella con un filo di olio extravergine toscano (ideale quello di Pacina) e un pizzico di sale e una fetta di salume profumato.


Grignolino d’Asti 2010, Cascina Tavijn.
Vino Femminile, così come chi lo produce, delicato sia nel colore che nel profumo, considerato un vino pregiato nell’astigiano in quanto doveva accompagnare solo certi momenti speciali dell’anno:  perchè non rendere speciale una bella sera d’estate che regala la sua frescura e i suoi profumi al calar del sole?
Rosso Del Contadino 6, Frank Cornelissen. Vino che nasce dal nero dell’Etna e dalla gialla Sicilia, dal colore quasi rosato, non filtrato e senza solfiti aggiunti, un concentrato di emozioni nel bicchiere. Note erbacee e frutti selvatici al naso, beverino e vero in bocca. Lo consigliamo con un bel piatto fresco come Carne Salada, oppure bresaola rucola e grana….o perchè no un bel pescetto ai ferri!!
Pur Breton 2009, Olivier Cousin. Cabernet franc d’eccezionale profumo, giovane ma vigoroso, intenso ma semplice…non si riesce a lasciarne un dito nel bicchere e richiama facilemne all’assaggio. Una tagliata di sorana al sangue con una croccante insalatina sara’ la sua morte!
Grolle Noir 2009, Cyril Le Moing. Loira e grolleau noir al 100%; natura nel bicchiere, pulito e intrigante, si avverte immediatamente l’uva, i profumi da frutta rossa di sottobosco e l’acidità che ti pulisce la bocca. È un vino puro e vivace, che sa sgrassare egregiamente la bocca dagli affettati o dal fois gras ma che potrebbe accompagnare, da solo, i lunghi crepuscoli estivi.

Nonostante il caldo torrido, anche d’estate i vini rossi possono accompagnare le grigliate in giardino, in riva al mare o in montagna, in compagnia degli amici.

Di seguito qualche proposta sfiziosa e leggera di vini biologici italiani e francesi che possono allietare anche le calde serate di questa estate: magari non dal colore rosso intenso, ma più tendenti al colore del tramonto, dai sentori di frutta fresca o floreali, diretti e vinosi, dal basso valore alcolico, mai pesanti o marmellatosi ma di grande bevibilità.

Valpolicella Classico Saseti 2010, Monte Dall’Ora. È il primo vino dell’azienda, il più semplice ed il più diretto, che ben esprime la sua zona dando una limpida espressione della Corvina, Corvinone e Molinara tipici della Valpolicella. Ottimo con la carne cruda o il prosciutto e melone, sa accompagnare tutto il pasto fin dall’aperitivo!

Lambrusco 2010, Camillo Donati. Bel vino brioso, conviviale e ottimo anche come aperitivo da accompagnare a peperoni verdi appena saltati in padella con un filo di olio extravergine toscano (ideale quello di Pacina) e un pizzico di sale e una fetta di salume profumato.

Grignolino d’Asti 2010, Cascina Tavijn. Vino Femminile, così come chi lo produce, delicato sia nel colore che nel profumo, considerato un vino pregiato nell’astigiano in quanto doveva accompagnare solo certi momenti speciali dell’anno:  perchè non rendere speciale una bella sera d’estate che regala la sua frescura e i suoi profumi al calar del sole?

Rosso Del Contadino 6, Frank Cornelissen. Vino che nasce dal nero dell’Etna e dalla gialla Sicilia, dal colore quasi rosato, non filtrato e senza solfiti aggiunti, un concentrato di emozioni nel bicchiere. Note erbacee e frutti selvatici al naso, beverino e vero in bocca. Lo consigliamo con un bel piatto fresco come Carne Salada, oppure bresaola rucola e grana….o perchè no un bel pescetto ai ferri!!

Pur Breton 2009, Olivier Cousin. Cabernet franc d’eccezionale profumo, giovane ma vigoroso, intenso ma semplice…non si riesce a lasciarne un dito nel bicchere e richiama facilemne all’assaggio. Una tagliata di sorana al sangue con una croccante insalatina sara’ la sua morte!

Grolle Noir 2009, Cyril Le Moing. Loira e grolleau noir al 100%; natura nel bicchiere, pulito e intrigante, si avverte immediatamente l’uva, i profumi da frutta rossa di sottobosco e l’acidità che ti pulisce la bocca. È un vino puro e vivace, che sa sgrassare egregiamente la bocca dagli affettati o dal fois gras ma che potrebbe accompagnare, da solo, i lunghi crepuscoli estivi.

La foto sopra mostra due vigneti a pochi metri l’uno dall’altro, nel mese di Aprile: uno zappato in fila con un apposito attrezzo e l’altro disseccato con erbicidi chimici.

Il video mostra due vigneti, uno di fianco all’altro, della stessa varietà d’uva ma con due metodi di coltivazione completamente differenti:

Il primo è allevato a pergola (un sistema che permette di produrre grandi quantità d’uva) e con un’agricoltura convenzionale: diserbo in fila per evitare la crescita dell’erba, trattamenti fitosanitari con insetticidi ed anticrittogamici sistemici (pesticidi che finiscono nel vino e quindi nel nostro organismo), concimazione con fertilizzanti chimici ed irrigazione per sostenere l’elevata produzione.
Si tratta di un conferitore di uve presso la cantina sociale del posto, che deve badare alla quantità perchè pagato al quintale; il vino sarà un vinello da pochi euro a bottiglia, destinato ai supermercati.
È sorprendente  la differenza  a pochi passi di distanza, dove un viticoltore che da alcuni anni è certificato in biodinamica lavora per produrre poca uva ma di elevata qualità, con allevamento a guyot, tenendo i filari inerbiti, trattando con rame e zolfo contro le malattie della vite e aiutando il suo vigneto a rivitalizzarsi con i preparati biodinamici.
Il vino che questo produttore vuole ottenere avrà una grande struttura e una mineralità spiccata che ben riflette i caratteri del proprio territorio, sarà venduto in enoteca o al ristorante ad un prezzo di certo più alto ma darà al consumatore attento ed appassionato emozioni vere.
Di esempi simili ne ho visti parecchi e ne farò vedere altri, ma questo mi ha colpito per la vicinanza dei due vigneti e per la totale differenza dei due approcci, utili a far capire, attraverso le immagini, come la viticoltura sia fondamentale per il risultato finale, nel bicchiere.
Certo, non è detto che tutti i vigneti a pergola producano pessimi vini, così come non è detto che tutti i vigneti a guyot producano poca uva e diano ottimi vini. Così come da una viticoltura convenzionale non possano venire vini buoni o ottimi e da una viticoltura biodinamica (o in biologico) vini sgradevoli, piatti o di scarsa qualità.

La foto sopra mostra due vigneti a pochi metri l’uno dall’altro, nel mese di Aprile: uno zappato in fila con un apposito attrezzo e l’altro disseccato con erbicidi chimici.

Il video mostra due vigneti, uno di fianco all’altro, della stessa varietà d’uva ma con due metodi di coltivazione completamente differenti:

Il primo è allevato a pergola (un sistema che permette di produrre grandi quantità d’uva) e con un’agricoltura convenzionale: diserbo in fila per evitare la crescita dell’erba, trattamenti fitosanitari con insetticidi ed anticrittogamici sistemici (pesticidi che finiscono nel vino e quindi nel nostro organismo), concimazione con fertilizzanti chimici ed irrigazione per sostenere l’elevata produzione.
Si tratta di un conferitore di uve presso la cantina sociale del posto, che deve badare alla quantità perchè pagato al quintale; il vino sarà un vinello da pochi euro a bottiglia, destinato ai supermercati.
È sorprendente  la differenza  a pochi passi di distanza, dove un viticoltore che da alcuni anni è certificato in biodinamica lavora per produrre poca uva ma di elevata qualità, con allevamento a guyot, tenendo i filari inerbiti, trattando con rame e zolfo contro le malattie della vite e aiutando il suo vigneto a rivitalizzarsi con i preparati biodinamici.
Il vino che questo produttore vuole ottenere avrà una grande struttura e una mineralità spiccata che ben riflette i caratteri del proprio territorio, sarà venduto in enoteca o al ristorante ad un prezzo di certo più alto ma darà al consumatore attento ed appassionato emozioni vere.
Di esempi simili ne ho visti parecchi e ne farò vedere altri, ma questo mi ha colpito per la vicinanza dei due vigneti e per la totale differenza dei due approcci, utili a far capire, attraverso le immagini, come la viticoltura sia fondamentale per il risultato finale, nel bicchiere.
Certo, non è detto che tutti i vigneti a pergola producano pessimi vini, così come non è detto che tutti i vigneti a guyot producano poca uva e diano ottimi vini. Così come da una viticoltura convenzionale non possano venire vini buoni o ottimi e da una viticoltura biodinamica (o in biologico) vini sgradevoli, piatti o di scarsa qualità.

Ecosostenibile

4 Maggio 2011


L’immensa forza del sole

L’ecosostenibilità è l’attività umana che regola la propria pratica secondo principi ecologisti nel quadro di uno sviluppo sostenibile. Il rinnovamento delle risorse (approvigionamento di energia) è al centro del discorso ecosostenibile, ed è inteso come capacità intrinseca del mondo di trasformarsi in maniera ciclica, capacità che va difesa per non modificare i delicati equilibri terrestri.

L’impatto che le attività umane hanno sull’ambiente è oggi in primo piano: l’unica oppurtunità che abbiamo per salvaguardare le generazioni future è quello di adattare le nostre tecnologie e le nostre attività quotidiane puntando ad una migliore qualità di vita nel rispetto per l’ambiente. Non solo quindi energia rinnovabile pulita (fotovoltaico, eolico, geotermico), ma anche costruzioni, trasporto privato, tecnologie produttive, arredamento, abbigliamento, alimentazione.

Di tutto ciò si occupa la fiera Vivieco, che si svolge il 14 e 15 Maggio ad Erba e che vedrà coinvolte aziende ed imprenditori attenti allo sviluppo sostenibile per permettere ai visitatori di apprezzare tutte le ultime novità, anche attraverso seminari e laboratori curati da ricercatori, esperti ed enti autorevoli.

Saremo presenti con uno stand nel settore alimentari con alcuni dei nostri vini in degustazione, sperando di riuscire a coinvolgere sempre più persone che magari non sanno che ci possano essere dei vini naturali.

Tra le numerose conferenze e dibattiti, di particolare interesse una che parla di viticoltura sostenibile, l’altra di un prodotto naturale che può essere utilizzato per la cura delle piante da frutto o in orticoltura, gli EMbio.

Inoltre arkè si propone di seguire questo mondo non solo per quanto riguarda il vino e la viticoltura anche in futuro, curando una rubrica in collaborazione con l’amico Lanfranco Fossà, che come introduzione ci parla del sole e di alcuni strani texani:

“In meno di un’ora la Terra riceve dal Sole una quantità di energia pari all’intero consumo mondiale di un anno. L’energia solare, a differenza di altre fonti di energia, è presente in tutte le zone del pianeta (seppur con alcune differenze dipendenti dalla latitudine) ed è una fonte che ci accompagnerà ancora per miliardi di anni.

Unico nostro limite e’ che non la sappiamo ancora catturare. Ma la questione e’: volere o potere?

Il sole è di tutti, la sua energia è gratis a differenza delle fonti fossili come il petrolio che e’ di pochi ma serve a tutti. Per avere l’oro nero si fanno guerre, si sfruttano paesi poveri e si creano disastri ambientali come quello della BP.

E’ di questi giorni la notizia che alcuni ricercatori Texani hanno presentato una sperimentazione che si potrebbe rivelare rivoluzionaria: speciali antenne in grado di catturare la luce infrarossa e di trasformarla in energia elettrica. Altro che nucleare, il futuro è sempre più nel Sole. Almeno questo è ciò che si percepisce sbirciando nei laboratori di tutto il mondo. Più che lavorare sulle potenzialità artificiali dell’atomo, gli scienziati stanno cercando di ottimizzare al massimo la luce che arriva naturalmente sul nostro Pianeta, a tutte le lunghezze d’onda.”

Forza Texas
L’immensa forza del sole

L’ecosostenibilità è l’attività umana che regola la propria pratica secondo principi ecologisti nel quadro di uno sviluppo sostenibile. Il rinnovamento delle risorse (approvigionamento di energia) è al centro del discorso ecosostenibile, ed è inteso come capacità intrinseca del mondo di trasformarsi in maniera ciclica, capacità che va difesa per non modificare i delicati equilibri terrestri.

L’impatto che le attività umane hanno sull’ambiente è oggi in primo piano: l’unica oppurtunità che abbiamo per salvaguardare le generazioni future è quello di adattare le nostre tecnologie e le nostre attività quotidiane puntando ad una migliore qualità di vita nel rispetto per l’ambiente. Non solo quindi energia rinnovabile pulita (fotovoltaico, eolico, geotermico), ma anche costruzioni, trasporto privato, tecnologie produttive, arredamento, abbigliamento, alimentazione.

Di tutto ciò si occupa la fiera Vivieco, che si svolge il 14 e 15 Maggio ad Erba e che vedrà coinvolte aziende ed imprenditori attenti allo sviluppo sostenibile per permettere ai visitatori di apprezzare tutte le ultime novità, anche attraverso seminari e laboratori curati da ricercatori, esperti ed enti autorevoli.

Saremo presenti con uno stand nel settore alimentari con alcuni dei nostri vini in degustazione, sperando di riuscire a coinvolgere sempre più persone che magari non sanno che ci possano essere dei vini naturali.

Tra le numerose conferenze e dibattiti, di particolare interesse una che parla di viticoltura sostenibile, l’altra di un prodotto naturale che può essere utilizzato per la cura delle piante da frutto o in orticoltura, gli EMbio.

Inoltre arkè si propone di seguire questo mondo non solo per quanto riguarda il vino e la viticoltura anche in futuro, curando una rubrica in collaborazione con l’amico Lanfranco Fossà, che come introduzione ci parla del sole e di alcuni strani texani:

“In meno di un’ora la Terra riceve dal Sole una quantità di energia pari all’intero consumo mondiale di un anno. L’energia solare, a differenza di altre fonti di energia, è presente in tutte le zone del pianeta (seppur con alcune differenze dipendenti dalla latitudine) ed è una fonte che ci accompagnerà ancora per miliardi di anni.

Unico nostro limite e’ che non la sappiamo ancora catturare. Ma la questione e’: volere o potere?

Il sole è di tutti, la sua energia è gratis a differenza delle fonti fossili come il petrolio che e’ di pochi ma serve a tutti. Per avere l’oro nero si fanno guerre, si sfruttano paesi poveri e si creano disastri ambientali come quello della BP.

E’ di questi giorni la notizia che alcuni ricercatori Texani hanno presentato una sperimentazione che si potrebbe rivelare rivoluzionaria: speciali antenne in grado di catturare la luce infrarossa e di trasformarla in energia elettrica. Altro che nucleare, il futuro è sempre più nel Sole. Almeno questo è ciò che si percepisce sbirciando nei laboratori di tutto il mondo. Più che lavorare sulle potenzialità artificiali dell’atomo, gli scienziati stanno cercando di ottimizzare al massimo la luce che arriva naturalmente sul nostro Pianeta, a tutte le lunghezze d’onda.”

Forza Texas

IL RUGGERO-PENSIERO

28 Aprile 2011

Vi presento Ruggero Mazzilli, agronomo e (ri)cercatore piemontese che fin dall’inizio, e cioè dalla sua tesi di laurea, si occupa di sperimentazione sulla difesa biologica del vigneto. Oltre che quella teorica, è stata per lui fondamentale la formazione sul “campo”, in compagnia di esperti vignaioli piemontesi, o per meglio dire Contadini con la C Maiuscola, dal nord della natia Gattinara e nei Colli Tortonesi.

Da anni lavora in Toscana e vive a Gaiole in Chianti. Nel 2007 ha fondato la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile, svepsi e, dallo scorso anno, ha iniziato una collaborazione con l’associazione VinNatur: obbiettivi comuni conoscere meglio i suoli, le viti e le malattie delle piante per arrivare a non trattare con nessuna sostanza che non sia naturale (eliminare sia rame che zolfo).

Qui di seguito una presentazione scritta da Ruggero su mia richiesta, che mantengo intatta con quasi tutte le parentesi messe da lui: sembra un discorso uscito dalla sua bocca e ben rappresenta il personaggio, profondo e ironico, arguto e concreto.

Parla di principi fondamentali per la continuità di tutto il mondo agrario in generale e per la sanità e la qualità dei vigneti e quindi dei vini prodotti in particolare, illustrandoci chiaramente cosa significhi lavorare in biologico ma allo stesso pretendere sempre di più in termini di naturalità. Senza fronzoli e favole inutili: merce rara di questi tempi!

Seguirà nei prossimi giorni una breve intervista.

LA MIA IDEA DI VITICOLTURA

Il mio modo di fare viticoltura è molto semplice e si basa essenzialmente su due principi :

– non usare assolutamente nessun prodotto che non sia naturale

– guidare il vigneto verso l’autoregolazione ossia ridurre al massimo gli interventi, sia come uso di prodotti per la difesa e la nutrizione che come lavorazioni manuali e meccaniche.

Questa è la mia idea di viticoltura naturale e sostenibile che porta alla qualità territoriale, spontanea e continuativa. Sono convinto che le soluzioni vadano cercate dentro il vigneto e non fuori con la dipendenza di aiuti dall’esterno. E siccome la viticoltura parte dalla gestione del suolo, il punto di partenza è non concimare e non lavorare il terreno ma usare solamente sovesci e compost vegetale ottenuto con sottoprodotti aziendali quali sarmenti, vinacce, raspi, erba e ramaglie.

Altri due aspetti fondamentali sono la selezione massale (mogli, viti e buoi dei paesi tuoi) e l’aumento della densità d’impianto, rispettando la diversa natura dei suoli. Aumentare il più possibile il numero di viti a ettaro significa fare vini di territorio perché le piante (senza forzatura fertilizzante) hanno un maggior contatto (intimità) con l’ambiente: maggior profondità e densità delle radici in cerca di nutrimento e in competizione per regalare foglie più piccole, ottime per la massima intercettazione della luce e del vento.

Anche la potatura secca e verde vanno pensate per formare e dimensionare piante che abbiano il meno possibile bisogno di successivi interventi. Se il vino buono sta nella botte piccola, anche l’uva buona sta nella pianta piccola (più radici e meno foglie = miglior nutrizione naturale con minor vigore e grappoli più piccoli). Dopotutto la parolina magica “equilibrio” (che ora tutti usano) non significa altro che “resistere alle tentazioni”, ossia sopportare gli stress (malattie, carenze …) e non cedere alle tentazioni (lussurreggiamento). La vite è per sua natura una pianta rampicante ma è anche molto recettiva agli stimoli : bisogna dargli quelli giusti per indirizzare le sue energie verso l’accumulo negli organi perenni (fusto e radici), altrimenti il millesimo (quello vero) è più unico che raro.

Nel corso degli anni ho cercato di portare avanti un modello di viticoltura minimalista (a basse esigenze ed alte prestazioni) e devo dire che negli ultimi impianti che ho potuto realizzare le cose funzionano bene e mi pare di essere arrivato a un buon punto.

La sfida più recente (condivisa da quest’anno con VinNatur) è ridurre fino ad eliminare il rame e lo zolfo. Dopo molte illusioni e altrettanti insuccessi, negli ultimi due anni abbiamo avuto risultati molto interessanti che ci fanno sperare bene.

Ho letto e leggo di tutto (da Steiner a internet) e cerco di cogliere spunti ovunque, ma non mi identifico con una corrente predefinita. In particolare ho avuto il privilegio di prendere lezioni private di viticoltura di precisione (quella fatta con gli scarponi non col satellite) dai vecchi vignaioli piemontesi. Fin dall’inizio ho sempre lavorato solo in viticoltura bio e solo in campagna. In tutti questi anni mi sono fatto talmente tante domande a cui non trovavo risposte che fare un po’ di sperimentazione è stata da sempre una necessità. Così sono arrivato a fondare (autunno 2007) la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile i cui due obiettivi principali sono :

– sperimentare e divulgare le strategie più valide di agroecologia

– promuovere un modo di lavorare sul comprensorio e sulle comunità e non sulla singola azienda.

Dopotutto i problemi nascono e si ingigantiscono proprio perché ognuno si chiude nel proprio giardino e qui si sente un padreterno, libero di fare e disfare senza confronti ma pieno di alibi. In realtà sappiamo bene che i problemi (funghi, insetti … da una parte, identità dei vignaioli e territorialità dei vini … dall’altra) non si possono rinchiudere in una proprietà privata, se no che senso ha il termine terroir?

Nel periodo invernale cerco di dedicarmi molto alla divulgazione (oltre ad aggiornare i miei siti, scrivo articoli per qualche rivista) e alla formazione (promuovo e partecipo a convegni e corsi di aggiornamento, spesso anche seminari nelle scuole agrarie). Durante la stagione, oltre ai miei collaboratori ufficiali, mi tiro sempre dietro qualche giovane (e coraggioso) tirocinante e ospito spesso le classi di studenti in visita per vigneti.

Dovendo in qualche modo dare un nome alla mia idea di viticoltura ho scelto “sostenibile” (in tempi non sospetti) perché credo che possa sintetizzare i concetti di continuità, convenienza e, senza falsa modestia, direi anche di logica e intelligenza. Non avendo senso fare un passo avanti e dieci indietro, è ovvio che bisogna confrontarsi su tutti gli aspetti ed in agricoltura il primo è proprio l’impatto diretto e indiretto sull’ambiente, ossia il ruolo e il futuro dell’agricoltura stessa. Quindi è molto stupido, oltre che un crimine, partire col piede sbagliato avvelenando i suoli, le piante ed infine noi stessi. Ora che il termine sostenibilità è largamente inflazionato (sembra che tutti se ne vogliono appropriare) il mio obiettivo è dimostrare coi fatti che la viticoltura bio è sostenibile e che l’unica viticoltura sostenibile è quella che non ha bisogno di molecole e organismi artificiali, e in sintesi che l’unico modo di fare vini di territorio è quello di ridurre al minimo estremo gli input esterni (il limite non lo sappiamo ma sicuramente non l’abbiamo ancora raggiunto).

Vi presento Ruggero Mazzilli, agronomo e (ri)cercatore piemontese che fin dall’inizio, e cioè dalla sua tesi di laurea, si occupa di sperimentazione sulla difesa biologica del vigneto. Oltre che quella teorica, è stata per lui fondamentale la formazione sul “campo”, in compagnia di esperti vignaioli piemontesi, o per meglio dire Contadini con la C Maiuscola, dal nord della natia Gattinara e nei Colli Tortonesi.

Da anni lavora in Toscana e vive a Gaiole in Chianti. Nel 2007 ha fondato la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile, svepsi e, dallo scorso anno, ha iniziato una collaborazione con l’associazione VinNatur: obbiettivi comuni conoscere meglio i suoli, le viti e le malattie delle piante per arrivare a non trattare con nessuna sostanza che non sia naturale (eliminare sia rame che zolfo).

Qui di seguito una presentazione scritta da Ruggero su mia richiesta, che mantengo intatta con quasi tutte le parentesi messe da lui: sembra un discorso uscito dalla sua bocca e ben rappresenta il personaggio, profondo e ironico, arguto e concreto.

Parla di principi fondamentali per la continuità di tutto il mondo agrario in generale e per la sanità e la qualità dei vigneti e quindi dei vini prodotti in particolare, illustrandoci chiaramente cosa significhi lavorare in biologico ma allo stesso pretendere sempre di più in termini di naturalità. Senza fronzoli e favole inutili: merce rara di questi tempi!

Seguirà nei prossimi giorni una breve intervista.

LA MIA IDEA DI VITICOLTURA

Il mio modo di fare viticoltura è molto semplice e si basa essenzialmente su due principi :

– non usare assolutamente nessun prodotto che non sia naturale

– guidare il vigneto verso l’autoregolazione ossia ridurre al massimo gli interventi, sia come uso di prodotti per la difesa e la nutrizione che come lavorazioni manuali e meccaniche.

Questa è la mia idea di viticoltura naturale e sostenibile che porta alla qualità territoriale, spontanea e continuativa. Sono convinto che le soluzioni vadano cercate dentro il vigneto e non fuori con la dipendenza di aiuti dall’esterno. E siccome la viticoltura parte dalla gestione del suolo, il punto di partenza è non concimare e non lavorare il terreno ma usare solamente sovesci e compost vegetale ottenuto con sottoprodotti aziendali quali sarmenti, vinacce, raspi, erba e ramaglie.

Altri due aspetti fondamentali sono la selezione massale (mogli, viti e buoi dei paesi tuoi) e l’aumento della densità d’impianto, rispettando la diversa natura dei suoli. Aumentare il più possibile il numero di viti a ettaro significa fare vini di territorio perché le piante (senza forzatura fertilizzante) hanno un maggior contatto (intimità) con l’ambiente: maggior profondità e densità delle radici in cerca di nutrimento e in competizione per regalare foglie più piccole, ottime per la massima intercettazione della luce e del vento.

Anche la potatura secca e verde vanno pensate per formare e dimensionare piante che abbiano il meno possibile bisogno di successivi interventi. Se il vino buono sta nella botte piccola, anche l’uva buona sta nella pianta piccola (più radici e meno foglie = miglior nutrizione naturale con minor vigore e grappoli più piccoli). Dopotutto la parolina magica “equilibrio” (che ora tutti usano) non significa altro che “resistere alle tentazioni”, ossia sopportare gli stress (malattie, carenze …) e non cedere alle tentazioni (lussurreggiamento). La vite è per sua natura una pianta rampicante ma è anche molto recettiva agli stimoli : bisogna dargli quelli giusti per indirizzare le sue energie verso l’accumulo negli organi perenni (fusto e radici), altrimenti il millesimo (quello vero) è più unico che raro.

Nel corso degli anni ho cercato di portare avanti un modello di viticoltura minimalista (a basse esigenze ed alte prestazioni) e devo dire che negli ultimi impianti che ho potuto realizzare le cose funzionano bene e mi pare di essere arrivato a un buon punto.

La sfida più recente (condivisa da quest’anno con VinNatur) è ridurre fino ad eliminare il rame e lo zolfo. Dopo molte illusioni e altrettanti insuccessi, negli ultimi due anni abbiamo avuto risultati molto interessanti che ci fanno sperare bene.

Ho letto e leggo di tutto (da Steiner a internet) e cerco di cogliere spunti ovunque, ma non mi identifico con una corrente predefinita. In particolare ho avuto il privilegio di prendere lezioni private di viticoltura di precisione (quella fatta con gli scarponi non col satellite) dai vecchi vignaioli piemontesi. Fin dall’inizio ho sempre lavorato solo in viticoltura bio e solo in campagna. In tutti questi anni mi sono fatto talmente tante domande a cui non trovavo risposte che fare un po’ di sperimentazione è stata da sempre una necessità. Così sono arrivato a fondare (autunno 2007) la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile i cui due obiettivi principali sono :

– sperimentare e divulgare le strategie più valide di agroecologia

– promuovere un modo di lavorare sul comprensorio e sulle comunità e non sulla singola azienda.

Dopotutto i problemi nascono e si ingigantiscono proprio perché ognuno si chiude nel proprio giardino e qui si sente un padreterno, libero di fare e disfare senza confronti ma pieno di alibi. In realtà sappiamo bene che i problemi (funghi, insetti … da una parte, identità dei vignaioli e territorialità dei vini … dall’altra) non si possono rinchiudere in una proprietà privata, se no che senso ha il termine terroir?

Nel periodo invernale cerco di dedicarmi molto alla divulgazione (oltre ad aggiornare i miei siti, scrivo articoli per qualche rivista) e alla formazione (promuovo e partecipo a convegni e corsi di aggiornamento, spesso anche seminari nelle scuole agrarie). Durante la stagione, oltre ai miei collaboratori ufficiali, mi tiro sempre dietro qualche giovane (e coraggioso) tirocinante e ospito spesso le classi di studenti in visita per vigneti.

Dovendo in qualche modo dare un nome alla mia idea di viticoltura ho scelto “sostenibile” (in tempi non sospetti) perché credo che possa sintetizzare i concetti di continuità, convenienza e, senza falsa modestia, direi anche di logica e intelligenza. Non avendo senso fare un passo avanti e dieci indietro, è ovvio che bisogna confrontarsi su tutti gli aspetti ed in agricoltura il primo è proprio l’impatto diretto e indiretto sull’ambiente, ossia il ruolo e il futuro dell’agricoltura stessa. Quindi è molto stupido, oltre che un crimine, partire col piede sbagliato avvelenando i suoli, le piante ed infine noi stessi. Ora che il termine sostenibilità è largamente inflazionato (sembra che tutti se ne vogliono appropriare) il mio obiettivo è dimostrare coi fatti che la viticoltura bio è sostenibile e che l’unica viticoltura sostenibile è quella che non ha bisogno di molecole e organismi artificiali, e in sintesi che l’unico modo di fare vini di territorio è quello di ridurre al minimo estremo gli input esterni (il limite non lo sappiamo ma sicuramente non l’abbiamo ancora raggiunto).

Anche quest’anno è andato nel migliore dei modi l’evento organizzato dall’associazione VinNatur che, in concomitanza con il Vinitaly, permette agli addetti del settore e agli amanti del vino di degustare vini naturali, biologici e biodinamici, italiani ed europei, all’interno della settecentesca Villa Favorita (vedi la Photo Gallery dell’evento).

La location ed il clima che si respira ben si addicono ai vini naturali: non troppo formale, semplice seppur professionale, per nulla modaiolo. Così come ben si sposa con gli uomini e le donne che sono venuti a rappresentare le loro aziende, per la maggior parte semplici contadini che dicono quello che fanno e fanno quello che dicono, che rispettano l’ambiente in cui lavorano ed offrono un prodotto onesto e sano al consumatore finale.

Il numero dei visitatori di anno in anno aumenta, ed aumenta pure la loro qualità ed il loro interesse: al consumatore finale non interessano più le pubblicità o le favole sulla storia dell’azienda o della famiglia; ha sempre più sete di cultura vera e questo significa conoscenza concreta, voglia di capire come viene fatto un vino, da dove viene, in che terreno sono piantate le viti, quali pratiche vengono praticate in cantina, quali additivi sono stati aggiunti.

Aumentano anche gli operatori di settore, sempre di più i gestori di ristoranti, enoteche, wine-bar che si avvicinano o che vogliono approfondire la conoscenza dei vini da agricoltura biologica o biodinamica. Il dato più importante rimane comunque l’adesione di molti nuovi operatori stranieri, oltre a quegli importatori che ormai da anni arrivano per contatto diretto di lavoro con molte aziende partecipanti.

In particolare dal nord Europa (Scandinavia soprattutto), Stati Uniti e Giappone c’è un fermento di giovani operatori che si stanno specializzando sui vini naturali di qualità.

Per quanto riguarda i prodotti di Arkè è stata un’ottima occasione per presentare i nuovi acquisti dalla Loira, il Grolleau di Cyril Le Moing e i due Cabernet Franc di Olivier Cousin, ed in generale i campioni delle nuove annate di tutti gli italiani presenti. Tutti i produttori presenti erano entusiasti , sia per il buon afflusso di visitatori, sia per la riconoscibilità e la salvaguardia della propria identità che l’evento ha permesso.

Il tavolo del Champagne Simon-Selosse ha avuto un’affluenza eccezionale, Philippe ha servito le tre selezioni distribuite da Arkè (Brut Traditionelle, Extra Brut, Premiere Saveurs pas dosè) e la sua Cuvèe migliore, il Brut Prestige. Si tratta di una selezione dalla zona dei Grand Cru di Avize da un vigneto di viti vecchie, che esprime al meglio la mineralità del suolo e la finezza fruttata del Chardonnay. Visto il consenso e la bontà di questo Champagne è entrata anche questa Cuvèe nel catalogo di Arkè.

Sono stati due giorni intensi, faticosi, con centinaia di vini da assaggiare e persone con cui parlare. Quello che ti rimane è la voglia di imparare, di scoprire nuovi mondi e maniere di approcciarsi al vino, di migliorare insieme collaborando. Scopo condiviso da tutti i vignaioli presenti di cui l’associazione VinNatur si fa carico, proponendo loro il sostegno della ricerca scientifica attraverso nuovi progetti sia in campo agronomico che enologico di cui vi racconterò nei prossimi mesi.

Il primo passo, importantissimo, è l’analisi degli eventuali pesticidi residui sui vini delle aziende partecipanti; primo passo fondamentale per capire se davvero tutti sono onesti e lavorano seguendo davvero principi di naturalità. Per crescere e migliorare tutti assieme, ognuno con le proprie responsabilità: vignaioli, cantinieri, distributori, ristoratori, giornalisti e consumatori finali.

Anche quest’anno è andato nel migliore dei modi l’evento organizzato dall’associazione VinNatur che, in concomitanza con il Vinitaly, permette agli addetti del settore e agli amanti del vino di degustare vini naturali, biologici e biodinamici, italiani ed europei, all’interno della settecentesca Villa Favorita (vedi la Photo Gallery dell’evento).

La location ed il clima che si respira ben si addicono ai vini naturali: non troppo formale, semplice seppur professionale, per nulla modaiolo. Così come ben si sposa con gli uomini e le donne che sono venuti a rappresentare le loro aziende, per la maggior parte semplici contadini che dicono quello che fanno e fanno quello che dicono, che rispettano l’ambiente in cui lavorano ed offrono un prodotto onesto e sano al consumatore finale.

Il numero dei visitatori di anno in anno aumenta, ed aumenta pure la loro qualità ed il loro interesse: al consumatore finale non interessano più le pubblicità o le favole sulla storia dell’azienda o della famiglia; ha sempre più sete di cultura vera e questo significa conoscenza concreta, voglia di capire come viene fatto un vino, da dove viene, in che terreno sono piantate le viti, quali pratiche vengono praticate in cantina, quali additivi sono stati aggiunti.

Aumentano anche gli operatori di settore, sempre di più i gestori di ristoranti, enoteche, wine-bar che si avvicinano o che vogliono approfondire la conoscenza dei vini da agricoltura biologica o biodinamica. Il dato più importante rimane comunque l’adesione di molti nuovi operatori stranieri, oltre a quegli importatori che ormai da anni arrivano per contatto diretto di lavoro con molte aziende partecipanti.

In particolare dal nord Europa (Scandinavia soprattutto), Stati Uniti e Giappone c’è un fermento di giovani operatori che si stanno specializzando sui vini naturali di qualità.

Per quanto riguarda i prodotti di Arkè è stata un’ottima occasione per presentare i nuovi acquisti dalla Loira, il Grolleau di Cyril Le Moing e i due Cabernet Franc di Olivier Cousin, ed in generale i campioni delle nuove annate di tutti gli italiani presenti. Tutti i produttori presenti erano entusiasti , sia per il buon afflusso di visitatori, sia per la riconoscibilità e la salvaguardia della propria identità che l’evento ha permesso.

Il tavolo del Champagne Simon-Selosse ha avuto un’affluenza eccezionale, Philippe ha servito le tre selezioni distribuite da Arkè (Brut Traditionelle, Extra Brut, Premiere Saveurs pas dosè) e la sua Cuvèe migliore, il Brut Prestige. Si tratta di una selezione dalla zona dei Grand Cru di Avize da un vigneto di viti vecchie, che esprime al meglio la mineralità del suolo e la finezza fruttata del Chardonnay. Visto il consenso e la bontà di questo Champagne è entrata anche questa Cuvèe nel catalogo di Arkè.

Sono stati due giorni intensi, faticosi, con centinaia di vini da assaggiare e persone con cui parlare. Quello che ti rimane è la voglia di imparare, di scoprire nuovi mondi e maniere di approcciarsi al vino, di migliorare insieme collaborando. Scopo condiviso da tutti i vignaioli presenti di cui l’associazione VinNatur si fa carico, proponendo loro il sostegno della ricerca scientifica attraverso nuovi progetti sia in campo agronomico che enologico di cui vi racconterò nei prossimi mesi.

Il primo passo, importantissimo, è l’analisi degli eventuali pesticidi residui sui vini delle aziende partecipanti; primo passo fondamentale per capire se davvero tutti sono onesti e lavorano seguendo davvero principi di naturalità. Per crescere e migliorare tutti assieme, ognuno con le proprie responsabilità: vignaioli, cantinieri, distributori, ristoratori, giornalisti e consumatori finali.


Lo scorso dicembre, dopo un tour a Parigi tra bistrot e bar a vin che in Italia ci sognamo, accompagnato dall’amico Andrea Ugolotti, ero nella Loira, e più precisamente nel villaggio di Martignè Briand, a casa dell’amico Olivier Cousin per assaggiare i nuovi vini e per parlare della prossima fornitura: con Olivier lavoravamo con il suo eccezzionale Chenin blanc, vitigno a bacca bianca tipico della Valle della Loira, che vinificava da anni senza l’aggiunta di solfiti e senza filtrazioni, facendolo esprimere come pochi in quella regione, con il suo incredibile equilibrio tra frutto, mineralità, acidità ed eleganza.

Dall’annata 2005, di cui ancora conserviamo qualche bottiglia, Olivier ha deciso di produrre solo vini rossi: Grolleau, Cabernet Franc e Gamay i vitigni che coltiva e dai quali ricava cinque vini. Chiaramente il Cabernet Franc e il Grolleu qui meglio si esprimono, ma abbiamo trovato veramente degno di nota soltanto il Cabernet Franc, nella versione base (Pure Breton) e nella riserva da un vigneto di viti vecchie, di circa 80 anni.

Sanguigni, profondi, minerali, pronti e di grande bevibilità, ma con una grande profondità, dai profumi animali ed erbacei al primo impatto, escono poi i frutti di bosco con la loro eleganza e rotondità. In bocca più fresco e leggero il Pure Breton, più vegetale, tannico e strutturato il Vecchie Vigne.

Il Grolleau frizzante doveva ancora rifermentare, mentre il Cousin, il suo Grolleau fermo, e il Gamay sono stati vinificati con una tecnica a lui nuova: la macerazione carbonica. Usata da secoli in Beaujolais per abbellire e rendere un vino facile e di pronta beva il gamay tipico del sud della Borgogna, sta prendendo sempre più piede anche in altre regioni viticole francesi; consiste nel far macerare le uve intere (non diraspate) e far iniziare la fermentazione in assenza di ossigeno, saturando le vasche o i tini con CO2 attraverso delle bombole, o in maniera più artigianale, coprendole e aspettare che la CO2 prodotta con la fermentazione consumi tutto l’ossigeno all’interno. Si avranno maggiori estrazioni di profumi floreali, minor acidità e tannicità, per una beva più facile ed un gusto più fine e leggero.

Sia io che Andrea sentivamo che qualcosa non andava, in particolare nel Grolleau: solitamente il colore è intenso e vivo, quasi violaceo, simile ad un lambrusco, ed invece il risultato con la macerazione carbonica era simile ad un gamay o ad un pinot noir, un rosso granato debole. Così come i profumi caratteristici, ben fruttati e minerali, hanno lasciato il posto a un sentore più comune sempre fruttato ma poco riconoscibile; in bocca l’acidità e la spigolosità tipiche di un grolleau giovane erano attenuate, risultando un palato già rotondo e piacevole, senza però la giusta mineralità e profondità.

Già avevamo notato, durante gli svariati assaggi nei bar a vins parigini, che molti vigneron francesi naturalisti che noi amiamo, per i loro rossi stanno utilizzando sempre più questa tecnica, dalla ricca e prestigiosa Borgogna fino al sud della Francia. Ma è stata nell’umile ed amata Loira che ci è venuta ben chiara questa convinzione: la macerazione carbonica rischia di uniformare e livellare troppo il gusto di vitigni autoctoni, che ricerchiamo proprio per il loro stretto legame con la regione viticola di produzione.

Ovviamente Olivier Cousin difendeva la propria decisione, giustamente convinto che fosse una lavorazione tradizionale, risalente addirittura ai romani, e quindi sicuramente naturale e non una tecnologia moderna invasiva. Ma il gusto è gusto.

Dopo il pranzo Andrea vuole portarmi a visitare un suo amico vigneron anche lui di Martignè Briand, il giovane Cyril Le Moing, che non era però in casa. Ci raggiungerà più tardi con il padre,presso la cantina di Olivier, dove nel frattempo ci hanno raggiunto altri amici produttori con i loro vini da degustare, e noi che ne aprivamo alcuni di italiani, in un goliardico pomeriggio uggioso passato tra amici e colleghi a confrontarci sui vini naturali e la loro purezza.

Quando arriva Cyril il suo Grolleau spicca per onestà espressiva, profondità e carattere; così come mi risulta il personaggio, anche se appena conosciuto. La bontà del vino mi spinge a parlare di più e con più attenzione con lui e suo padre, trovandomi daccordo con molte visioni e pareri tecnici, dal lavoro in vigna alle mode del mercato, fino al gusto dei vini che avevamo davanti. Non ce la faccio a tacere e finalmente, col mio francese sghembo, tiro fuori l’argomento carbonica, sapendo che nel suo vino non c’era e sperando che qualcuno finalmente potesse darmi ragione.

Cyril ha quindi confermato appieno i miei dubbi e concordato con il fatto che sempre maggiore è il numero dei vini prodotti con questa tecnica, che troppo spesso rischia di omologare e standardizzare la tipicità e la variabilità di ogni singolo vitigno e di ogni terroir.

La sera mi accompagna gentilmente a visitare la sua umile casa e cantina, sitauata all’interno di un sontuoso Chateaux seicentesco, ma ubicata nelle rimesse e nelle stalle ad esso annesse: tanto basta per tre ettari e mezzo di Grolleau, Chenin Blanc e Sauvignon, tutti da vigneti di almeno 60 anni e quindi poco produttivi, dai 12 ai 18 ettolitri per ettaro. La sua ricerca si concetra più sui vitigni a bacca bianca, che vinifica singolarmente e dove pratica un affinamento più lento, per arrivare ad imbottigliare senza filtrazioni e con dosi bassissime di solforosa aggiunta, ma con una pulizia ed un’eleganza comunque rigorose.

Purtroppo dell’annata 2008 non ha più una bottiglia destinata all’Italia dei suoi due bianchi, e riesce a spedirmi solo un po’ di Grolleau 2009. Questa la prima novità, da un nuovo vignaiolo che Arkè proporrà in Italia. Le altre due sono le due versioni di Cabernet Franc di Olivier Cousin: il base e la selezione di Vigne Vecchie, annata 2009 anche qui. Vini semplici, con grande bevibilità grazie anche alla loro totale naturalità, che sanno molto ben esprimere la mineralità del loro terroir e la freschezza di uve a bacca rossa cresciute molto più a nord dei vini rossi cui siamo abituati.


Lo scorso dicembre, dopo un tour a Parigi tra bistrot e bar a vin che in Italia ci sognamo, accompagnato dall’amico Andrea Ugolotti, ero nella Loira, e più precisamente nel villaggio di Martignè Briand, a casa dell’amico Olivier Cousin per assaggiare i nuovi vini e per parlare della prossima fornitura: con Olivier lavoravamo con il suo eccezzionale Chenin blanc, vitigno a bacca bianca tipico della Valle della Loira, che vinificava da anni senza l’aggiunta di solfiti e senza filtrazioni, facendolo esprimere come pochi in quella regione, con il suo incredibile equilibrio tra frutto, mineralità, acidità ed eleganza.

Dall’annata 2005, di cui ancora conserviamo qualche bottiglia, Olivier ha deciso di produrre solo vini rossi: Grolleau, Cabernet Franc e Gamay i vitigni che coltiva e dai quali ricava cinque vini. Chiaramente il Cabernet Franc e il Grolleu qui meglio si esprimono, ma abbiamo trovato veramente degno di nota soltanto il Cabernet Franc, nella versione base (Pure Breton) e nella riserva da un vigneto di viti vecchie, di circa 80 anni.

Sanguigni, profondi, minerali, pronti e di grande bevibilità, ma con una grande profondità, dai profumi animali ed erbacei al primo impatto, escono poi i frutti di bosco con la loro eleganza e rotondità. In bocca più fresco e leggero il Pure Breton, più vegetale, tannico e strutturato il Vecchie Vigne.

Il Grolleau frizzante doveva ancora rifermentare, mentre il Cousin, il suo Grolleau fermo, e il Gamay sono stati vinificati con una tecnica a lui nuova: la macerazione carbonica. Usata da secoli in Beaujolais per abbellire e rendere un vino facile e di pronta beva il gamay tipico del sud della Borgogna, sta prendendo sempre più piede anche in altre regioni viticole francesi; consiste nel far macerare le uve intere (non diraspate) e far iniziare la fermentazione in assenza di ossigeno, saturando le vasche o i tini con CO2 attraverso delle bombole, o in maniera più artigianale, coprendole e aspettare che la CO2 prodotta con la fermentazione consumi tutto l’ossigeno all’interno. Si avranno maggiori estrazioni di profumi floreali, minor acidità e tannicità, per una beva più facile ed un gusto più fine e leggero.

Sia io che Andrea sentivamo che qualcosa non andava, in particolare nel Grolleau: solitamente il colore è intenso e vivo, quasi violaceo, simile ad un lambrusco, ed invece il risultato con la macerazione carbonica era simile ad un gamay o ad un pinot noir, un rosso granato debole. Così come i profumi caratteristici, ben fruttati e minerali, hanno lasciato il posto a un sentore più comune sempre fruttato ma poco riconoscibile; in bocca l’acidità e la spigolosità tipiche di un grolleau giovane erano attenuate, risultando un palato già rotondo e piacevole, senza però la giusta mineralità e profondità.

Già avevamo notato, durante gli svariati assaggi nei bar a vins parigini, che molti vigneron francesi naturalisti che noi amiamo, per i loro rossi stanno utilizzando sempre più questa tecnica, dalla ricca e prestigiosa Borgogna fino al sud della Francia. Ma è stata nell’umile ed amata Loira che ci è venuta ben chiara questa convinzione: la macerazione carbonica rischia di uniformare e livellare troppo il gusto di vitigni autoctoni, che ricerchiamo proprio per il loro stretto legame con la regione viticola di produzione.

Ovviamente Olivier Cousin difendeva la propria decisione, giustamente convinto che fosse una lavorazione tradizionale, risalente addirittura ai romani, e quindi sicuramente naturale e non una tecnologia moderna invasiva. Ma il gusto è gusto.

Dopo il pranzo Andrea vuole portarmi a visitare un suo amico vigneron anche lui di Martignè Briand, il giovane Cyril Le Moing, che non era però in casa. Ci raggiungerà più tardi con il padre,presso la cantina di Olivier, dove nel frattempo ci hanno raggiunto altri amici produttori con i loro vini da degustare, e noi che ne aprivamo alcuni di italiani, in un goliardico pomeriggio uggioso passato tra amici e colleghi a confrontarci sui vini naturali e la loro purezza.

Quando arriva Cyril il suo Grolleau spicca per onestà espressiva, profondità e carattere; così come mi risulta il personaggio, anche se appena conosciuto. La bontà del vino mi spinge a parlare di più e con più attenzione con lui e suo padre, trovandomi daccordo con molte visioni e pareri tecnici, dal lavoro in vigna alle mode del mercato, fino al gusto dei vini che avevamo davanti. Non ce la faccio a tacere e finalmente, col mio francese sghembo, tiro fuori l’argomento carbonica, sapendo che nel suo vino non c’era e sperando che qualcuno finalmente potesse darmi ragione.

Cyril ha quindi confermato appieno i miei dubbi e concordato con il fatto che sempre maggiore è il numero dei vini prodotti con questa tecnica, che troppo spesso rischia di omologare e standardizzare la tipicità e la variabilità di ogni singolo vitigno e di ogni terroir.

La sera mi accompagna gentilmente a visitare la sua umile casa e cantina, sitauata all’interno di un sontuoso Chateaux seicentesco, ma ubicata nelle rimesse e nelle stalle ad esso annesse: tanto basta per tre ettari e mezzo di Grolleau, Chenin Blanc e Sauvignon, tutti da vigneti di almeno 60 anni e quindi poco produttivi, dai 12 ai 18 ettolitri per ettaro. La sua ricerca si concetra più sui vitigni a bacca bianca, che vinifica singolarmente e dove pratica un affinamento più lento, per arrivare ad imbottigliare senza filtrazioni e con dosi bassissime di solforosa aggiunta, ma con una pulizia ed un’eleganza comunque rigorose.

Purtroppo dell’annata 2008 non ha più una bottiglia destinata all’Italia dei suoi due bianchi, e riesce a spedirmi solo un po’ di Grolleau 2009. Questa la prima novità, da un nuovo vignaiolo che Arkè proporrà in Italia. Le altre due sono le due versioni di Cabernet Franc di Olivier Cousin: il base e la selezione di Vigne Vecchie, annata 2009 anche qui. Vini semplici, con grande bevibilità grazie anche alla loro totale naturalità, che sanno molto ben esprimere la mineralità del loro terroir e la freschezza di uve a bacca rossa cresciute molto più a nord dei vini rossi cui siamo abituati.

Giovedì 10 Marzo, ore 19.30
Serata organizzata dal gruppo Magozerobòt e da Unisono Jazz Club, in collaborazione con arkè.
Presso l’Unisono Jazz Club di Feltre (BL) cena con degustazione dei vini distribuiti da arkè dei vignaioli Angiolino Maule e Franco Terpin, con presentazione del libro di Andrea Scanzi “Il vino degli altri” edito da Mondadori . Saranno presenti l’autore ed i produttori.
Con quello che definisce ora il suo “Never ending tour”, Andrea Scanzi, eclettico giornalista della Stampa, scrittore e recentemente anche autore teatrale, continua a presentare il suo libro nei luoghi in cui viene invitato, parlando con linguaggio chiaro e diretto, senza voler apparire un pomposo esperto del settore. Nutre un particolare interesse per i vini naturali, tra questi vi sono certamente i vini prodotti da uno dei personaggi più carismatici del mondo del vino italiano, non solo per quanto concerne il vino naturale: Angiolino Maule.
La sua azienda La Biancara produce a Gambellara (VI) dal 1988 vini naturali di straordinaria qualità: Masieri, Sassaia, Pico, sono nomi che all’appassionato di vini suonano familiari ed evocano il piacere di bere vino prezioso, prodotto senza l’uso/abuso della chimica, tanto in vigna quanto in cantina. Con lui sarà presente un altro grande produttore di vino: Franco Terpin, la cui azienda si trova a San Floriano del Collio, in quella zona vocata del Collio goriziano, in cui si producono tra i migliori vini bianchi italiani. Anch’ egli deciso sostenitore di pratiche di produzione del vino libere da interventi correttivi chimici, propone degli “orange wines” di incredibile persistenza, a base ribolla, tocai friulano, pinot grigio, chardonnay e sauvignon. Ad accogliere gli ospiti la briosa ed allegra Malvasia Rosa di Camillo Donati, produttore parmense che per primo ha riscoperto e valorizzato la rifermentazione naturale in bottiglia per i suoi Malvasia, Trebbiano, Lambrusco e Barbera frizzanti.
Durante la serata si degusteranno piatti preparati dalla cucina dell’Unisono realizzati con i prodotti tipici del territorio feltrino abbinati ai vini di Maule e Terpin, in un connubio di qualità e naturalità a cui oramai molti consumatori prestano sempre maggiore attenzione.

Per l’occasione Andrea Scanzi ha gentilmente risposto ad alcune domande, concedendoci questa breve intervista su alcuni temi caldi che riguardano i vini naturali ed il mondo del giornalismo vinicolo. Eccola:
Per me IL libro sul vino è il sempre attuale “Vino al vino” di Mario Soldati. Dopo di lui Luigi Veronelli ha creato il giornalismo enoico, ma solo lui e Sandro Sangiorgi si sono un po’ discostati dalla media, intenta a far più che altro marketing (anche se a mio avviso non hanno creato una scuola o una corrente di pensiero forte).
Non vedevo l’ora che un non addetto riuscisse a parlare senza peli sulla lingua di ciò a cui lui piace in maniera sobria e divertente, ma allo stesso tempo pregna di significati. Come spesso accade, però, chi dice la verità rischia di esser additato come cialtrone, millantatore o imbroglione.
Così come è capitato a due non specialisti che han detto la verità nuda e cruda: Report con la puntata “In Vino Veritas” e Jonathan Nossiter con “Mondovino”. Per me altri due capisaldi.
1. Tu hai avuto di questi problemi? Che tipo di critiche hai ricevuto e come le hai prese?
“Ho ricevuto molti più elogi che critiche. Certo, c’è stato chi si è sentito franare la terra sotto i piedi e, di conseguenza, mi ha attaccato sotto la cintura. Tutto altamente prevedibile: c’è sempre chi difende il proprio orticello e scomunica il novizio. Ancor più se il novizio ha cose da dire, sa dirle, ha una sua notorietà e non si pubblica i libri da solo. I miei volumi sul vino sono usciti per Mondadori. Hanno avuto successo (Elogio dell’invecchiamento è stato appena ristampato una terza volta). Sono scritti (spero) bene, in maniera nuova e originale. Contengono prese di posizione schiette e controcorrente. Non potevano passare inosservati. Soprattutto il secondo, Il vino degli altri. Al pubblico sono piaciuti, ad alcuni colleghi no. Non potendo attaccare forma e contenuto, qualche residuato bellico ha provato a sostenere che mi ero inventato alcune interviste. Salvo poi ricevere smentite plateali, coprendosi di ridicolo.
Il mio intento era scrivere libri piacevoli, divertenti, liberi, passionali e utili. Raccontando storie meritevoli di essere eternate narrativamente. A giudicare dal responso dei lettori, e dagli incontri che faccio in giro per l’Italia, credo di esserci riuscito. La rabbia del baronato polveroso è irrilevante: gente sconfitta dalla storia, senza coraggio, connivente e misera. Io mi diverto quando si arrabbiano, vuol dire che la strada è quella giusta. Il rock’n’roll e la beat generation sono deflagrati comunque, nonostante le censure e le difese arroccate dei vecchi tromboni stonati. Ormai è più rilevante la recensione di un blog che il solito Tre Bicchieri scontatissimo. Se ne facciano una ragione: il tempo non è più dalla loro parte, per parafrasare Bob Dylan.
Mi si dice: “Io capisco di vino più di te”. Può essere: ma se non sai comunicare il tuo sapere, peraltro interessato e poco sganciato da interessi mercantili, sei un giornalista che ha fallito. Ed io, i falliti, li ho sempre indisposti. Con mio sommo gaudio. Non sono un espertone: sono un innamorato del vino bene informato. Detesto essere barboso o cattedratico. Dei molti ambiti di cui scrivo, quello del vino è il mondo che più prendo alla leggera. Rispettosamente alla leggera, sia chiaro: il vino è festa, è convivialità, è piacere. Basta con questi sciroccati che straparlano di sentori olfattivi e usano parole paradossali.
Agli addetti ai lavori, le polemiche attorno al Vino degli altri sono sembrate guerre puniche, proprio perché abituati a un linguaggio autoreferenziale e ad una calma piattissima. Per me erano e restano facezie. Se qualche produttore si è pentito di avere svelato a un giornalista verità scomode, è un problema suo: problema di coerenza e di coraggio. La norma è riportare fedelmente le interviste, non censurarle o edulcorarle. Mica sono andato dentro le cantine minacciando i produttori col kalashinkov: sono loro che si sono raccontati. Liberamente. Ed io ho riportato, fedelmente, quanto ho ascoltato. Questa storia del dire una cosa e scriverne un’altra non è giornalismo rispettoso: è paraculaggine interessata.
Poi, che devo dirti: io non sarò mai un ultrà della specializzazione. Gli specialisti monomaniaci sono quasi tutti dei personaggi di una noia catacombale. A me il vino piace, ma se dovessi scrivere sempre e solo di quello mi darei fuoco. Sai che palle. Diversificarsi è fondamentale, aiuta a rimanere vivi (e a scrivere libri diversi). Invece gli enocentrici stanno lì, immobili. Diffidano dell’eclettico. Se la cantano e se la suonano. Si addormentano e fanno addormentare. Se proprio voglio dormire, mi guardo Seppi o ascolto un disco di Vecchioni.
Tu prima facevi i nomi di Soldati e Nossiter. Appunto: uomini che non parla(va)no solo di vino ma anche di vino: differenza decisiva. Se ho dato uno scossa alla calma piatta di Enolandia, ne sono felice”.
2. Perchè i giornalisti italiani (del vino e non) non hanno le palle?
“E’ una generalizzazione sbagliata, come tutte le generalizzazioni. Esistono giornalisti italiani liberi e giornalisti che non lo sono. Più in generale, esistono persone libere e persone non libere. Le secondo sono maggioritarie, non solo nel giornalismo. Per essere libero devi avere coraggio e accettare di schierarti, metterti in gioco, rischiare. Io non saprei fare diversamente e i pavidi sono la categoria che meno sento vicina. Preferisco un antipatico coraggioso a un vigliacco furbino. Il mondo del vino è compromesso ed equivoco, ma ha non poche isole salve. Sia come produttori, sia come giornalisti (blogger compresi, alcuni davvero bravi)”.
3. Come vedi il mondo dei naturalisti? Hanno modo di uscire dalla solita cerchia di amatori o rimarranno relegati nel limbo tra “contadini” e “mistici”?
“Dipende da loro. Rispetto a dieci anni fa sono molto più noti, e già ci sono i cultori della nicchia che si lamentano del troppo successo, un po’ come capita al musicista clandestino che entra in classifica. Sono fiero di essere stato il primo, tramite una casa editrice mainstream e non attraverso le solite pubblicazioni criptiche per iniziati, a raccontare al pubblico che esiste un vino diverso. Chiamalo vero, chiamalo naturale: o più semplicemente, sano. E’ un tipo di vino che rimarrà minoritario, proprio perché fatto – spesso, non sempre – da persone libere e coraggiose. Anch’esse minoritarie. Ma può crescere ulteriormente, a patto che non smarrisca la retta via e che la naturalità non sia solo una moda effimera (come sta accadendo per i bianchi macerativi: mi piacciono, ma non è che adesso tutti devono fare gli orange wines).
Trovo poi tafazziana questa iperframmentazione tra i naturalisti: già sono pochi, in più si sono scissi in correnti, partitini e sottogruppi. Neanche la sinistra extraparlamentare una roba così. Occorre poi che il vino naturale la smetta di giustificare i difetti con la scusa che “è sano”. Se un vino puzza, è inaccettabile. Mi si dirà: sì, ma almeno non fa male. E ci mancherebbe solo che facesse male. Il vino che puzza se lo beve il produttore o la produttrice, oltretutto a quei prezzi esosi lì. A me Emidio Pepe piace come azienda, ma alcuni suoi Montepulciano d’Abruzzo parevano solfatare (a differenza dei Trebbiano d’Abruzzo, puntualmente sontuosi). Idem per la stimabile Podere Le Boncie: Giovanna Morganti e i suoi fans possono dire quanto vogliono che il Chianti Classico Le Trame “deve” avere quella puzzetta, aggiungendo magari che il vero Sangiovese è sempre “terragno” (termine imbarazzante, peraltro), ma non pretendano che io sia così allocco da crederci. Il vino deve essere sano e buono, non soltanto sano o soltanto buono. Non basta essere belle persone per fare bei vini (anche se aiuta). L’enologia naturale deve emanciparsi dall’immagine di prodotto bizzarro e sfigato. Per farlo, sarebbe auspicabile che la smettesse pure di farsi raccontare da giornalisti – non di rado – bizzarri e sfigati. Oltre che – talora – sgradevolissimi”.
4. Cosa ne pensi di quelle aziende che per puro marketing iniziano a tenere una parte dell’azienda in biologico o in biodinamico?
“Mah. Se quella parte di azienda è veramente biologica o biodinamica, o comunque rispettosa della natura, è buona cosa. Un passo in avanti. Poi però c’è l’aspetto della fascinazione per il vigneron, per la sfida, per la somiglianza tra vino e viticoltore. Qualcosa a cui guardo molto e che cerco di raccontare nei libri e nel blog. E’ una tendenza che numericamente fa bene, ma che personalmente non sento vicina alle mie corde. A me piace l’eretico, l’eremita, l’iconoclasta. Il sognatore. Il romantico. Non il produttore seriale”.
5. Come mai un vino naturale/artigiano, se ben fatto, è da preferirsi ad uno convenzionale/industriale?
“Perché, se ben fatto, ha più cuore. E’ più sano. E’ più personale. Ed ha tante cose da raccontare”.

Giovedì 10 Marzo, ore 19.30
Serata organizzata dal gruppo Magozerobòt e da Unisono Jazz Club, in collaborazione con arkè.
Presso l’Unisono Jazz Club di Feltre (BL) cena con degustazione dei vini distribuiti da arkè dei vignaioli Angiolino Maule e Franco Terpin, con presentazione del libro di Andrea Scanzi “Il vino degli altri” edito da Mondadori . Saranno presenti l’autore ed i produttori.
Con quello che definisce ora il suo “Never ending tour”, Andrea Scanzi, eclettico giornalista della Stampa, scrittore e recentemente anche autore teatrale, continua a presentare il suo libro nei luoghi in cui viene invitato, parlando con linguaggio chiaro e diretto, senza voler apparire un pomposo esperto del settore. Nutre un particolare interesse per i vini naturali, tra questi vi sono certamente i vini prodotti da uno dei personaggi più carismatici del mondo del vino italiano, non solo per quanto concerne il vino naturale: Angiolino Maule.
La sua azienda La Biancara produce a Gambellara (VI) dal 1988 vini naturali di straordinaria qualità: Masieri, Sassaia, Pico, sono nomi che all’appassionato di vini suonano familiari ed evocano il piacere di bere vino prezioso, prodotto senza l’uso/abuso della chimica, tanto in vigna quanto in cantina. Con lui sarà presente un altro grande produttore di vino: Franco Terpin, la cui azienda si trova a San Floriano del Collio, in quella zona vocata del Collio goriziano, in cui si producono tra i migliori vini bianchi italiani. Anch’ egli deciso sostenitore di pratiche di produzione del vino libere da interventi correttivi chimici, propone degli “orange wines” di incredibile persistenza, a base ribolla, tocai friulano, pinot grigio, chardonnay e sauvignon. Ad accogliere gli ospiti la briosa ed allegra Malvasia Rosa di Camillo Donati, produttore parmense che per primo ha riscoperto e valorizzato la rifermentazione naturale in bottiglia per i suoi Malvasia, Trebbiano, Lambrusco e Barbera frizzanti.
Durante la serata si degusteranno piatti preparati dalla cucina dell’Unisono realizzati con i prodotti tipici del territorio feltrino abbinati ai vini di Maule e Terpin, in un connubio di qualità e naturalità a cui oramai molti consumatori prestano sempre maggiore attenzione.

Per l’occasione Andrea Scanzi ha gentilmente risposto ad alcune domande, concedendoci questa breve intervista su alcuni temi caldi che riguardano i vini naturali ed il mondo del giornalismo vinicolo. Eccola:
Per me IL libro sul vino è il sempre attuale “Vino al vino” di Mario Soldati. Dopo di lui Luigi Veronelli ha creato il giornalismo enoico, ma solo lui e Sandro Sangiorgi si sono un po’ discostati dalla media, intenta a far più che altro marketing (anche se a mio avviso non hanno creato una scuola o una corrente di pensiero forte).
Non vedevo l’ora che un non addetto riuscisse a parlare senza peli sulla lingua di ciò a cui lui piace in maniera sobria e divertente, ma allo stesso tempo pregna di significati. Come spesso accade, però, chi dice la verità rischia di esser additato come cialtrone, millantatore o imbroglione.
Così come è capitato a due non specialisti che han detto la verità nuda e cruda: Report con la puntata “In Vino Veritas” e Jonathan Nossiter con “Mondovino”. Per me altri due capisaldi.
1. Tu hai avuto di questi problemi? Che tipo di critiche hai ricevuto e come le hai prese?
“Ho ricevuto molti più elogi che critiche. Certo, c’è stato chi si è sentito franare la terra sotto i piedi e, di conseguenza, mi ha attaccato sotto la cintura. Tutto altamente prevedibile: c’è sempre chi difende il proprio orticello e scomunica il novizio. Ancor più se il novizio ha cose da dire, sa dirle, ha una sua notorietà e non si pubblica i libri da solo. I miei volumi sul vino sono usciti per Mondadori. Hanno avuto successo (Elogio dell’invecchiamento è stato appena ristampato una terza volta). Sono scritti (spero) bene, in maniera nuova e originale. Contengono prese di posizione schiette e controcorrente. Non potevano passare inosservati. Soprattutto il secondo, Il vino degli altri. Al pubblico sono piaciuti, ad alcuni colleghi no. Non potendo attaccare forma e contenuto, qualche residuato bellico ha provato a sostenere che mi ero inventato alcune interviste. Salvo poi ricevere smentite plateali, coprendosi di ridicolo.
Il mio intento era scrivere libri piacevoli, divertenti, liberi, passionali e utili. Raccontando storie meritevoli di essere eternate narrativamente. A giudicare dal responso dei lettori, e dagli incontri che faccio in giro per l’Italia, credo di esserci riuscito. La rabbia del baronato polveroso è irrilevante: gente sconfitta dalla storia, senza coraggio, connivente e misera. Io mi diverto quando si arrabbiano, vuol dire che la strada è quella giusta. Il rock’n’roll e la beat generation sono deflagrati comunque, nonostante le censure e le difese arroccate dei vecchi tromboni stonati. Ormai è più rilevante la recensione di un blog che il solito Tre Bicchieri scontatissimo. Se ne facciano una ragione: il tempo non è più dalla loro parte, per parafrasare Bob Dylan.
Mi si dice: “Io capisco di vino più di te”. Può essere: ma se non sai comunicare il tuo sapere, peraltro interessato e poco sganciato da interessi mercantili, sei un giornalista che ha fallito. Ed io, i falliti, li ho sempre indisposti. Con mio sommo gaudio. Non sono un espertone: sono un innamorato del vino bene informato. Detesto essere barboso o cattedratico. Dei molti ambiti di cui scrivo, quello del vino è il mondo che più prendo alla leggera. Rispettosamente alla leggera, sia chiaro: il vino è festa, è convivialità, è piacere. Basta con questi sciroccati che straparlano di sentori olfattivi e usano parole paradossali.
Agli addetti ai lavori, le polemiche attorno al Vino degli altri sono sembrate guerre puniche, proprio perché abituati a un linguaggio autoreferenziale e ad una calma piattissima. Per me erano e restano facezie. Se qualche produttore si è pentito di avere svelato a un giornalista verità scomode, è un problema suo: problema di coerenza e di coraggio. La norma è riportare fedelmente le interviste, non censurarle o edulcorarle. Mica sono andato dentro le cantine minacciando i produttori col kalashinkov: sono loro che si sono raccontati. Liberamente. Ed io ho riportato, fedelmente, quanto ho ascoltato. Questa storia del dire una cosa e scriverne un’altra non è giornalismo rispettoso: è paraculaggine interessata.
Poi, che devo dirti: io non sarò mai un ultrà della specializzazione. Gli specialisti monomaniaci sono quasi tutti dei personaggi di una noia catacombale. A me il vino piace, ma se dovessi scrivere sempre e solo di quello mi darei fuoco. Sai che palle. Diversificarsi è fondamentale, aiuta a rimanere vivi (e a scrivere libri diversi). Invece gli enocentrici stanno lì, immobili. Diffidano dell’eclettico. Se la cantano e se la suonano. Si addormentano e fanno addormentare. Se proprio voglio dormire, mi guardo Seppi o ascolto un disco di Vecchioni.
Tu prima facevi i nomi di Soldati e Nossiter. Appunto: uomini che non parla(va)no solo di vino ma anche di vino: differenza decisiva. Se ho dato uno scossa alla calma piatta di Enolandia, ne sono felice”.
2. Perchè i giornalisti italiani (del vino e non) non hanno le palle?
“E’ una generalizzazione sbagliata, come tutte le generalizzazioni. Esistono giornalisti italiani liberi e giornalisti che non lo sono. Più in generale, esistono persone libere e persone non libere. Le secondo sono maggioritarie, non solo nel giornalismo. Per essere libero devi avere coraggio e accettare di schierarti, metterti in gioco, rischiare. Io non saprei fare diversamente e i pavidi sono la categoria che meno sento vicina. Preferisco un antipatico coraggioso a un vigliacco furbino. Il mondo del vino è compromesso ed equivoco, ma ha non poche isole salve. Sia come produttori, sia come giornalisti (blogger compresi, alcuni davvero bravi)”.
3. Come vedi il mondo dei naturalisti? Hanno modo di uscire dalla solita cerchia di amatori o rimarranno relegati nel limbo tra “contadini” e “mistici”?
“Dipende da loro. Rispetto a dieci anni fa sono molto più noti, e già ci sono i cultori della nicchia che si lamentano del troppo successo, un po’ come capita al musicista clandestino che entra in classifica. Sono fiero di essere stato il primo, tramite una casa editrice mainstream e non attraverso le solite pubblicazioni criptiche per iniziati, a raccontare al pubblico che esiste un vino diverso. Chiamalo vero, chiamalo naturale: o più semplicemente, sano. E’ un tipo di vino che rimarrà minoritario, proprio perché fatto – spesso, non sempre – da persone libere e coraggiose. Anch’esse minoritarie. Ma può crescere ulteriormente, a patto che non smarrisca la retta via e che la naturalità non sia solo una moda effimera (come sta accadendo per i bianchi macerativi: mi piacciono, ma non è che adesso tutti devono fare gli orange wines).
Trovo poi tafazziana questa iperframmentazione tra i naturalisti: già sono pochi, in più si sono scissi in correnti, partitini e sottogruppi. Neanche la sinistra extraparlamentare una roba così. Occorre poi che il vino naturale la smetta di giustificare i difetti con la scusa che “è sano”. Se un vino puzza, è inaccettabile. Mi si dirà: sì, ma almeno non fa male. E ci mancherebbe solo che facesse male. Il vino che puzza se lo beve il produttore o la produttrice, oltretutto a quei prezzi esosi lì. A me Emidio Pepe piace come azienda, ma alcuni suoi Montepulciano d’Abruzzo parevano solfatare (a differenza dei Trebbiano d’Abruzzo, puntualmente sontuosi). Idem per la stimabile Podere Le Boncie: Giovanna Morganti e i suoi fans possono dire quanto vogliono che il Chianti Classico Le Trame “deve” avere quella puzzetta, aggiungendo magari che il vero Sangiovese è sempre “terragno” (termine imbarazzante, peraltro), ma non pretendano che io sia così allocco da crederci. Il vino deve essere sano e buono, non soltanto sano o soltanto buono. Non basta essere belle persone per fare bei vini (anche se aiuta). L’enologia naturale deve emanciparsi dall’immagine di prodotto bizzarro e sfigato. Per farlo, sarebbe auspicabile che la smettesse pure di farsi raccontare da giornalisti – non di rado – bizzarri e sfigati. Oltre che – talora – sgradevolissimi”.
4. Cosa ne pensi di quelle aziende che per puro marketing iniziano a tenere una parte dell’azienda in biologico o in biodinamico?
“Mah. Se quella parte di azienda è veramente biologica o biodinamica, o comunque rispettosa della natura, è buona cosa. Un passo in avanti. Poi però c’è l’aspetto della fascinazione per il vigneron, per la sfida, per la somiglianza tra vino e viticoltore. Qualcosa a cui guardo molto e che cerco di raccontare nei libri e nel blog. E’ una tendenza che numericamente fa bene, ma che personalmente non sento vicina alle mie corde. A me piace l’eretico, l’eremita, l’iconoclasta. Il sognatore. Il romantico. Non il produttore seriale”.
5. Come mai un vino naturale/artigiano, se ben fatto, è da preferirsi ad uno convenzionale/industriale?
“Perché, se ben fatto, ha più cuore. E’ più sano. E’ più personale. Ed ha tante cose da raccontare”.

Due importanti fiere di vini naturali vedranno coinvolte tutte le aziende distribuite da arkè.
La prima è Sorgente del Vino live, manifestazione giunta alla terza edizione, si svolge nella Rocca medievale del Castello di Agazzano (PC) sabato 5 e domenica 6 marzo 2011.
Un fine settimana dedicato agli incontri con i produttori di vini naturali, di tradizione e di territorio, ma anche alle degustazioni e alla conoscenza dei loro vini e delle loro terre. Due giorni in cui il protagonista indiscusso è il vino, la sua storia, la sua tradizione, il suo territorio e soprattutto il suo essere “naturalmente originale”.
Questa terza edizione vede la presenza di 100 produttori provenienti dalle regioni vitivinicole più importanti d’Italia così come da microzone capaci di esprimere vini unici e irripetibili ancora tutte da scoprire. Sorgente del vino vuole infatti promuovere e portare alla luce l’unicità di quei vini nati dalla consapevolezza di un territorio e dalla disciplina che questo richiede: attenzione all’ambiente e coltivazione naturale dei vigneti, rispetto dei tempi necessari perché un vino sia davvero punta di diamante di una determinata area geografica.

Maggiori informazioni sul sito sorgentedelvinolive.org/ .

La seconda è Villa Favorita il 10 e 11 Aprile a Sarego (VI), organizzata dall’associazione VinNatur in concomitanza con il Vinitaly, è considerata tra le più importanti manifestazioni al mondo per i vini naturali, attira ogni anno numerosi visitatori da tutto il mondo.
Tutti i vignaioli di arkè si riconoscono e partecipano attivamente alle iniziative dell’associazione, la quale da anni non solo organizza la fiera e quindi il lato commerciale, ma unisce i vignaioli puntando ad un miglioramento dei vini proposti, organizzando negli anni convegni, degustazioni, corsi di agronomia ed enologia, dai quali sono partiti importanti progetti di ricerca scientifica.
VinNatur nasce per ampliare la cultura dei vini naturali, per diffonderne la conoscenza e per riunire periodicamente interpreti italiani ed europei di questa cultura mettendola a disposizione del pubblico in un’ esperienza di conoscenza e scambio, facendo incontrare chi condivide ideologicamente e filosoficamente una cultura di trasparenza, naturalità e ricerca delle espressioni della terra.
Produrre vino in maniera naturale significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando attraverso la sperimentazione, l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina.
Significa inoltre promuovere lo scambio di reciproche esperienze mettendo la propria conoscenza a disposizione degli altri, in particolare, di quei giovani che muovono i primi passi in questa dimensione e che ancora non possono dirsi “naturali” fino in fondo.
Il movimento si pone l’obiettivo di fare cultura rifuggendo qualsiasi tentazione commerciale, cosa che va lasciata alle attività individuali di ogni produttore all’interno della propria Azienda. L’appartenenza al gruppo significa riconoscere in se stessi caratteristiche coerenti con gli altri viticoltori del movimento e non entrare in possesso di un marchio di fabbrica.
Villa Favorita è l’occasione per diffondere tra la persone che amano il vino, gli appassionati e gli operatori del settore questa filosofia, offrendo due giorni di intensi scambi ed esperienze per il pubblico e per gli espositori, che possono confrontarsi in prima persona su vini e terroir a volte lontani e diversi tra loro.

Per tutte le informazioni sulla manifestazione e sulle altre attività di ricerca dell’associazione visitate il sito vinnatur.it .

Due importanti fiere di vini naturali vedranno coinvolte tutte le aziende distribuite da arkè.

La prima è Sorgente del Vino live, manifestazione giunta alla terza edizione, si svolge nella Rocca medievale del Castello di Agazzano (PC) sabato 5 e domenica 6 marzo 2011.

Un fine settimana dedicato agli incontri con i produttori di vini naturali, di tradizione e di territorio, ma anche alle degustazioni e alla conoscenza dei loro vini e delle loro terre. Due giorni in cui il protagonista indiscusso è il vino, la sua storia, la sua tradizione, il suo territorio e soprattutto il suo essere “naturalmente originale”.

Questa terza edizione vede la presenza di 100 produttori provenienti dalle regioni vitivinicole più importanti d’Italia così come da microzone capaci di esprimere vini unici e irripetibili ancora tutte da scoprire. Sorgente del vino vuole infatti promuovere e portare alla luce l’unicità di quei vini nati dalla consapevolezza di un territorio e dalla disciplina che questo richiede: attenzione all’ambiente e coltivazione naturale dei vigneti, rispetto dei tempi necessari perché un vino sia davvero punta di diamante di una determinata area geografica.

Maggiori informazioni sul sito sorgentedelvinolive.org/ .

La seconda è Villa Favorita il 10 e 11 Aprile a Sarego (VI), organizzata dall’associazione VinNatur in concomitanza con il Vinitaly, è considerata tra le più importanti manifestazioni al mondo per i vini naturali, attira ogni anno numerosi visitatori da tutto il mondo.

Tutti i vignaioli di arkè si riconoscono e partecipano attivamente alle iniziative dell’associazione, la quale da anni non solo organizza la fiera e quindi il lato commerciale, ma unisce i vignaioli puntando ad un miglioramento dei vini proposti, organizzando negli anni convegni, degustazioni, corsi di agronomia ed enologia, dai quali sono partiti importanti progetti di ricerca scientifica.

VinNatur nasce per ampliare la cultura dei vini naturali, per diffonderne la conoscenza e per riunire periodicamente interpreti italiani ed europei di questa cultura mettendola a disposizione del pubblico in un’ esperienza di conoscenza e scambio, facendo incontrare chi condivide ideologicamente e filosoficamente una cultura di trasparenza, naturalità e ricerca delle espressioni della terra.

Produrre vino in maniera naturale significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando attraverso la sperimentazione, l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina.

Significa inoltre promuovere lo scambio di reciproche esperienze mettendo la propria conoscenza a disposizione degli altri, in particolare, di quei giovani che muovono i primi passi in questa dimensione e che ancora non possono dirsi “naturali” fino in fondo.

Il movimento si pone l’obiettivo di fare cultura rifuggendo qualsiasi tentazione commerciale, cosa che va lasciata alle attività individuali di ogni produttore all’interno della propria Azienda. L’appartenenza al gruppo significa riconoscere in se stessi caratteristiche coerenti con gli altri viticoltori del movimento e non entrare in possesso di un marchio di fabbrica.

Villa Favorita è l’occasione per diffondere tra la persone che amano il vino, gli appassionati e gli operatori del settore questa filosofia, offrendo due giorni di intensi scambi ed esperienze per il pubblico e per gli espositori, che possono confrontarsi in prima persona su vini e terroir a volte lontani e diversi tra loro.

Per tutte le informazioni sulla manifestazione e sulle altre attività di ricerca dell’associazione visitate il sito vinnatur.it .


Domenica 27 Febbraio, presso Mood Laboratorio Creativo.

La mostrà sarà aperta al pubblico in via Verona 64, Altavilla Vicentina dalle ore 18.00.

Mostra evento eno-fotografico nel laboratorio creativo che ospita le fotografie di Andrea Ferrero, Carlo Perazzolo, Lorenzo Rui accompagnati da una degustazione di vini naturali offerti da Arkè e Costadià.

Interpretazioni della lavatrice come simbolo del contemporaneo e metafora della quotidianità, in una cornice dove moda e arte si incontrano, tra le nuove collezioni di www.mooda.it.

I vini in degustazione:

Masieri bianco, La Biancara di Angiolino Maule
Rugoli, Davide Spillare
Valpolicella, Monte Dall’Ora
Malvasia Rosa, Camillo Donati
Prosecco, Costadilà

Vi aspetettiamo numerosi!
Domenica 27 Febbraio, presso Mood Laboratorio Creativo.

La mostrà sarà aperta al pubblico in via Verona 64, Altavilla Vicentina dalle ore 18.00.

Mostra evento eno-fotografico nel laboratorio creativo che ospita le fotografie di Andrea Ferrero, Carlo Perazzolo, Lorenzo Rui accompagnati da una degustazione di vini naturali offerti da Arkè e Costadià.

Interpretazioni della lavatrice come simbolo del contemporaneo e metafora della quotidianità, in una cornice dove moda e arte si incontrano, tra le nuove collezioni di www.mooda.it.

I vini in degustazione:

Masieri bianco, La Biancara di Angiolino Maule
Rugoli, Davide Spillare
Valpolicella, Monte Dall’Ora
Malvasia Rosa, Camillo Donati
Prosecco, Costadilà

Vi aspetettiamo numerosi!


Arkè inizia a proporre una birra, prodotta da Luca Garberoglio; di seguito la sua storia e il perchè dell’appellativo di vin-birraio verrà da subito compreso.

Luca nasce nel 1985 in una famiglia di viticoltori, proprietari di vigneti a Barbera, Dolcetto e Moscato nonchè vinificatori già dall’inizio del secolo scorso: l’azienda Carussin, gestita dalla madre Bruna Ferro. Cresce tra i filari e fin da ragazzo, inevitabilmente, aiuta i genitori sia nel lavoro nei campi che in cantina; di animo intraprendente e voglioso di conoscere nuove realtà, spesso accompagna la madre in giro per l’Italia e per il mondo per promuovere il proprio vino e confrontarsi con altre realtà.

La coltura in biologico, praticato come da tradizione in vigna, si estende anche ad una cultura ambientalista ed ecologica sempre più marcata grazie anche al confronto e allo scambio con altre persone e alla volontà di dare un senso a quello che si fa.

Quando Luca scopre le birre artigianali e se ne innamora, la madre a malincuore lo ha visto partire per visitare e conoscere i migliori birrifici tra Belgio e Germania, consapevole che il suo animo da sognatore lo avrebbe potuto portare distante da casa e dal lavoro di famiglia e magari a scelte sbagliate.

Dopo qualche tempo infatti lavora in maniera continuativa per apprendere il mestiere al fianco di Igor, il mastro birraio del microbirrificio Il Vichingo a San Giovanni Ilarione, in provincia di Verona, guardacaso un’altra terra da vino, stavolta del Soave. Igor l’ha aiutato nel Maggio del 2008, affittandogli l’impianto, a produrre la sua prima birra bionda ad alta fermentazione prodotta con molto luppolo, da una ricetta inglese.

La chiama Clan!Destino? : il clan è la famiglia e la tradizione e significano sicurezza e poi c’è il destino, quello che ci riserva il futuro con tutti i progetti e i dubbi che porta con sè.

In famiglia ci torna, la madre si convince che quella è la strada scelta dal figlio, che continua a produrre birra appoggiandosi ad un altro birrificio e aiuta come prima nel lavoro in vigna, facendo divenire la Clan!Destino uno dei prodotti che la sua famiglia propone al pubblico: scherzosamente si autodefinisce un vin-birraio. Ed essendo ormai il destino segnato, il punto interrogativo scompare dal nome, che ora sta ad indicare il nome del suo birrificio.

Per il futuro ha infatti già le idee chiare: costruire un nuovo impianto nei pressi della sua casa e diventare indipendente ed iniziare dal prossimo maggio a proporre una nuova birra, di cui si sa solo che sarà d’ispirazione belga, scura e più corposa.

Arkè inizia a proporre una birra, prodotta da Luca Garberoglio; di seguito la sua storia e il perchè dell’appellativo di vin-birraio verrà da subito compreso.

Luca nasce nel 1985 in una famiglia di viticoltori, proprietari di vigneti a Barbera, Dolcetto e Moscato nonchè vinificatori già dall’inizio del secolo scorso: l’azienda Carussin, gestita dalla madre Bruna Ferro. Cresce tra i filari e fin da ragazzo, inevitabilmente, aiuta i genitori sia nel lavoro nei campi che in cantina; di animo intraprendente e voglioso di conoscere nuove realtà, spesso accompagna la madre in giro per l’Italia e per il mondo per promuovere il proprio vino e confrontarsi con altre realtà.

La coltura in biologico, praticato come da tradizione in vigna, si estende anche ad una cultura ambientalista ed ecologica sempre più marcata grazie anche al confronto e allo scambio con altre persone e alla volontà di dare un senso a quello che si fa.

Quando Luca scopre le birre artigianali e se ne innamora, la madre a malincuore lo ha visto partire per visitare e conoscere i migliori birrifici tra Belgio e Germania, consapevole che il suo animo da sognatore lo avrebbe potuto portare distante da casa e dal lavoro di famiglia e magari a scelte sbagliate.

Dopo qualche tempo infatti lavora in maniera continuativa per apprendere il mestiere al fianco di Igor, il mastro birraio del microbirrificio Il Vichingo a San Giovanni Ilarione, in provincia di Verona, guardacaso un’altra terra da vino, stavolta del Soave. Igor l’ha aiutato nel Maggio del 2008, affittandogli l’impianto, a produrre la sua prima birra bionda ad alta fermentazione prodotta con molto luppolo, da una ricetta inglese.

La chiama Clan!Destino? : il clan è la famiglia e la tradizione e significano sicurezza e poi c’è il destino, quello che ci riserva il futuro con tutti i progetti e i dubbi che porta con sè.

In famiglia ci torna, la madre si convince che quella è la strada scelta dal figlio, che continua a produrre birra appoggiandosi ad un altro birrificio e aiuta come prima nel lavoro in vigna, facendo divenire la Clan!Destino uno dei prodotti che la sua famiglia propone al pubblico: scherzosamente si autodefinisce un vin-birraio. Ed essendo ormai il destino segnato, il punto interrogativo scompare dal nome, che ora sta ad indicare il nome del suo birrificio.

Per il futuro ha infatti già le idee chiare: costruire un nuovo impianto nei pressi della sua casa e diventare indipendente ed iniziare dal prossimo maggio a proporre una nuova birra, di cui si sa solo che sarà d’ispirazione belga, scura e più corposa.