Lo scorso dicembre, dopo un tour a Parigi tra bistrot e bar a vin che in Italia ci sognamo, accompagnato dall’amico Andrea Ugolotti, ero nella Loira, e più precisamente nel villaggio di Martignè Briand, a casa dell’amico Olivier Cousin per assaggiare i nuovi vini e per parlare della prossima fornitura: con Olivier lavoravamo con il suo eccezzionale Chenin blanc, vitigno a bacca bianca tipico della Valle della Loira, che vinificava da anni senza l’aggiunta di solfiti e senza filtrazioni, facendolo esprimere come pochi in quella regione, con il suo incredibile equilibrio tra frutto, mineralità, acidità ed eleganza.

Dall’annata 2005, di cui ancora conserviamo qualche bottiglia, Olivier ha deciso di produrre solo vini rossi: Grolleau, Cabernet Franc e Gamay i vitigni che coltiva e dai quali ricava cinque vini. Chiaramente il Cabernet Franc e il Grolleu qui meglio si esprimono, ma abbiamo trovato veramente degno di nota soltanto il Cabernet Franc, nella versione base (Pure Breton) e nella riserva da un vigneto di viti vecchie, di circa 80 anni.

Sanguigni, profondi, minerali, pronti e di grande bevibilità, ma con una grande profondità, dai profumi animali ed erbacei al primo impatto, escono poi i frutti di bosco con la loro eleganza e rotondità. In bocca più fresco e leggero il Pure Breton, più vegetale, tannico e strutturato il Vecchie Vigne.

Il Grolleau frizzante doveva ancora rifermentare, mentre il Cousin, il suo Grolleau fermo, e il Gamay sono stati vinificati con una tecnica a lui nuova: la macerazione carbonica. Usata da secoli in Beaujolais per abbellire e rendere un vino facile e di pronta beva il gamay tipico del sud della Borgogna, sta prendendo sempre più piede anche in altre regioni viticole francesi; consiste nel far macerare le uve intere (non diraspate) e far iniziare la fermentazione in assenza di ossigeno, saturando le vasche o i tini con CO2 attraverso delle bombole, o in maniera più artigianale, coprendole e aspettare che la CO2 prodotta con la fermentazione consumi tutto l’ossigeno all’interno. Si avranno maggiori estrazioni di profumi floreali, minor acidità e tannicità, per una beva più facile ed un gusto più fine e leggero.

Sia io che Andrea sentivamo che qualcosa non andava, in particolare nel Grolleau: solitamente il colore è intenso e vivo, quasi violaceo, simile ad un lambrusco, ed invece il risultato con la macerazione carbonica era simile ad un gamay o ad un pinot noir, un rosso granato debole. Così come i profumi caratteristici, ben fruttati e minerali, hanno lasciato il posto a un sentore più comune sempre fruttato ma poco riconoscibile; in bocca l’acidità e la spigolosità tipiche di un grolleau giovane erano attenuate, risultando un palato già rotondo e piacevole, senza però la giusta mineralità e profondità.

Già avevamo notato, durante gli svariati assaggi nei bar a vins parigini, che molti vigneron francesi naturalisti che noi amiamo, per i loro rossi stanno utilizzando sempre più questa tecnica, dalla ricca e prestigiosa Borgogna fino al sud della Francia. Ma è stata nell’umile ed amata Loira che ci è venuta ben chiara questa convinzione: la macerazione carbonica rischia di uniformare e livellare troppo il gusto di vitigni autoctoni, che ricerchiamo proprio per il loro stretto legame con la regione viticola di produzione.

Ovviamente Olivier Cousin difendeva la propria decisione, giustamente convinto che fosse una lavorazione tradizionale, risalente addirittura ai romani, e quindi sicuramente naturale e non una tecnologia moderna invasiva. Ma il gusto è gusto.

Dopo il pranzo Andrea vuole portarmi a visitare un suo amico vigneron anche lui di Martignè Briand, il giovane Cyril Le Moing, che non era però in casa. Ci raggiungerà più tardi con il padre,presso la cantina di Olivier, dove nel frattempo ci hanno raggiunto altri amici produttori con i loro vini da degustare, e noi che ne aprivamo alcuni di italiani, in un goliardico pomeriggio uggioso passato tra amici e colleghi a confrontarci sui vini naturali e la loro purezza.

Quando arriva Cyril il suo Grolleau spicca per onestà espressiva, profondità e carattere; così come mi risulta il personaggio, anche se appena conosciuto. La bontà del vino mi spinge a parlare di più e con più attenzione con lui e suo padre, trovandomi daccordo con molte visioni e pareri tecnici, dal lavoro in vigna alle mode del mercato, fino al gusto dei vini che avevamo davanti. Non ce la faccio a tacere e finalmente, col mio francese sghembo, tiro fuori l’argomento carbonica, sapendo che nel suo vino non c’era e sperando che qualcuno finalmente potesse darmi ragione.

Cyril ha quindi confermato appieno i miei dubbi e concordato con il fatto che sempre maggiore è il numero dei vini prodotti con questa tecnica, che troppo spesso rischia di omologare e standardizzare la tipicità e la variabilità di ogni singolo vitigno e di ogni terroir.

La sera mi accompagna gentilmente a visitare la sua umile casa e cantina, sitauata all’interno di un sontuoso Chateaux seicentesco, ma ubicata nelle rimesse e nelle stalle ad esso annesse: tanto basta per tre ettari e mezzo di Grolleau, Chenin Blanc e Sauvignon, tutti da vigneti di almeno 60 anni e quindi poco produttivi, dai 12 ai 18 ettolitri per ettaro. La sua ricerca si concetra più sui vitigni a bacca bianca, che vinifica singolarmente e dove pratica un affinamento più lento, per arrivare ad imbottigliare senza filtrazioni e con dosi bassissime di solforosa aggiunta, ma con una pulizia ed un’eleganza comunque rigorose.

Purtroppo dell’annata 2008 non ha più una bottiglia destinata all’Italia dei suoi due bianchi, e riesce a spedirmi solo un po’ di Grolleau 2009. Questa la prima novità, da un nuovo vignaiolo che Arkè proporrà in Italia. Le altre due sono le due versioni di Cabernet Franc di Olivier Cousin: il base e la selezione di Vigne Vecchie, annata 2009 anche qui. Vini semplici, con grande bevibilità grazie anche alla loro totale naturalità, che sanno molto ben esprimere la mineralità del loro terroir e la freschezza di uve a bacca rossa cresciute molto più a nord dei vini rossi cui siamo abituati.


Lo scorso dicembre, dopo un tour a Parigi tra bistrot e bar a vin che in Italia ci sognamo, accompagnato dall’amico Andrea Ugolotti, ero nella Loira, e più precisamente nel villaggio di Martignè Briand, a casa dell’amico Olivier Cousin per assaggiare i nuovi vini e per parlare della prossima fornitura: con Olivier lavoravamo con il suo eccezzionale Chenin blanc, vitigno a bacca bianca tipico della Valle della Loira, che vinificava da anni senza l’aggiunta di solfiti e senza filtrazioni, facendolo esprimere come pochi in quella regione, con il suo incredibile equilibrio tra frutto, mineralità, acidità ed eleganza.

Dall’annata 2005, di cui ancora conserviamo qualche bottiglia, Olivier ha deciso di produrre solo vini rossi: Grolleau, Cabernet Franc e Gamay i vitigni che coltiva e dai quali ricava cinque vini. Chiaramente il Cabernet Franc e il Grolleu qui meglio si esprimono, ma abbiamo trovato veramente degno di nota soltanto il Cabernet Franc, nella versione base (Pure Breton) e nella riserva da un vigneto di viti vecchie, di circa 80 anni.

Sanguigni, profondi, minerali, pronti e di grande bevibilità, ma con una grande profondità, dai profumi animali ed erbacei al primo impatto, escono poi i frutti di bosco con la loro eleganza e rotondità. In bocca più fresco e leggero il Pure Breton, più vegetale, tannico e strutturato il Vecchie Vigne.

Il Grolleau frizzante doveva ancora rifermentare, mentre il Cousin, il suo Grolleau fermo, e il Gamay sono stati vinificati con una tecnica a lui nuova: la macerazione carbonica. Usata da secoli in Beaujolais per abbellire e rendere un vino facile e di pronta beva il gamay tipico del sud della Borgogna, sta prendendo sempre più piede anche in altre regioni viticole francesi; consiste nel far macerare le uve intere (non diraspate) e far iniziare la fermentazione in assenza di ossigeno, saturando le vasche o i tini con CO2 attraverso delle bombole, o in maniera più artigianale, coprendole e aspettare che la CO2 prodotta con la fermentazione consumi tutto l’ossigeno all’interno. Si avranno maggiori estrazioni di profumi floreali, minor acidità e tannicità, per una beva più facile ed un gusto più fine e leggero.

Sia io che Andrea sentivamo che qualcosa non andava, in particolare nel Grolleau: solitamente il colore è intenso e vivo, quasi violaceo, simile ad un lambrusco, ed invece il risultato con la macerazione carbonica era simile ad un gamay o ad un pinot noir, un rosso granato debole. Così come i profumi caratteristici, ben fruttati e minerali, hanno lasciato il posto a un sentore più comune sempre fruttato ma poco riconoscibile; in bocca l’acidità e la spigolosità tipiche di un grolleau giovane erano attenuate, risultando un palato già rotondo e piacevole, senza però la giusta mineralità e profondità.

Già avevamo notato, durante gli svariati assaggi nei bar a vins parigini, che molti vigneron francesi naturalisti che noi amiamo, per i loro rossi stanno utilizzando sempre più questa tecnica, dalla ricca e prestigiosa Borgogna fino al sud della Francia. Ma è stata nell’umile ed amata Loira che ci è venuta ben chiara questa convinzione: la macerazione carbonica rischia di uniformare e livellare troppo il gusto di vitigni autoctoni, che ricerchiamo proprio per il loro stretto legame con la regione viticola di produzione.

Ovviamente Olivier Cousin difendeva la propria decisione, giustamente convinto che fosse una lavorazione tradizionale, risalente addirittura ai romani, e quindi sicuramente naturale e non una tecnologia moderna invasiva. Ma il gusto è gusto.

Dopo il pranzo Andrea vuole portarmi a visitare un suo amico vigneron anche lui di Martignè Briand, il giovane Cyril Le Moing, che non era però in casa. Ci raggiungerà più tardi con il padre,presso la cantina di Olivier, dove nel frattempo ci hanno raggiunto altri amici produttori con i loro vini da degustare, e noi che ne aprivamo alcuni di italiani, in un goliardico pomeriggio uggioso passato tra amici e colleghi a confrontarci sui vini naturali e la loro purezza.

Quando arriva Cyril il suo Grolleau spicca per onestà espressiva, profondità e carattere; così come mi risulta il personaggio, anche se appena conosciuto. La bontà del vino mi spinge a parlare di più e con più attenzione con lui e suo padre, trovandomi daccordo con molte visioni e pareri tecnici, dal lavoro in vigna alle mode del mercato, fino al gusto dei vini che avevamo davanti. Non ce la faccio a tacere e finalmente, col mio francese sghembo, tiro fuori l’argomento carbonica, sapendo che nel suo vino non c’era e sperando che qualcuno finalmente potesse darmi ragione.

Cyril ha quindi confermato appieno i miei dubbi e concordato con il fatto che sempre maggiore è il numero dei vini prodotti con questa tecnica, che troppo spesso rischia di omologare e standardizzare la tipicità e la variabilità di ogni singolo vitigno e di ogni terroir.

La sera mi accompagna gentilmente a visitare la sua umile casa e cantina, sitauata all’interno di un sontuoso Chateaux seicentesco, ma ubicata nelle rimesse e nelle stalle ad esso annesse: tanto basta per tre ettari e mezzo di Grolleau, Chenin Blanc e Sauvignon, tutti da vigneti di almeno 60 anni e quindi poco produttivi, dai 12 ai 18 ettolitri per ettaro. La sua ricerca si concetra più sui vitigni a bacca bianca, che vinifica singolarmente e dove pratica un affinamento più lento, per arrivare ad imbottigliare senza filtrazioni e con dosi bassissime di solforosa aggiunta, ma con una pulizia ed un’eleganza comunque rigorose.

Purtroppo dell’annata 2008 non ha più una bottiglia destinata all’Italia dei suoi due bianchi, e riesce a spedirmi solo un po’ di Grolleau 2009. Questa la prima novità, da un nuovo vignaiolo che Arkè proporrà in Italia. Le altre due sono le due versioni di Cabernet Franc di Olivier Cousin: il base e la selezione di Vigne Vecchie, annata 2009 anche qui. Vini semplici, con grande bevibilità grazie anche alla loro totale naturalità, che sanno molto ben esprimere la mineralità del loro terroir e la freschezza di uve a bacca rossa cresciute molto più a nord dei vini rossi cui siamo abituati.

Giovedì 10 Marzo, ore 19.30
Serata organizzata dal gruppo Magozerobòt e da Unisono Jazz Club, in collaborazione con arkè.
Presso l’Unisono Jazz Club di Feltre (BL) cena con degustazione dei vini distribuiti da arkè dei vignaioli Angiolino Maule e Franco Terpin, con presentazione del libro di Andrea Scanzi “Il vino degli altri” edito da Mondadori . Saranno presenti l’autore ed i produttori.
Con quello che definisce ora il suo “Never ending tour”, Andrea Scanzi, eclettico giornalista della Stampa, scrittore e recentemente anche autore teatrale, continua a presentare il suo libro nei luoghi in cui viene invitato, parlando con linguaggio chiaro e diretto, senza voler apparire un pomposo esperto del settore. Nutre un particolare interesse per i vini naturali, tra questi vi sono certamente i vini prodotti da uno dei personaggi più carismatici del mondo del vino italiano, non solo per quanto concerne il vino naturale: Angiolino Maule.
La sua azienda La Biancara produce a Gambellara (VI) dal 1988 vini naturali di straordinaria qualità: Masieri, Sassaia, Pico, sono nomi che all’appassionato di vini suonano familiari ed evocano il piacere di bere vino prezioso, prodotto senza l’uso/abuso della chimica, tanto in vigna quanto in cantina. Con lui sarà presente un altro grande produttore di vino: Franco Terpin, la cui azienda si trova a San Floriano del Collio, in quella zona vocata del Collio goriziano, in cui si producono tra i migliori vini bianchi italiani. Anch’ egli deciso sostenitore di pratiche di produzione del vino libere da interventi correttivi chimici, propone degli “orange wines” di incredibile persistenza, a base ribolla, tocai friulano, pinot grigio, chardonnay e sauvignon. Ad accogliere gli ospiti la briosa ed allegra Malvasia Rosa di Camillo Donati, produttore parmense che per primo ha riscoperto e valorizzato la rifermentazione naturale in bottiglia per i suoi Malvasia, Trebbiano, Lambrusco e Barbera frizzanti.
Durante la serata si degusteranno piatti preparati dalla cucina dell’Unisono realizzati con i prodotti tipici del territorio feltrino abbinati ai vini di Maule e Terpin, in un connubio di qualità e naturalità a cui oramai molti consumatori prestano sempre maggiore attenzione.

Per l’occasione Andrea Scanzi ha gentilmente risposto ad alcune domande, concedendoci questa breve intervista su alcuni temi caldi che riguardano i vini naturali ed il mondo del giornalismo vinicolo. Eccola:
Per me IL libro sul vino è il sempre attuale “Vino al vino” di Mario Soldati. Dopo di lui Luigi Veronelli ha creato il giornalismo enoico, ma solo lui e Sandro Sangiorgi si sono un po’ discostati dalla media, intenta a far più che altro marketing (anche se a mio avviso non hanno creato una scuola o una corrente di pensiero forte).
Non vedevo l’ora che un non addetto riuscisse a parlare senza peli sulla lingua di ciò a cui lui piace in maniera sobria e divertente, ma allo stesso tempo pregna di significati. Come spesso accade, però, chi dice la verità rischia di esser additato come cialtrone, millantatore o imbroglione.
Così come è capitato a due non specialisti che han detto la verità nuda e cruda: Report con la puntata “In Vino Veritas” e Jonathan Nossiter con “Mondovino”. Per me altri due capisaldi.
1. Tu hai avuto di questi problemi? Che tipo di critiche hai ricevuto e come le hai prese?
“Ho ricevuto molti più elogi che critiche. Certo, c’è stato chi si è sentito franare la terra sotto i piedi e, di conseguenza, mi ha attaccato sotto la cintura. Tutto altamente prevedibile: c’è sempre chi difende il proprio orticello e scomunica il novizio. Ancor più se il novizio ha cose da dire, sa dirle, ha una sua notorietà e non si pubblica i libri da solo. I miei volumi sul vino sono usciti per Mondadori. Hanno avuto successo (Elogio dell’invecchiamento è stato appena ristampato una terza volta). Sono scritti (spero) bene, in maniera nuova e originale. Contengono prese di posizione schiette e controcorrente. Non potevano passare inosservati. Soprattutto il secondo, Il vino degli altri. Al pubblico sono piaciuti, ad alcuni colleghi no. Non potendo attaccare forma e contenuto, qualche residuato bellico ha provato a sostenere che mi ero inventato alcune interviste. Salvo poi ricevere smentite plateali, coprendosi di ridicolo.
Il mio intento era scrivere libri piacevoli, divertenti, liberi, passionali e utili. Raccontando storie meritevoli di essere eternate narrativamente. A giudicare dal responso dei lettori, e dagli incontri che faccio in giro per l’Italia, credo di esserci riuscito. La rabbia del baronato polveroso è irrilevante: gente sconfitta dalla storia, senza coraggio, connivente e misera. Io mi diverto quando si arrabbiano, vuol dire che la strada è quella giusta. Il rock’n’roll e la beat generation sono deflagrati comunque, nonostante le censure e le difese arroccate dei vecchi tromboni stonati. Ormai è più rilevante la recensione di un blog che il solito Tre Bicchieri scontatissimo. Se ne facciano una ragione: il tempo non è più dalla loro parte, per parafrasare Bob Dylan.
Mi si dice: “Io capisco di vino più di te”. Può essere: ma se non sai comunicare il tuo sapere, peraltro interessato e poco sganciato da interessi mercantili, sei un giornalista che ha fallito. Ed io, i falliti, li ho sempre indisposti. Con mio sommo gaudio. Non sono un espertone: sono un innamorato del vino bene informato. Detesto essere barboso o cattedratico. Dei molti ambiti di cui scrivo, quello del vino è il mondo che più prendo alla leggera. Rispettosamente alla leggera, sia chiaro: il vino è festa, è convivialità, è piacere. Basta con questi sciroccati che straparlano di sentori olfattivi e usano parole paradossali.
Agli addetti ai lavori, le polemiche attorno al Vino degli altri sono sembrate guerre puniche, proprio perché abituati a un linguaggio autoreferenziale e ad una calma piattissima. Per me erano e restano facezie. Se qualche produttore si è pentito di avere svelato a un giornalista verità scomode, è un problema suo: problema di coerenza e di coraggio. La norma è riportare fedelmente le interviste, non censurarle o edulcorarle. Mica sono andato dentro le cantine minacciando i produttori col kalashinkov: sono loro che si sono raccontati. Liberamente. Ed io ho riportato, fedelmente, quanto ho ascoltato. Questa storia del dire una cosa e scriverne un’altra non è giornalismo rispettoso: è paraculaggine interessata.
Poi, che devo dirti: io non sarò mai un ultrà della specializzazione. Gli specialisti monomaniaci sono quasi tutti dei personaggi di una noia catacombale. A me il vino piace, ma se dovessi scrivere sempre e solo di quello mi darei fuoco. Sai che palle. Diversificarsi è fondamentale, aiuta a rimanere vivi (e a scrivere libri diversi). Invece gli enocentrici stanno lì, immobili. Diffidano dell’eclettico. Se la cantano e se la suonano. Si addormentano e fanno addormentare. Se proprio voglio dormire, mi guardo Seppi o ascolto un disco di Vecchioni.
Tu prima facevi i nomi di Soldati e Nossiter. Appunto: uomini che non parla(va)no solo di vino ma anche di vino: differenza decisiva. Se ho dato uno scossa alla calma piatta di Enolandia, ne sono felice”.
2. Perchè i giornalisti italiani (del vino e non) non hanno le palle?
“E’ una generalizzazione sbagliata, come tutte le generalizzazioni. Esistono giornalisti italiani liberi e giornalisti che non lo sono. Più in generale, esistono persone libere e persone non libere. Le secondo sono maggioritarie, non solo nel giornalismo. Per essere libero devi avere coraggio e accettare di schierarti, metterti in gioco, rischiare. Io non saprei fare diversamente e i pavidi sono la categoria che meno sento vicina. Preferisco un antipatico coraggioso a un vigliacco furbino. Il mondo del vino è compromesso ed equivoco, ma ha non poche isole salve. Sia come produttori, sia come giornalisti (blogger compresi, alcuni davvero bravi)”.
3. Come vedi il mondo dei naturalisti? Hanno modo di uscire dalla solita cerchia di amatori o rimarranno relegati nel limbo tra “contadini” e “mistici”?
“Dipende da loro. Rispetto a dieci anni fa sono molto più noti, e già ci sono i cultori della nicchia che si lamentano del troppo successo, un po’ come capita al musicista clandestino che entra in classifica. Sono fiero di essere stato il primo, tramite una casa editrice mainstream e non attraverso le solite pubblicazioni criptiche per iniziati, a raccontare al pubblico che esiste un vino diverso. Chiamalo vero, chiamalo naturale: o più semplicemente, sano. E’ un tipo di vino che rimarrà minoritario, proprio perché fatto – spesso, non sempre – da persone libere e coraggiose. Anch’esse minoritarie. Ma può crescere ulteriormente, a patto che non smarrisca la retta via e che la naturalità non sia solo una moda effimera (come sta accadendo per i bianchi macerativi: mi piacciono, ma non è che adesso tutti devono fare gli orange wines).
Trovo poi tafazziana questa iperframmentazione tra i naturalisti: già sono pochi, in più si sono scissi in correnti, partitini e sottogruppi. Neanche la sinistra extraparlamentare una roba così. Occorre poi che il vino naturale la smetta di giustificare i difetti con la scusa che “è sano”. Se un vino puzza, è inaccettabile. Mi si dirà: sì, ma almeno non fa male. E ci mancherebbe solo che facesse male. Il vino che puzza se lo beve il produttore o la produttrice, oltretutto a quei prezzi esosi lì. A me Emidio Pepe piace come azienda, ma alcuni suoi Montepulciano d’Abruzzo parevano solfatare (a differenza dei Trebbiano d’Abruzzo, puntualmente sontuosi). Idem per la stimabile Podere Le Boncie: Giovanna Morganti e i suoi fans possono dire quanto vogliono che il Chianti Classico Le Trame “deve” avere quella puzzetta, aggiungendo magari che il vero Sangiovese è sempre “terragno” (termine imbarazzante, peraltro), ma non pretendano che io sia così allocco da crederci. Il vino deve essere sano e buono, non soltanto sano o soltanto buono. Non basta essere belle persone per fare bei vini (anche se aiuta). L’enologia naturale deve emanciparsi dall’immagine di prodotto bizzarro e sfigato. Per farlo, sarebbe auspicabile che la smettesse pure di farsi raccontare da giornalisti – non di rado – bizzarri e sfigati. Oltre che – talora – sgradevolissimi”.
4. Cosa ne pensi di quelle aziende che per puro marketing iniziano a tenere una parte dell’azienda in biologico o in biodinamico?
“Mah. Se quella parte di azienda è veramente biologica o biodinamica, o comunque rispettosa della natura, è buona cosa. Un passo in avanti. Poi però c’è l’aspetto della fascinazione per il vigneron, per la sfida, per la somiglianza tra vino e viticoltore. Qualcosa a cui guardo molto e che cerco di raccontare nei libri e nel blog. E’ una tendenza che numericamente fa bene, ma che personalmente non sento vicina alle mie corde. A me piace l’eretico, l’eremita, l’iconoclasta. Il sognatore. Il romantico. Non il produttore seriale”.
5. Come mai un vino naturale/artigiano, se ben fatto, è da preferirsi ad uno convenzionale/industriale?
“Perché, se ben fatto, ha più cuore. E’ più sano. E’ più personale. Ed ha tante cose da raccontare”.

Giovedì 10 Marzo, ore 19.30
Serata organizzata dal gruppo Magozerobòt e da Unisono Jazz Club, in collaborazione con arkè.
Presso l’Unisono Jazz Club di Feltre (BL) cena con degustazione dei vini distribuiti da arkè dei vignaioli Angiolino Maule e Franco Terpin, con presentazione del libro di Andrea Scanzi “Il vino degli altri” edito da Mondadori . Saranno presenti l’autore ed i produttori.
Con quello che definisce ora il suo “Never ending tour”, Andrea Scanzi, eclettico giornalista della Stampa, scrittore e recentemente anche autore teatrale, continua a presentare il suo libro nei luoghi in cui viene invitato, parlando con linguaggio chiaro e diretto, senza voler apparire un pomposo esperto del settore. Nutre un particolare interesse per i vini naturali, tra questi vi sono certamente i vini prodotti da uno dei personaggi più carismatici del mondo del vino italiano, non solo per quanto concerne il vino naturale: Angiolino Maule.
La sua azienda La Biancara produce a Gambellara (VI) dal 1988 vini naturali di straordinaria qualità: Masieri, Sassaia, Pico, sono nomi che all’appassionato di vini suonano familiari ed evocano il piacere di bere vino prezioso, prodotto senza l’uso/abuso della chimica, tanto in vigna quanto in cantina. Con lui sarà presente un altro grande produttore di vino: Franco Terpin, la cui azienda si trova a San Floriano del Collio, in quella zona vocata del Collio goriziano, in cui si producono tra i migliori vini bianchi italiani. Anch’ egli deciso sostenitore di pratiche di produzione del vino libere da interventi correttivi chimici, propone degli “orange wines” di incredibile persistenza, a base ribolla, tocai friulano, pinot grigio, chardonnay e sauvignon. Ad accogliere gli ospiti la briosa ed allegra Malvasia Rosa di Camillo Donati, produttore parmense che per primo ha riscoperto e valorizzato la rifermentazione naturale in bottiglia per i suoi Malvasia, Trebbiano, Lambrusco e Barbera frizzanti.
Durante la serata si degusteranno piatti preparati dalla cucina dell’Unisono realizzati con i prodotti tipici del territorio feltrino abbinati ai vini di Maule e Terpin, in un connubio di qualità e naturalità a cui oramai molti consumatori prestano sempre maggiore attenzione.

Per l’occasione Andrea Scanzi ha gentilmente risposto ad alcune domande, concedendoci questa breve intervista su alcuni temi caldi che riguardano i vini naturali ed il mondo del giornalismo vinicolo. Eccola:
Per me IL libro sul vino è il sempre attuale “Vino al vino” di Mario Soldati. Dopo di lui Luigi Veronelli ha creato il giornalismo enoico, ma solo lui e Sandro Sangiorgi si sono un po’ discostati dalla media, intenta a far più che altro marketing (anche se a mio avviso non hanno creato una scuola o una corrente di pensiero forte).
Non vedevo l’ora che un non addetto riuscisse a parlare senza peli sulla lingua di ciò a cui lui piace in maniera sobria e divertente, ma allo stesso tempo pregna di significati. Come spesso accade, però, chi dice la verità rischia di esser additato come cialtrone, millantatore o imbroglione.
Così come è capitato a due non specialisti che han detto la verità nuda e cruda: Report con la puntata “In Vino Veritas” e Jonathan Nossiter con “Mondovino”. Per me altri due capisaldi.
1. Tu hai avuto di questi problemi? Che tipo di critiche hai ricevuto e come le hai prese?
“Ho ricevuto molti più elogi che critiche. Certo, c’è stato chi si è sentito franare la terra sotto i piedi e, di conseguenza, mi ha attaccato sotto la cintura. Tutto altamente prevedibile: c’è sempre chi difende il proprio orticello e scomunica il novizio. Ancor più se il novizio ha cose da dire, sa dirle, ha una sua notorietà e non si pubblica i libri da solo. I miei volumi sul vino sono usciti per Mondadori. Hanno avuto successo (Elogio dell’invecchiamento è stato appena ristampato una terza volta). Sono scritti (spero) bene, in maniera nuova e originale. Contengono prese di posizione schiette e controcorrente. Non potevano passare inosservati. Soprattutto il secondo, Il vino degli altri. Al pubblico sono piaciuti, ad alcuni colleghi no. Non potendo attaccare forma e contenuto, qualche residuato bellico ha provato a sostenere che mi ero inventato alcune interviste. Salvo poi ricevere smentite plateali, coprendosi di ridicolo.
Il mio intento era scrivere libri piacevoli, divertenti, liberi, passionali e utili. Raccontando storie meritevoli di essere eternate narrativamente. A giudicare dal responso dei lettori, e dagli incontri che faccio in giro per l’Italia, credo di esserci riuscito. La rabbia del baronato polveroso è irrilevante: gente sconfitta dalla storia, senza coraggio, connivente e misera. Io mi diverto quando si arrabbiano, vuol dire che la strada è quella giusta. Il rock’n’roll e la beat generation sono deflagrati comunque, nonostante le censure e le difese arroccate dei vecchi tromboni stonati. Ormai è più rilevante la recensione di un blog che il solito Tre Bicchieri scontatissimo. Se ne facciano una ragione: il tempo non è più dalla loro parte, per parafrasare Bob Dylan.
Mi si dice: “Io capisco di vino più di te”. Può essere: ma se non sai comunicare il tuo sapere, peraltro interessato e poco sganciato da interessi mercantili, sei un giornalista che ha fallito. Ed io, i falliti, li ho sempre indisposti. Con mio sommo gaudio. Non sono un espertone: sono un innamorato del vino bene informato. Detesto essere barboso o cattedratico. Dei molti ambiti di cui scrivo, quello del vino è il mondo che più prendo alla leggera. Rispettosamente alla leggera, sia chiaro: il vino è festa, è convivialità, è piacere. Basta con questi sciroccati che straparlano di sentori olfattivi e usano parole paradossali.
Agli addetti ai lavori, le polemiche attorno al Vino degli altri sono sembrate guerre puniche, proprio perché abituati a un linguaggio autoreferenziale e ad una calma piattissima. Per me erano e restano facezie. Se qualche produttore si è pentito di avere svelato a un giornalista verità scomode, è un problema suo: problema di coerenza e di coraggio. La norma è riportare fedelmente le interviste, non censurarle o edulcorarle. Mica sono andato dentro le cantine minacciando i produttori col kalashinkov: sono loro che si sono raccontati. Liberamente. Ed io ho riportato, fedelmente, quanto ho ascoltato. Questa storia del dire una cosa e scriverne un’altra non è giornalismo rispettoso: è paraculaggine interessata.
Poi, che devo dirti: io non sarò mai un ultrà della specializzazione. Gli specialisti monomaniaci sono quasi tutti dei personaggi di una noia catacombale. A me il vino piace, ma se dovessi scrivere sempre e solo di quello mi darei fuoco. Sai che palle. Diversificarsi è fondamentale, aiuta a rimanere vivi (e a scrivere libri diversi). Invece gli enocentrici stanno lì, immobili. Diffidano dell’eclettico. Se la cantano e se la suonano. Si addormentano e fanno addormentare. Se proprio voglio dormire, mi guardo Seppi o ascolto un disco di Vecchioni.
Tu prima facevi i nomi di Soldati e Nossiter. Appunto: uomini che non parla(va)no solo di vino ma anche di vino: differenza decisiva. Se ho dato uno scossa alla calma piatta di Enolandia, ne sono felice”.
2. Perchè i giornalisti italiani (del vino e non) non hanno le palle?
“E’ una generalizzazione sbagliata, come tutte le generalizzazioni. Esistono giornalisti italiani liberi e giornalisti che non lo sono. Più in generale, esistono persone libere e persone non libere. Le secondo sono maggioritarie, non solo nel giornalismo. Per essere libero devi avere coraggio e accettare di schierarti, metterti in gioco, rischiare. Io non saprei fare diversamente e i pavidi sono la categoria che meno sento vicina. Preferisco un antipatico coraggioso a un vigliacco furbino. Il mondo del vino è compromesso ed equivoco, ma ha non poche isole salve. Sia come produttori, sia come giornalisti (blogger compresi, alcuni davvero bravi)”.
3. Come vedi il mondo dei naturalisti? Hanno modo di uscire dalla solita cerchia di amatori o rimarranno relegati nel limbo tra “contadini” e “mistici”?
“Dipende da loro. Rispetto a dieci anni fa sono molto più noti, e già ci sono i cultori della nicchia che si lamentano del troppo successo, un po’ come capita al musicista clandestino che entra in classifica. Sono fiero di essere stato il primo, tramite una casa editrice mainstream e non attraverso le solite pubblicazioni criptiche per iniziati, a raccontare al pubblico che esiste un vino diverso. Chiamalo vero, chiamalo naturale: o più semplicemente, sano. E’ un tipo di vino che rimarrà minoritario, proprio perché fatto – spesso, non sempre – da persone libere e coraggiose. Anch’esse minoritarie. Ma può crescere ulteriormente, a patto che non smarrisca la retta via e che la naturalità non sia solo una moda effimera (come sta accadendo per i bianchi macerativi: mi piacciono, ma non è che adesso tutti devono fare gli orange wines).
Trovo poi tafazziana questa iperframmentazione tra i naturalisti: già sono pochi, in più si sono scissi in correnti, partitini e sottogruppi. Neanche la sinistra extraparlamentare una roba così. Occorre poi che il vino naturale la smetta di giustificare i difetti con la scusa che “è sano”. Se un vino puzza, è inaccettabile. Mi si dirà: sì, ma almeno non fa male. E ci mancherebbe solo che facesse male. Il vino che puzza se lo beve il produttore o la produttrice, oltretutto a quei prezzi esosi lì. A me Emidio Pepe piace come azienda, ma alcuni suoi Montepulciano d’Abruzzo parevano solfatare (a differenza dei Trebbiano d’Abruzzo, puntualmente sontuosi). Idem per la stimabile Podere Le Boncie: Giovanna Morganti e i suoi fans possono dire quanto vogliono che il Chianti Classico Le Trame “deve” avere quella puzzetta, aggiungendo magari che il vero Sangiovese è sempre “terragno” (termine imbarazzante, peraltro), ma non pretendano che io sia così allocco da crederci. Il vino deve essere sano e buono, non soltanto sano o soltanto buono. Non basta essere belle persone per fare bei vini (anche se aiuta). L’enologia naturale deve emanciparsi dall’immagine di prodotto bizzarro e sfigato. Per farlo, sarebbe auspicabile che la smettesse pure di farsi raccontare da giornalisti – non di rado – bizzarri e sfigati. Oltre che – talora – sgradevolissimi”.
4. Cosa ne pensi di quelle aziende che per puro marketing iniziano a tenere una parte dell’azienda in biologico o in biodinamico?
“Mah. Se quella parte di azienda è veramente biologica o biodinamica, o comunque rispettosa della natura, è buona cosa. Un passo in avanti. Poi però c’è l’aspetto della fascinazione per il vigneron, per la sfida, per la somiglianza tra vino e viticoltore. Qualcosa a cui guardo molto e che cerco di raccontare nei libri e nel blog. E’ una tendenza che numericamente fa bene, ma che personalmente non sento vicina alle mie corde. A me piace l’eretico, l’eremita, l’iconoclasta. Il sognatore. Il romantico. Non il produttore seriale”.
5. Come mai un vino naturale/artigiano, se ben fatto, è da preferirsi ad uno convenzionale/industriale?
“Perché, se ben fatto, ha più cuore. E’ più sano. E’ più personale. Ed ha tante cose da raccontare”.

Due importanti fiere di vini naturali vedranno coinvolte tutte le aziende distribuite da arkè.
La prima è Sorgente del Vino live, manifestazione giunta alla terza edizione, si svolge nella Rocca medievale del Castello di Agazzano (PC) sabato 5 e domenica 6 marzo 2011.
Un fine settimana dedicato agli incontri con i produttori di vini naturali, di tradizione e di territorio, ma anche alle degustazioni e alla conoscenza dei loro vini e delle loro terre. Due giorni in cui il protagonista indiscusso è il vino, la sua storia, la sua tradizione, il suo territorio e soprattutto il suo essere “naturalmente originale”.
Questa terza edizione vede la presenza di 100 produttori provenienti dalle regioni vitivinicole più importanti d’Italia così come da microzone capaci di esprimere vini unici e irripetibili ancora tutte da scoprire. Sorgente del vino vuole infatti promuovere e portare alla luce l’unicità di quei vini nati dalla consapevolezza di un territorio e dalla disciplina che questo richiede: attenzione all’ambiente e coltivazione naturale dei vigneti, rispetto dei tempi necessari perché un vino sia davvero punta di diamante di una determinata area geografica.

Maggiori informazioni sul sito sorgentedelvinolive.org/ .

La seconda è Villa Favorita il 10 e 11 Aprile a Sarego (VI), organizzata dall’associazione VinNatur in concomitanza con il Vinitaly, è considerata tra le più importanti manifestazioni al mondo per i vini naturali, attira ogni anno numerosi visitatori da tutto il mondo.
Tutti i vignaioli di arkè si riconoscono e partecipano attivamente alle iniziative dell’associazione, la quale da anni non solo organizza la fiera e quindi il lato commerciale, ma unisce i vignaioli puntando ad un miglioramento dei vini proposti, organizzando negli anni convegni, degustazioni, corsi di agronomia ed enologia, dai quali sono partiti importanti progetti di ricerca scientifica.
VinNatur nasce per ampliare la cultura dei vini naturali, per diffonderne la conoscenza e per riunire periodicamente interpreti italiani ed europei di questa cultura mettendola a disposizione del pubblico in un’ esperienza di conoscenza e scambio, facendo incontrare chi condivide ideologicamente e filosoficamente una cultura di trasparenza, naturalità e ricerca delle espressioni della terra.
Produrre vino in maniera naturale significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando attraverso la sperimentazione, l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina.
Significa inoltre promuovere lo scambio di reciproche esperienze mettendo la propria conoscenza a disposizione degli altri, in particolare, di quei giovani che muovono i primi passi in questa dimensione e che ancora non possono dirsi “naturali” fino in fondo.
Il movimento si pone l’obiettivo di fare cultura rifuggendo qualsiasi tentazione commerciale, cosa che va lasciata alle attività individuali di ogni produttore all’interno della propria Azienda. L’appartenenza al gruppo significa riconoscere in se stessi caratteristiche coerenti con gli altri viticoltori del movimento e non entrare in possesso di un marchio di fabbrica.
Villa Favorita è l’occasione per diffondere tra la persone che amano il vino, gli appassionati e gli operatori del settore questa filosofia, offrendo due giorni di intensi scambi ed esperienze per il pubblico e per gli espositori, che possono confrontarsi in prima persona su vini e terroir a volte lontani e diversi tra loro.

Per tutte le informazioni sulla manifestazione e sulle altre attività di ricerca dell’associazione visitate il sito vinnatur.it .

Due importanti fiere di vini naturali vedranno coinvolte tutte le aziende distribuite da arkè.

La prima è Sorgente del Vino live, manifestazione giunta alla terza edizione, si svolge nella Rocca medievale del Castello di Agazzano (PC) sabato 5 e domenica 6 marzo 2011.

Un fine settimana dedicato agli incontri con i produttori di vini naturali, di tradizione e di territorio, ma anche alle degustazioni e alla conoscenza dei loro vini e delle loro terre. Due giorni in cui il protagonista indiscusso è il vino, la sua storia, la sua tradizione, il suo territorio e soprattutto il suo essere “naturalmente originale”.

Questa terza edizione vede la presenza di 100 produttori provenienti dalle regioni vitivinicole più importanti d’Italia così come da microzone capaci di esprimere vini unici e irripetibili ancora tutte da scoprire. Sorgente del vino vuole infatti promuovere e portare alla luce l’unicità di quei vini nati dalla consapevolezza di un territorio e dalla disciplina che questo richiede: attenzione all’ambiente e coltivazione naturale dei vigneti, rispetto dei tempi necessari perché un vino sia davvero punta di diamante di una determinata area geografica.

Maggiori informazioni sul sito sorgentedelvinolive.org/ .

La seconda è Villa Favorita il 10 e 11 Aprile a Sarego (VI), organizzata dall’associazione VinNatur in concomitanza con il Vinitaly, è considerata tra le più importanti manifestazioni al mondo per i vini naturali, attira ogni anno numerosi visitatori da tutto il mondo.

Tutti i vignaioli di arkè si riconoscono e partecipano attivamente alle iniziative dell’associazione, la quale da anni non solo organizza la fiera e quindi il lato commerciale, ma unisce i vignaioli puntando ad un miglioramento dei vini proposti, organizzando negli anni convegni, degustazioni, corsi di agronomia ed enologia, dai quali sono partiti importanti progetti di ricerca scientifica.

VinNatur nasce per ampliare la cultura dei vini naturali, per diffonderne la conoscenza e per riunire periodicamente interpreti italiani ed europei di questa cultura mettendola a disposizione del pubblico in un’ esperienza di conoscenza e scambio, facendo incontrare chi condivide ideologicamente e filosoficamente una cultura di trasparenza, naturalità e ricerca delle espressioni della terra.

Produrre vino in maniera naturale significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando attraverso la sperimentazione, l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina.

Significa inoltre promuovere lo scambio di reciproche esperienze mettendo la propria conoscenza a disposizione degli altri, in particolare, di quei giovani che muovono i primi passi in questa dimensione e che ancora non possono dirsi “naturali” fino in fondo.

Il movimento si pone l’obiettivo di fare cultura rifuggendo qualsiasi tentazione commerciale, cosa che va lasciata alle attività individuali di ogni produttore all’interno della propria Azienda. L’appartenenza al gruppo significa riconoscere in se stessi caratteristiche coerenti con gli altri viticoltori del movimento e non entrare in possesso di un marchio di fabbrica.

Villa Favorita è l’occasione per diffondere tra la persone che amano il vino, gli appassionati e gli operatori del settore questa filosofia, offrendo due giorni di intensi scambi ed esperienze per il pubblico e per gli espositori, che possono confrontarsi in prima persona su vini e terroir a volte lontani e diversi tra loro.

Per tutte le informazioni sulla manifestazione e sulle altre attività di ricerca dell’associazione visitate il sito vinnatur.it .


Domenica 27 Febbraio, presso Mood Laboratorio Creativo.

La mostrà sarà aperta al pubblico in via Verona 64, Altavilla Vicentina dalle ore 18.00.

Mostra evento eno-fotografico nel laboratorio creativo che ospita le fotografie di Andrea Ferrero, Carlo Perazzolo, Lorenzo Rui accompagnati da una degustazione di vini naturali offerti da Arkè e Costadià.

Interpretazioni della lavatrice come simbolo del contemporaneo e metafora della quotidianità, in una cornice dove moda e arte si incontrano, tra le nuove collezioni di www.mooda.it.

I vini in degustazione:

Masieri bianco, La Biancara di Angiolino Maule
Rugoli, Davide Spillare
Valpolicella, Monte Dall’Ora
Malvasia Rosa, Camillo Donati
Prosecco, Costadilà

Vi aspetettiamo numerosi!
Domenica 27 Febbraio, presso Mood Laboratorio Creativo.

La mostrà sarà aperta al pubblico in via Verona 64, Altavilla Vicentina dalle ore 18.00.

Mostra evento eno-fotografico nel laboratorio creativo che ospita le fotografie di Andrea Ferrero, Carlo Perazzolo, Lorenzo Rui accompagnati da una degustazione di vini naturali offerti da Arkè e Costadià.

Interpretazioni della lavatrice come simbolo del contemporaneo e metafora della quotidianità, in una cornice dove moda e arte si incontrano, tra le nuove collezioni di www.mooda.it.

I vini in degustazione:

Masieri bianco, La Biancara di Angiolino Maule
Rugoli, Davide Spillare
Valpolicella, Monte Dall’Ora
Malvasia Rosa, Camillo Donati
Prosecco, Costadilà

Vi aspetettiamo numerosi!


Arkè inizia a proporre una birra, prodotta da Luca Garberoglio; di seguito la sua storia e il perchè dell’appellativo di vin-birraio verrà da subito compreso.

Luca nasce nel 1985 in una famiglia di viticoltori, proprietari di vigneti a Barbera, Dolcetto e Moscato nonchè vinificatori già dall’inizio del secolo scorso: l’azienda Carussin, gestita dalla madre Bruna Ferro. Cresce tra i filari e fin da ragazzo, inevitabilmente, aiuta i genitori sia nel lavoro nei campi che in cantina; di animo intraprendente e voglioso di conoscere nuove realtà, spesso accompagna la madre in giro per l’Italia e per il mondo per promuovere il proprio vino e confrontarsi con altre realtà.

La coltura in biologico, praticato come da tradizione in vigna, si estende anche ad una cultura ambientalista ed ecologica sempre più marcata grazie anche al confronto e allo scambio con altre persone e alla volontà di dare un senso a quello che si fa.

Quando Luca scopre le birre artigianali e se ne innamora, la madre a malincuore lo ha visto partire per visitare e conoscere i migliori birrifici tra Belgio e Germania, consapevole che il suo animo da sognatore lo avrebbe potuto portare distante da casa e dal lavoro di famiglia e magari a scelte sbagliate.

Dopo qualche tempo infatti lavora in maniera continuativa per apprendere il mestiere al fianco di Igor, il mastro birraio del microbirrificio Il Vichingo a San Giovanni Ilarione, in provincia di Verona, guardacaso un’altra terra da vino, stavolta del Soave. Igor l’ha aiutato nel Maggio del 2008, affittandogli l’impianto, a produrre la sua prima birra bionda ad alta fermentazione prodotta con molto luppolo, da una ricetta inglese.

La chiama Clan!Destino? : il clan è la famiglia e la tradizione e significano sicurezza e poi c’è il destino, quello che ci riserva il futuro con tutti i progetti e i dubbi che porta con sè.

In famiglia ci torna, la madre si convince che quella è la strada scelta dal figlio, che continua a produrre birra appoggiandosi ad un altro birrificio e aiuta come prima nel lavoro in vigna, facendo divenire la Clan!Destino uno dei prodotti che la sua famiglia propone al pubblico: scherzosamente si autodefinisce un vin-birraio. Ed essendo ormai il destino segnato, il punto interrogativo scompare dal nome, che ora sta ad indicare il nome del suo birrificio.

Per il futuro ha infatti già le idee chiare: costruire un nuovo impianto nei pressi della sua casa e diventare indipendente ed iniziare dal prossimo maggio a proporre una nuova birra, di cui si sa solo che sarà d’ispirazione belga, scura e più corposa.

Arkè inizia a proporre una birra, prodotta da Luca Garberoglio; di seguito la sua storia e il perchè dell’appellativo di vin-birraio verrà da subito compreso.

Luca nasce nel 1985 in una famiglia di viticoltori, proprietari di vigneti a Barbera, Dolcetto e Moscato nonchè vinificatori già dall’inizio del secolo scorso: l’azienda Carussin, gestita dalla madre Bruna Ferro. Cresce tra i filari e fin da ragazzo, inevitabilmente, aiuta i genitori sia nel lavoro nei campi che in cantina; di animo intraprendente e voglioso di conoscere nuove realtà, spesso accompagna la madre in giro per l’Italia e per il mondo per promuovere il proprio vino e confrontarsi con altre realtà.

La coltura in biologico, praticato come da tradizione in vigna, si estende anche ad una cultura ambientalista ed ecologica sempre più marcata grazie anche al confronto e allo scambio con altre persone e alla volontà di dare un senso a quello che si fa.

Quando Luca scopre le birre artigianali e se ne innamora, la madre a malincuore lo ha visto partire per visitare e conoscere i migliori birrifici tra Belgio e Germania, consapevole che il suo animo da sognatore lo avrebbe potuto portare distante da casa e dal lavoro di famiglia e magari a scelte sbagliate.

Dopo qualche tempo infatti lavora in maniera continuativa per apprendere il mestiere al fianco di Igor, il mastro birraio del microbirrificio Il Vichingo a San Giovanni Ilarione, in provincia di Verona, guardacaso un’altra terra da vino, stavolta del Soave. Igor l’ha aiutato nel Maggio del 2008, affittandogli l’impianto, a produrre la sua prima birra bionda ad alta fermentazione prodotta con molto luppolo, da una ricetta inglese.

La chiama Clan!Destino? : il clan è la famiglia e la tradizione e significano sicurezza e poi c’è il destino, quello che ci riserva il futuro con tutti i progetti e i dubbi che porta con sè.

In famiglia ci torna, la madre si convince che quella è la strada scelta dal figlio, che continua a produrre birra appoggiandosi ad un altro birrificio e aiuta come prima nel lavoro in vigna, facendo divenire la Clan!Destino uno dei prodotti che la sua famiglia propone al pubblico: scherzosamente si autodefinisce un vin-birraio. Ed essendo ormai il destino segnato, il punto interrogativo scompare dal nome, che ora sta ad indicare il nome del suo birrificio.

Per il futuro ha infatti già le idee chiare: costruire un nuovo impianto nei pressi della sua casa e diventare indipendente ed iniziare dal prossimo maggio a proporre una nuova birra, di cui si sa solo che sarà d’ispirazione belga, scura e più corposa.