Nel nostro nuovo Catalogo 2019, come vi abbiamo raccontato, abbiamo deciso di dare una svolta punk rock al modo di raccontare e parlare di vino, perchè alla fine di quello si parla.
Vino da bere, vino da vivere, vino da condividere e vino che ha già fatto la sua parte di storia e ne farà certamente ancora, sia di strada che di storia.
Eccovi allora il testo scritto dal nostro caro Gianpaolo Giacobbo, lui che di vino ne ha vissuto, dagli esordi del movimento ad oggi e continua orgogliosamente e passionalmente a farne parte…

Team Arkè

Parlare di storia del vino naturale significa raccontare la genesi del vino fin dalla sua prima  apparizione sulla terra, probabilmente ai tempi di Noè. Per secoli il viticoltore utilizzava strumenti di produzione e affinamento rudimentali, spesso in condizioni sanitarie non facili. La produzione del vino era strettamente legata ai ritmi scanditi dalla natura secondo il muoversi delle stagioni.

Con l’avvento e lo sviluppo dell’enologia nei  primi del Novecento il vino diventa più stabile, aumentando sensibilmente la sua franchezza e longevità. L’enologia soprattutto ha garantito al vino la possibilità di uscire dai confini territoriali per potersi affrancare anche sui mercati più lontani.

Sicuramente, in quei tempi, le attenzioni degli enologi erano indirizzate a realtà con capacità produttiva ampia come consorzi e cantine sociali. Il piccolo vignaiolo rimaneva ancorato ad un’idea di vino più antico, prodotto come si era sempre fatto e destinato al consumo interno o alle osterie locali.

 

Con il passare degli anni però, anche il vignaiolo inizia a pensare ad una sua identità trasformandosi sia in termini di prodotto che di obiettivi, aggiungendo alla sua azienda agricola l’idea di uno sviluppo commerciale.

Inizia così l’approccio più enologico anche da parte delle realtà più piccole per vedere i propri vini più puliti e stabili, e capaci di muoversi tranquillamente fuori dai confini locali. Qualcosa però scappa di mano e verso la metà degli anni Ottanta ci si accorge che questa idea di spogliare il vino del suo aspetto più rustico ha sorpassato il confine dell’identità.

È proprio in questo momento che in Italia qualche produttore inizia a pensare che le proprie vigne e i propri vini avessero cambiato fisionomia a tal punto di diventare irriconoscibili. Tra i primi senza dubbio Josko Gravner il quale capisce,dopo un viaggio negli Stati Uniti, cosa non doveva più fare e dopo qualche anno un viaggio in Georgia, dove invece il mondo del vino era rimasto ai tempi più antichi, capisce quel che deve fare.

In questo viaggio tra presente e futuro nasce l’idea  di ritornare ad un mondo del vino più credibile ed autentico tenendo fede però a quanto di buono la conoscenza aveva portato fino a quel momento. Una sfida enorme. A quel punto avrebbe avuto inizio un cambio di rotta epocale per il vino. A seguire Josko Gravner su quella linea di confine tra Italia e Slovenia, furono Stanko Radikon, Nico Bensa, successivamente Dario Princic e Walter Mlecnick e, dalle colline di Gambellara, un giovane Angiolino Maule.

Certamente a macchia di leopardo l’Italia ha avuto, prima di loro, figure illuminate che combattevano contro i mulini a vento. Persone che nel loro territorio facevano molto ma non riuscivano ad emergere e a far un gruppo critico solido. Giusto per citarne alcuni: Lino Maga,famoso per le sue lotte per rivendicare l’unicità della collina del Barbacarlo, oppure il Cav. Lorenzo Accomasso a La Morra, il Jazzista Pino Ratto ed il suo Dolcetto di Ovada, fino ad approdare al biodinamico Stefano Bellotti.

Pino Ratto

 

In realtà “i quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo” erano coinvolti in un’impresa quasi utopistica che aveva come obiettivo rendere il vignaiolo un’interprete autentico e riconoscibile del mondo del vino. Inizia così una sorta di gara “a togliere”. Il gruppo rivoluzionario si ritrova periodicamente portando i frutti delle proprie sperimentazioni. Campioni ottenuti da vini con fermentazioni spontanee, rinunciando quindi ai lieviti selezionati e ai suoi attivanti, senza filtrazioni quindi tornando ai travasi, senza stabilizzanti di vario tipo fino ad approdare all’ambizioso obiettivo di rinunciare totalmente all’anidride solforosa che sembrava un obiettivo impossibile da raggiungere.

Questo percorso porta sul mercato, in prima battuta, vini estremi, spesso con sentori di riduzione piuttosto evidenti, ossidati, insomma per nulla convincenti se visti in superficie, ma rappresentavano una sorte di richiamo, un urlo disperato, una necessità di cambiamento.

C’era, in quella apparente follia, qualcosa di interessante, in qualche modo si intravedeva nel maremagnum di questi vini “strani” una luce di speranza.

Quei vini in realtà, evidenziavano qualcosa di intrigante, riappariva un’idea di vino più completo e tutto da indagare. Anche la stampa se ne accorge,in particolare la rivista indipendente Porthos con Sandro Sangiorgi al timone e la sua Ciurma.

Un gruppo di militanti di una comunicazione indipendente del vino, armati fino ai denti di taccuini e macchine fotografiche, si sparpagliano per le vigne d’Italia per documentare questo momento importante di trasformazione.

Al piccolo nucleo iniziale di produttori reazionari si uniscono ben presto altri vignaioli sparsi qui e lì lungo lo stivale. Un nutrito gruppo arriva dalla parte friulana, una nuova generazione di produttori convinti, folli ed “incazzati” convinti che questa poteva essere la strada giusta da percorrere.

Arriva poi il fronte veneto, quello emiliano con i rifermentati, i piemontesi aderiscono convinti e poi i toscani, gli umbri, fino ai siciliani. Dopo i tristi eventi del metanolo inizia in Italia un secondo rinascimento del vino, una nuova era, dopo il Punk la New Wave.

 

Nasce così la prima associazione di produttori di vini naturali che si chiamò in maniera un po’ arrogante “Vini Veri” per prendere provocatoriamente le distanze da chi rimaneva legato ad un’enologia classica.

In questo modo ci si prendeva il rischio di proporre vini che potessero anche non piacere, ma che rispondevano al proprio territorio di appartenenza, ai propri vitigni e alla filosofia di chi lo produceva. Non si trattava di essere migliori o peggiori ma era necessario specificare che i vini di questi produttori volevano arrivare alla terra e alla vera identità dei propri luoghi evitando le scorciatoie fino a quel momento proposte sia in agricoltura che in enologia. Prendono coscienza del reale valore del suolo e che si rende necessario un approccio più rispettoso.

Inizia un colloquio e rispetto tra produttore e la madre terra. L’uomo non è un animale sociale, si sa. Dopo qualche anno, l’associazione “Vini Veri” si scinde in Vini Veri da una parte capitanati da Teobaldo Cappellano, che troppo presto ci lascia ma che viene sostituito da Paolo Bea, e “VinNatur” con Angiolino Maule al comando.

Da questo momento in poi si creano altre associazioni di varia natura tutte alla ricerca di un orgoglio contadino.

 

Lou Reed, Mick Jagger e David Bowie; storia del rock e calici di vino

 

Oggi anche le grandi aziende parlano di biologico o di sostenibile, i vini naturali sono a pieno titolo nelle carte vini dei migliori ristoranti d’Italia e anche nel mondo la parola “organic” aggiunta a “wine” ha un valore unico e rassicurante.

C’è ancora molto da lavorare, soprattutto sulle patologie in campagna, ma diciamo che il sogno degli amici del bar è diventata una realtà solida.

Da quel gruppo di rivoluzionari sognatori oggi nasce e si sviluppa, un movimento che coinvolge ogni angolo del pianeta. Forse in quel momento nessuno se ne rendeva conto ma stava accadendo quello che la scena musicale newyorkese aveva vissuto vent’anni prima con Lou Reed e i Velvet Underground.

Loro non lo sapevano ma erano i Velvet… “

 

testo by Gianpaolo Giacobbo