Con Alessandro c’è sempre stato un rapporto di amore ed odio continuo, per via dei suoi articoli spesso provocatori su Intravino, il blog che ha fondato con alcuni amici e che negli anni è diventato tra i più seguiti in rete.

Ha sempre criticato in maniera intelligente il movimento dei vini naturali e a nostro parere è finito, suo malgrado, per innamorarsene; è anche enotecario, sempre on-line, su doyouwine.com.

Ci sembrava giusto avere un parere, un articolo, da un personaggio che non è completamente schierato per la causa dei vini naturali, che è sempre stato attento e curioso sulle novità enoiche degli ultimi anni. La critica è sempre utile ed aiuta a crescere.

 

Cosa non mi piace del vino naturale, tra l’altro

 

Il mio battesimo nel vino è un dono di mamma Associazione Italiana Sommelier e babbo Porthos. Ho fatto la prima vendemmia all’Aurora di Offida, azienda bio da oltre trenta anni. Sono per certi versi un “nativo naturale”: chi lavora in campagna puntando al minor impatto ambientale e in cantina giocandosi la partita con zolfo e ben poco d’altro merita rispetto perché necessita di competenza, cuore e coraggio in parti uguali. Di produttori che si muovono in questo orizzonte – e questo intendiamo con “produttori di vino naturale” – ce ne sono sempre di più e in ogni parte d’Italia producono spesso meraviglie. Il fiume in piena è inarrestabile ma c’è un però e un episodio lo fotografa esattamente.

 

Siamo a fine 2011, Natural European Wines (evento VinNatur) a Zurigo. Conosco un enologo di fama e con lui mi avvicino ai banchetti. Di fronte a un simpaticissimo e umile produttore pugliese, dopo aver apprezzato un paio di etichette, l’enologo sentenzia: “Qui c’è del brett, non va bene, stacci attento”.

Sono passati quattro anni e quell’enologo, Franco Giacosa, è uno dei miei punti di riferimento in materia: la sua storia, bellissima, parla chiaro. Novello San Paolo, il fu direttore tecnico per oltre un decennio di Casa Vinicola Zonin diventa consulente di VinNatur: gli uomini crescono e non finiscono mai di imparare. Il momento in cui Angiolino Maule incontra Franco Giacosa è il punto di non-ritorno, la congiunzione astrale perfetta che rende il vino naturale così appassionante. Qui nascono nuove grammatiche e nuovi canoni estetici, molto del gusto cristallizzato viene rimesso in discussione. L’approccio di Giacosa – tecnico puntuale ma cordiale, umano e profondamente appassionato – alla problematicità del vino cosiddetto naturale mi piace e lo sposo.

 

Cosa non mi piace del vino naturale? Quando la grammatica riveduta e corretta diventa assenza di grammatica, quando l’assenza di oggettività diventa magnificazione acritica di qualsiasi soggettività, quando il non saper fare diventa affermazione compiaciuta di naturalezza. La deriva peggiore è poi quella di chi colloca la naturalità (100% uva e basta) su un piedistallo – per cui il convenzionale o poco naturale è un senza-dio – più esclusivo che inclusivo, perfettamente assimilabile ai tratti che il Emile Durkheim individua studiando la sociologia delle religioni: distinzione sacro/profano e ritualismo condiviso (si frequentano solo certe fiere, si bevono solo certi vini) puntano ad individuare una comunità di riferimento ben definita, nouvelle vague di happy few.

 

E questo, con la socialità del pane e salame, c’entra ben poco.

 

[Foto: Lido Vannucchi]