Approfondimento sulla viticoltura sostenibile ed il biologico.

Breve intervista a Ruggero Mazzilli, in approfondimento alla presentazione del suo progetto di viticoltura sostenibile su questo sito qualche settimana fa, “Il Ruggero-pensiero”

Quesiti tra riscoperta del passato e voglia di un futuro migliore, a cui Ruggero risponde con la solita ironia tagliente, che dice e non dice.

Spero che qualche link agli argomenti trattati possa rendere comprensibile l’importante e vasto argomento.

Credi che ci siano ancora quei vecchi vignaioli che ti hanno insegnato il mestiere quando eri un giovane neo-laureato? C’è ancora quel contadino oggi?

Non credo che in passato le persone fossero migliori di oggi ma avevamo meno tentazioni e distrazioni, fare il vignaiolo voleva dire stare nei vigneti e il lavoro nei vigneti doveva dare da vivere (cosa scontatissima ma oggi si sentono tanto le solite storielle); a me quegli “arzadù” hanno regalato la fortuna di crescere lentamente, lontano dal rimbambirmi con le logiche di un veloce profitto senza rispetto, ma per fare le cose con cura. Ci sono ancora persone così, magari non tante ma qualcuna è riuscita a mantenere viva l’artigianalità e la passione nel lavoro attraverso figli e nipoti: io ho 50 anni ma è come se avessi vissuto 80 anni fa (in riferimento a cosa ho visto in gioventù, soprattutto in zone enologicamente meno acclamate)ed a me sembra che questo mi abbia fatto bene.

Fare una tesi sul biologico nei primi anni Ottanta credo sia stato coraggioso. Che rapporto c’era allora e com’è oggi con l’impresa privata e l’università pubblica?

In quegli anni non è che frequentassi delgi imprenditori, percui non ti so dire. Di certo la maggior parte di loro, così come oggi (il biologico ha comunque una percentuale bassa del mercato),non avevano molto interesse per l’argomento.

A parte qualche articolo denigratorio che ogni tanto pubblicavano vignevini o l’informatore agrario contro il bio, poco se ne parlava, e i sostenitori stessi del biologico erano talmente arrabbiati che non cercavano il confronto.

Le università allora, così come oggi, vanno dove li porta il business scientifico: a prendere la strada buona non sono molti ma di valore.

Cosa ne pensi quindi della moda degli ultimi anni, parlare di biologico ed ecosostenibilità?

Se oggi di sostenibilità se ne parla troppo e a vanvera è soprattutto per interesse economico, ma la cosa buona è che la richiesta viene dalla base, ad esempio da consumatori e cittadini che, per quanto spesso ingenui e superficiali, possono veramente condizionare il mercato e le scelte aziendali. Questo porta ad accreditare sempre di più chi lo fa perchè ci crede e non chi lo fa perchè “tira”.

In fondo l’importante è che si faccia, ed è l’unico modo affinchè col tempo qualcuno in più capisca anche le ragioni di una scelta bio o sostenibile.

Cosa mi dici a riguardo delle certificazioni e dei certificatori? Hanno valore? Il consumatore si può fidare?

Si potrebbe dire “pùtost che nent l’è mei pùtost”, ma chi certifica il certificatore? Sinceramente non credo che questa banda di fannulloni (cito un amico produttore) sia indispensabile, basterebbe togliere dal mercato tutti i veleni e non ci sarebbe più bisogno di controlli!

Ma non tutto ciò che è naturale è anche buono e bio, come il terremoto anche il piretro e il rotenone sono naturali ma non bio (e comunque non servono).
Io porterei le cose all’estremo, piantando vigna solo dove si può coltivare senza veleni! Per stare coi piedi per terra la via mediana è sempre quella giusta, per cui: facciamo pure i controlli ma non sulle fatture di acquisto, bensì sui terreni, sulle foglie, sull’uva e sul vino in azienda e senza prendere appuntamento.

Sarà possibile liberarsi del tutto dalle sostanze chimiche nel vigneto, anche rame e zolfo?

Insieme all’associazione VinNatur siamo all’avanguardia con la sperimentazione sull’uso di induttori di resistenza e di varie sostanze vegetali attive di difesa; queste possono dare risultati molto buoni solo se inserite in una gestione agronomica a bassa suscettibilità, dal suolo alle piante. La somma di tanti piccoli particolari nell’insieme fa una grossa differenza, non esistono sostanze miracolose e il problema reale è la cattiva eredità del passato.
La ricerca scientifica potrebbe fare passi da gigante se vietassero le molecole di sintesi, ma non si può brevettare un estratto vegetale (e torniamo al business).

Come dovrebbe essere fatto a tuo avviso un vino per essere definito naturale? Parlo di fermentazione, vinificazione ed affinamento.

Non mi occupo professionlmente di vinificazione, l’ho fatto in passato quando con pochi mezzi e poche ambizioni si faceva il buon vino del bravo contadino: allora esistevano solo due tipi di vino, quello da vendere in damigiana e quello da vendere in bottiglia (anzi ce n’era anche un terzo, il vinello per autoconsumo).

Mi piaceva tanto anche farlo il vino e un giorno voglio tornare a farlo, ma solo per bermelo con gli amici, come prova d’affetto.

Come definizione di vino naturale mi sembra chiara e completa quella sul tuo sito.

Approfondimento sulla viticoltura sostenibile ed il biologico.

Breve intervista a Ruggero Mazzilli, in approfondimento alla presentazione del suo progetto di viticoltura sostenibile su questo sito qualche settimana fa, “Il Ruggero-pensiero”

Quesiti tra riscoperta del passato e voglia di un futuro migliore, a cui Ruggero risponde con la solita ironia tagliente, che dice e non dice.

Spero che qualche link agli argomenti trattati possa rendere comprensibile l’importante e vasto argomento.

Credi che ci siano ancora quei vecchi vignaioli che ti hanno insegnato il mestiere quando eri un giovane neo-laureato? C’è ancora quel contadino oggi?

Non credo che in passato le persone fossero migliori di oggi ma avevamo meno tentazioni e distrazioni, fare il vignaiolo voleva dire stare nei vigneti e il lavoro nei vigneti doveva dare da vivere (cosa scontatissima ma oggi si sentono tanto le solite storielle); a me quegli “arzadù” hanno regalato la fortuna di crescere lentamente, lontano dal rimbambirmi con le logiche di un veloce profitto senza rispetto, ma per fare le cose con cura. Ci sono ancora persone così, magari non tante ma qualcuna è riuscita a mantenere viva l’artigianalità e la passione nel lavoro attraverso figli e nipoti: io ho 50 anni ma è come se avessi vissuto 80 anni fa (in riferimento a cosa ho visto in gioventù, soprattutto in zone enologicamente meno acclamate)ed a me sembra che questo mi abbia fatto bene.

Fare una tesi sul biologico nei primi anni Ottanta credo sia stato coraggioso. Che rapporto c’era allora e com’è oggi con l’impresa privata e l’università pubblica?

In quegli anni non è che frequentassi delgi imprenditori, percui non ti so dire. Di certo la maggior parte di loro, così come oggi (il biologico ha comunque una percentuale bassa del mercato),non avevano molto interesse per l’argomento.

A parte qualche articolo denigratorio che ogni tanto pubblicavano vignevini o l’informatore agrario contro il bio, poco se ne parlava, e i sostenitori stessi del biologico erano talmente arrabbiati che non cercavano il confronto.

Le università allora, così come oggi, vanno dove li porta il business scientifico: a prendere la strada buona non sono molti ma di valore.

Cosa ne pensi quindi della moda degli ultimi anni, parlare di biologico ed ecosostenibilità?

Se oggi di sostenibilità se ne parla troppo e a vanvera è soprattutto per interesse economico, ma la cosa buona è che la richiesta viene dalla base, ad esempio da consumatori e cittadini che, per quanto spesso ingenui e superficiali, possono veramente condizionare il mercato e le scelte aziendali. Questo porta ad accreditare sempre di più chi lo fa perchè ci crede e non chi lo fa perchè “tira”.

In fondo l’importante è che si faccia, ed è l’unico modo affinchè col tempo qualcuno in più capisca anche le ragioni di una scelta bio o sostenibile.

Cosa mi dici a riguardo delle certificazioni e dei certificatori? Hanno valore? Il consumatore si può fidare?

Si potrebbe dire “pùtost che nent l’è mei pùtost”, ma chi certifica il certificatore? Sinceramente non credo che questa banda di fannulloni (cito un amico produttore) sia indispensabile, basterebbe togliere dal mercato tutti i veleni e non ci sarebbe più bisogno di controlli!

Ma non tutto ciò che è naturale è anche buono e bio, come il terremoto anche il piretro e il rotenone sono naturali ma non bio (e comunque non servono).
Io porterei le cose all’estremo, piantando vigna solo dove si può coltivare senza veleni! Per stare coi piedi per terra la via mediana è sempre quella giusta, per cui: facciamo pure i controlli ma non sulle fatture di acquisto, bensì sui terreni, sulle foglie, sull’uva e sul vino in azienda e senza prendere appuntamento.

Sarà possibile liberarsi del tutto dalle sostanze chimiche nel vigneto, anche rame e zolfo?

Insieme all’associazione VinNatur siamo all’avanguardia con la sperimentazione sull’uso di induttori di resistenza e di varie sostanze vegetali attive di difesa; queste possono dare risultati molto buoni solo se inserite in una gestione agronomica a bassa suscettibilità, dal suolo alle piante. La somma di tanti piccoli particolari nell’insieme fa una grossa differenza, non esistono sostanze miracolose e il problema reale è la cattiva eredità del passato.
La ricerca scientifica potrebbe fare passi da gigante se vietassero le molecole di sintesi, ma non si può brevettare un estratto vegetale (e torniamo al business).

Come dovrebbe essere fatto a tuo avviso un vino per essere definito naturale? Parlo di fermentazione, vinificazione ed affinamento.

Non mi occupo professionlmente di vinificazione, l’ho fatto in passato quando con pochi mezzi e poche ambizioni si faceva il buon vino del bravo contadino: allora esistevano solo due tipi di vino, quello da vendere in damigiana e quello da vendere in bottiglia (anzi ce n’era anche un terzo, il vinello per autoconsumo).

Mi piaceva tanto anche farlo il vino e un giorno voglio tornare a farlo, ma solo per bermelo con gli amici, come prova d’affetto.

Come definizione di vino naturale mi sembra chiara e completa quella sul tuo sito.