Settembre è il mese dei nuovi inizi e noi siamo pronti e molto felici di presentarvi questa nuova azienda: Domainde de la Courbissac.

Siamo nella regione del Languedoc, nell’appellazione Minervois, a sud-ovest della Francia verso la Spagna, con vigneti che vanno da 250 a 450 metri sul livello del mare, Domaine de la Courbissac beneficia della sua posizione vicino a La Montagne Noire, con il bordo meridionale accanto al Massiccio Centrale e il confine delle Cévennes. Il confine occidentale della Linguadoca, il Minervois ha un clima decisamente mediterraneo: mentre la stagione estiva si presenta calda e secca (come attestano i letti dei fiumi locali larghi, rocciosi e aridi) gli inverni in genere portano abbondanti precipitazioni per ricaricare i terreni di acqua e sostenere le viti durante la stagione di crescita. Le temperature diurne in estate sono moderate dall’influenza delle montagne, con il costante soffiare dei venti che consentendo alle uve di raggiungere la maturazione in sincronia con la loro maturità fisiologica. Ciò consente non solo la freschezza e l’equilibrio, ma rende possibili fermentazioni a grappolo intero. Il terreno principale della regione è il calcare argilloso con fasce di ghiaia e terra arenaria. I terreni argillosi più pesanti sono perfetti per la crescita di varietà come Grenache, Mourvedre e Carignan, mentre i terreni rocciosi più chiari e arenosi sono perfetti per produrre Syrah dai toni alti e vivaci: un luogo magico dove si intrecciano storie di vigna, vino e di uomini. E donne. Anzi una donna.

 

Siamo a Genova, al salone dei vini naturali Vinnatur, che si svolge ogni due anni, e mi avvicino ai vari banchetti per cercare nuovi assaggi: noto questa ragazza alta e bruna con gli occhiali rotondi e particolari, i folti capelli corvini legati in una treccia morbida portata su una spalla e in camicia di jeans, che serve e parla ovviamente di vino; mi avvicino e assaggio il suo bianco e le emozioni sono molto travolgenti:  intensità e colore per un’assaggio veramente emozionale, non si tratta dei soliti “orange wines”, ma qualcosa di più. La freschezza fa da padrone e dove ci si aspetterebbe calore e tannino (vista la zona di provenienza e la tipologia di vino) troviamo invece morbidezza, frutto e profumi. Lei, Brunnhilde Claux, si accorge dei miei commenti con Francesco e finisce per rivolgersi a noi in un perfetto italiano con quell’accento un po’ francese che risulta davvero simpatico, e ci racconta della sua avventura a Courbissac e di come ha deciso di tramutare in realtà un sogno.

“Come mai parli italiano?” le chiedo come da manuale, ci risponde che ha studiato all’università di Pisa e che ha provato a fare mille lavoretti in Italia, prima di trovare la propria strada nel mondo del vino. E’ attiva, dinamica, sa quello che vuole e fa dei bellissimi vini. Una gran donna!

Reinhard e Brunnhilde

La storia dell’azienda inizia nel 2002 quando Reinhard Brundig, infaticabile ambasciatore della settima arte, si innamora di questa terra per tre principali motivi: vitigni consolidati e ben curati, complessità dei terreni e il perfetto posizionamento geografico con la vicinanza a La Montagne Noire.

Courbissac però oltre alle grandi aspettative si rivela come un bellissimo cavallo di razza, maestoso ma difficilmente addomesticabile e, dopo aver compreso di aver bisogno di una buona dose di gentilezza e personalità, Reinhard incontra Brunnhilde, classe 1984, con un curriculum da paura: ha lavorato e collaborato per quasi 8 anni presso Domaine Gauby, un’altro grande personaggio del mondo del vino naturale, e poi ha continuato in Spagna nel Priorat presso Terroir al Limit, fino all’incontro con il regista; innamorata di questa terra ha deciso di innalzarne il valore e accettare la sfida per sovvertire i luoghi comuni che ne derivano: vini del sud della Francia quindi calore e alcolicità, come donne dai fianchi morbidi. No. Altra storia qui con Courbissac, freschezze, uva e territorio.In una semplice parola: da stappare!

  

 

Con Brunnhilde l’intesa è stata immediata e la volontà di collaborare assieme è stata una scelta avvenuta in modo spontaneo, davvero ammirevole la sua forza di volontà e la capacità di trasformare tramite la macerazione a grappolo intero tutta questa soavità, senza che siano presenti forzature di tannini verdi o sgarbati o troppa alcolicità.

I vini che producono sono due vini base più semplici Les Traverses Rouge con Grenache, Sirah e Mourvedre e Les Traverses Blanc con Terret Gris e Lìstan, il loro magico L’Orange con uve Marsanne, Muscat e Grenache Gris, poi una selezione monovarietale di Cinsault che porta il nome di Farradjales (che significa ” terre ricche” in arabo), ed un Cru da un vigneto con viti vecchie di 40 anni Roc Du Piere.

  

Non potete capire la soddisfazione e l’orgoglio che abbiamo per questa nuovo magico inizio di collaborazione!

Brava Brunnhilde continua cosi’!!

 

Vi lasciamo un video di presentazione dell’azienda:

 

 

 

Ecco qua per voi i video del nostro Natural Wine Challenge, i dibattiti e quello che e’ stato vissuto lunedi 15 gennaio a Milano.

Come primo video vi lasciamo alcuni istanti di questo fantastico evento, l’atmosfera che si respirava e la prima parte di convegno dove ci parla il produttore Angiolino Maule:

 

Nella secondo video la parola passa a Lorenzo Rondinelli, dove ci racconta la sua esperienza e i suoi consigli, e poi Mads Kleppe, head-sommelier del Ristorante Noma di Copenhagen, dove abbiamo degustato assieme 4 vini scelti dallo stesso Mads e affrontato i temi principali sul vino Naturale, il modo di presentarlo alla clientela e il suo utilizzo in ristoranti famosi come il Noma:

 

Terza parte del convegno:

Infine vi lasciamo l’intervista faccia a faccia con Gianpaolo Giacobbo e Mads Kleppe, dove hanno chiaccherato e divagato di vino naturale, di prodottori, di vita, e persino di Punk Rock!

Mads inoltre risponde alla nostra famosa domanda:” che cos’e’ per te il vino naturale?” raccontandoci il suo punto di vista.

Buona Visione!

Buon 2018! Vi auguriamo un anno prosperoso di felicità e buone cose ma soprattutto di poter stappare e gustare tanti buoni vini naturali!

A tal proposito abbiamo pensato a voi e, dopo una attenta e lunga ricerca, abbiamo inserito due nuove aziende alla nostra selezione, che abbiamo corteggiato e studiato per più di un anno:

 

 

 

Due nuove realtà piene di ambizioni ed energie positive in questo mondo di vignaioli naturali, che hanno sposato la causa del rispetto per l’ambiente e della salute della terra, oltre ovviamente della nostra, e che faranno gioire i nostri palati!

Piero Riccardi e il suo Cesanese

 

Cantine Riccardi Reale nasce dall’unione di Lorella e di Piero che si son conosciuti lavorando per il mondo televisivo e hanno scoperto di avere in comune una grande passione per la terra e la vite. Si son rimessi in gioco lavorando i terreni di proprietà della famiglia di Piero ad Olevano Romano, mettendo a frutto il vitigno autoctono più suggestivo del Lazio, il Cesanese di Affile: esattamente nella zona di Colle Pazzo, 300 mt sul livello del mare. All’interno di ogni singolo vigneto esistono due tipologie di terreno, uno di natura vulcanica di colore rossastro, l’altro invece composto da arenarie emerse nel Cretaceo, di colore più chiaro, chiamate per l’appunto terre bianche.

Le uve vengono raccolte  a mano e suddivise per zone, e al termine di ogni affinamento sono messi in  bottiglia tre diversi tipi di Cesanese che si chiamano rispettivamente Collepazzo (il blend dei due terreni) e gli altri due che sono il risultato della distinzione delle uve coltivate nelle ” terre bianche ” di origine arenaria, il Calitro, mentre dalle ” terre rosse ” nasce il Neccio.

Producono anche un rosato, sempre con il Cesanese, il Tucuca, ed usciranno a breve con il loro primo bianco a base di Malvasia Puntinata con un poco di Riesling renano, chiamato Emotiq.

Lorella e Piero praticano la biodinamica ed il metodo di coltura biologica ma senza dimenticarsi di studiare e intuire strade più efficaci per ottenere vini espressivi e naturali, contraddistinti da un’ottima finezza ed eleganza, rare su vitigni a bacca rossa, con un’ottima profondità e lunghezza in bocca.

Lorella e Piero di Cantine Riccardi-Reale

 

Scendendo poi su una delle nostre isole preferite in Sicilia, ai piedi delle pendici dell’Etna abbiamo conosciuto due giovani promesse del vino naturale: Giuseppe e Valeria di Vini Scirto.

Valeria e Giuseppe di Vini Scirto

Giuseppe in vendemmia

Sono una coppia di giovani innamorati della propria terra che hanno deciso di continuare a far vivere la storia vinicola del nonno di Giuseppe, a Castiglione di Sicilia, sulle pendici nord dell’Etna.

Dal nonno hanno imparato come si coltiva la terra e i nomi delle loro etichette sono un omaggio alla sua vita e agli insegnamenti lasciati:

A Culonna è il nome del loro vino rosso fatto da uve Nerello Mascalese e Nerello Capuccio che ricorda il centro nevralgico della vita del loro piccolo paesello, mentre il nome del vino bianco  con uve Carricante, Catarratto, Minnella e Grecanico è Don Pippinu, il soprannome del nonno.

Giuseppe zappa la vigna

“Li ho bevuti. E nel calice ho sentito i profumi intensi di una storia vera; ho visto i colori di una vita semplice, ho percepito la longevità di una cultura tramandata attraverso i gesti”, racconta Valeria, che adesso è accanto al suo Giuseppe, ed insieme lavorano vigne di oltre 80 anni coltivate ad alberello e suddivise in piccoli appezzamenti sparsi fra Passopisciaro e Randazzo.

Sperano di vendere tutto il vino Giuseppe e Valeria, perché non sopportano di vedere vigne abbandonate e non gestite, preferirebbero poterle comprare, “perché sennò è peccato”, ci raccontano.

 

Siamo orgogliosi di queste nuove collaborazioni e di poterle condividere con voi.

E come sempre, speriamo che le nostre sensazioni siano veritiere e che diventino due realtà di riferimento per la loro zona: i loro vini sono precisi e di carattere, e di certo negli anni verranno riconosciuti tali.

 

 

Siamo stati un po’ latitanti ma adesso siamo pronti per nuovi viaggi e nuovi produttori! E quindi iniziamo certamente, portandovi con noi in Francia, nella regione dello Jura, ed in particolare nei terreni dell’azienda Overnoy, ad Orbagna, un piccolo paesino tra le dolci colline della regione.

Lo Jura è una piccola porzione di terra, situata tra la Svizzera e la Borgogna, zona molto importante a livello vinicolo, la maggior parte dei contadini qui vivono non solo di vino ma lavorano la terra per frutta e verdura e l’allevamento del bestiame, in particolare delle mucche da latte, grazie alle quali viene prodotto il Comtè, famoso e tipico, formaggio a pasta filata (io personalmente ne vado veramente pazza!).

L’azienda è a conduzione familiare composta principalmete da padre e figlio, Jean-Luis e Guillame, 25 anni, che ha dato una sferzata decisa e convinta verso la naturalità negli ultimi quattro anni.

Cercavamo da tempo un’azienda di questa regione, ma nessuna che fosse “inedita” in Italia aveva le caratteristiche che cercavamo: noi amiamo lo Jura perchè ci affascinano da sempre i loro bianchi ossidativi, prodotti con la voilè a protezione delle barriques lasciate scolme, difficili da produrre e assai rari quelli ben fatti, sono vini austeri e particolari, con delle spiccate acidità, profumi ricchissimi che cambiano di continuo nel bicchiere, salinità e lunghezza incredibile in bocca.

Per i veri amanti dei bianchi, delle perle rare, che culminano nel mitico Vin Jeaune, il vino giallo, a cui dedicheremo un articolo specifico a breve.

 

Li abbiamo conosciuti grazie ad un nostro amico vigneron dello Jura, Julien Labet, che ce ne ha parlato durante l’ultima Villa Favorita, e gliene siamo grati!

 

Jean-Louis Overnoy ha assunto le redini della fattoria di famiglia a policoltura agricola nel 1982 e si è specializzato nella coltivazione della vigna. Inizialmente ha piantato poche vigne per poi avventurarsi sempre più nella loro coltivazione, che adesso conta 5,5 ettari di proprietà. Nel 2013 arriva il figlio, Guillame, fresco di scuola e di idee, convertendo l’intera azienda al biologico e alla lavorazione non-interventista.

I vitigni sono quelli tipici di zona: Chardonnay, Savagnin, Pinot noir, Poulsard e Trosseau, disposti tra il comune di Orbagna e Cesancey.

 

Guillame ci spiega il lavoro in vigna

 

Siamo molto felici di questa nuova acquisizione in”famiglia” per un’azienda che ha molto da dire ora ed in futuro, vista la giovane età di Guillame, ma che indubbiamente ha già alle proprie spalle una buona fetta di storia, dettata sia dalla zona che dalla loro famiglia.

 

Non ci resta, come sempre, che stappare… 🙂

 

Pinot Noir

 

 

Spremuta di more, sangue di viole. Un rosso scorrevole ma non privo di carattere, che parte prima morbido poi si fa più astringente, leggermente tannico. La valida alternativa al cabernet veneto sequenziale.
Ci ricorda quello di un altro grande: il Rosso Casa Belfi vinificato in anfora: più speziato quello, più floreale questo, ma entrambi vivi, freschi e sinceri. Sinceri nell’esprimere la loro personalità, la loro vera natura che a noi piace, oh se ci piace!
Se da una parte pensi di aver trovato un valido alleato, un partner compiacente, un amico docile, quando meno te l’aspetti il Cabernere esteriora il suo carattere più vibrante e ribelle. Chi l’ha detto che il rosso vuole sempre e solo l’inverno?! Questo è un nettare vivo che sa di primavera.
Un figlio dei fiori sfuggito all’omologazione stereotipata del suo stesso movimento da una parte e dall’industrializzazione del gusto dall’altra! Insomma la morale alla fine è: non serve spremersi poi tanto le meningi – come indica l’etichetta – per capire che un altro vino è possibile, non serve farlo per trovare una soluzione più sostenibile e salutare alla viticultura convenzionale.

 

Cabernere Il Moralizzatore

 

Per questo rosso proviamo un abbinamento “classico” ed uno più insolito. Pollo alla cacciatora, carne bianca condita con carota, sedano e cipolla stufate, uno spolvero di sugo di pomodoro e una sfumata di vino bianco a metà cottura. La tannicità del vino va a pulire l’untuosità del piatto condito, i suoi aromi ben supportano e impreziosiscono quelli del piatto ma la beva vivace e selvaggia sovrasta la delicatezza della carne.

L’altro abbinamento è con il cassoulet, specialità regionale del Languedoc, a base di fagioli bianchi e di un misto di carne d’oca o maiale o agnello, generoso, invitante, ancora più godevole se ben unto. Tuttavia il meglio di sé lo da dopo dieci minuti di gratinata in forno. Il piatto deve il suo nome alla casseruola in terracotta smaltata, caratteristica per la preparazione dello stesso. Scusate per la rapida gita fuori porta, ma tutti questi vitigni francofoni ce lo chiedevano.

L’azienda – Il Moralizzatore – coltiva i suoi vigneti su terreni di impasto misto, in prevalenza vulcanico-basaltici, alcuni dei quali presso i dolci declivi che precedono la parte montuosa della provincia vicentina. La tecnica adottata per la cura delle viti e dell’uva e quella naturale-biodinamica: in prevalenza inerbimento perenne e sovesci, preparati 500 e 501, rispetto per l’entomofauna.
In cantina il discorso è il medesimo e segue la filosofia secondo la quale l’uomo dovrebbe intervenire il meno possibile, a patto che le uve siano sane ed energiche, cosa che riesce ad ottenere con una selezione meticolosa delle uve.
La base è Cabernet Sauvignon al 70%. Concorre poi una parte di Merlot al 20% e un 10% di Pinot Nero. Solo acciaio per un anno, dopodiché via in bottiglia, senza solfiti aggiunti e senza chiarifiche.

 

Disponibile su tannico.it !

 

Aligotè Borgogna Aligator

L’Aligoté è un vitigno. Punto. Con i suoi pregi e con i suoi limiti.
La fama da vitigno sfigatello che gli si vuole attribuire è frutto di una ignorante dottrina che aleggia nei corsi dei maggiori enti formatori di sommelier, la quale a sua volta nasce dall’imposizione e dall’accettazione di una conformità di gusto per i vini e le etichette più blasonate e standardizzate a base di Chardonnay, il quale ha di conseguenza confinato la coltivazione di questo vitigno agli appezzamenti meno vocati. Un po’ quello che accade per molti vitigni autoctoni piemontesi che crescono all’ombra del Nebbiolo. O quel che avviene nel veneto orientale per verdisio, bianchetta e affini. Tutti ammutoliti – non per loro volere – alla dilagante richiesta del Prosecco, senza magari sapere che il vitigno di provenienza è la Glera.

Insomma, vitigni minori verrebbe da dire. Definizione che potremmo accettare considerate le contenute sfaccettature del suddetto. Ma che accetteremo ancora più volentieri se non attribuissimo una connotazione negativa a carenza di struttura e complessità e li considerassimo semplicemente tratti distintivi del vitigno. Insomma, l’Aligoté è l’Aligoté. Piaccia o non piaccia. Ma questa è un’altra storia.

Scriviamo ciò quando nel bicchiere versiamo un Aligoté Borgogna 2014. Un vino semplice, che esprime maggiormente le sue componenti terrene in termini di sapidità, mineralità. Non ci si trovano le grasse e opulenti note dello Chardonnay di Borgogna, ne le passeggiate in riva al mare che lo Chablis sa evocare. Tuttavia al naso spiccano le note gessose, minerali e sapide marine seppur contenute, più una nota leggermente lattica.

In bocca è scorrevole ma dissetante. Prevale il sapido e l’acido. Decisamente un vino estivo che arriva a 2 anni e mezzo dall’imbottigliamento con una componente acida ancora ben delineata. Da abbinare a pesce crudo, tagliolini alle seppie ma non alla veneziana, non con il nero per intendersi. Primi piatti poco strutturati, dalle complessità e intensità aromatiche contenute.

Ci siamo sbilanciati a provarlo su della pasta al farro condita con pesto alla genovese e se sul piano aromatico effettivamente un po’ accusava il colpo, su quello della consistenza sapeva reggere, seppur nel finale tendeva a scomparire. Le note sapide e acide non cozzavano contro quelle vegetali del basilico ma il tutto si armonizzava aggiungendo al piatto una verve più fresca e accattivante.

L’aligator” di Domaine des Rouges Queues è un Vin de Bourgogne, 100% Aligoté come avrete capito. Nasce da un piccolo vigneto caratterizzato dal terreno sabbioso. Viene vinificato in bianco a seguito della vendemmia manuale. Domaine des Rouges Queues è collocata nella famosa Côte d’Or, Borgogna, in un piccolo villaggio di appena 170 abitanti, chiamato Sampigny les Maranges, nella valle Maranges. L’azienda ha iniziato la sua attività nel 1998 con un solo acro di Maranges rouge sino a produrre negli ultimi anni Hautes Cotes De Beaune Rouge, Hautes Cotes De Beaune Blanc, Santenay Rouge, Maranges Rouge, Maranges Blanc, Bourgogne Rouge, ed il nostro Aligoté. Insomma un po’ tutto quello che prevede l’appelation. Dal 2008 l’azienda è in conversione biologica e fa ormai ampio uso di metodi biodinamici.

Aligotè Borgogna Aligator

Lo trovate in vendita on-line su tannico.it

Vendemmia tra i fiori nella Domaine.

Ruggero Mazzilli è un agronomo piemontese, specializzato in viticoltura, che fin dagli anni Ottanta si è impegnato per diffondere la cultura del biologico; da anni lavora in Toscana e vive a Gaiole in Chianti.

Nel 2007 ha fondato la Stazione Sperimentale per la Viticoltura Sostenibile, attraverso la quale, oltre alle consulenze, ha portato avanti numerose ricerche scientifiche.

Per noi oltre che agronomo, è anche un po’ filosofo: i suoi motti che spesso ripete sono il  “non fare” , ovvero portare il sistema vigneto ad autoregolarsi ed insegnare al vignaiolo a non-fare gli errori che l’agronomia tradizionale ha perpetrato per anni, e renderla “facile e felice”.

Altro concetto, ripreso anche in un video da noi girato qualche anno fa, è che “L’agricoltura è un atto privato in luogo pubblico” e che quindi, per essere eticamente corretta con le altre persone e con l’ambiente, dovrebbe essere tutta bio.

Di seguito il suo breve scritto, che finirà poi nel nostro Catalogo 2017:

 

Non so se naturale sia l’aggettivo giusto ma non lo si può fare se prima non si sa fare bene agricoltura.

E fare bene agricoltura significa capire che la natura è più grande di noi (molto!) e non si può pretendere di dominarla. La natura è sempre stata e sempre sarà rotonda (sistema complesso e dinamico in evoluzione), mentre l’agricoltura moderna è sempre più quadrata e troppo sicura di sé, ossessionata dalla presunzione di applicare metodi rigidi risolutivi (bio o non bio), per questo alla lunga non può funzionare.

 

Oggi c’è una fortissima consapevolezza ambientale che ha condizionato il mercato, che ormai ha deciso: il futuro sarà bio!

La vera questione da risolvere non è bio vs. non-bio, ma agricoltura vs. agroindustria.

 

È quindi necessario pianificare gli investimenti imprenditoriali, che non devono essere guidati da mezzi esterni (tecnologici, genetici, chimici), ma dalla consapevolezza delle risorse naturali su cui si lavora (geopedologia, climatologia, fisiologia vegetale, epidemiologia …), altrimenti il guaio non sarà solo l’inquinamento e/o il peggioramento della qualità ma anche la delocalizzazione e l’allontanamento degli agricoltori dai campi.

 

Un grande vino esprime sempre una forte connotazione territoriale e non esiste tecnologia, nè strumento scientifico capace di esaltare la territorialità. Per fare un grande vino territoriale non c’è bisogno di fare qualcosa in più ma qualcosa in meno, i grandi vignaioli insegnano che per fare cose grandi bisogna sentirsi piccoli di fronte alla natura.

Il naturale non si può spiegare con un codice. La conoscenza è tutto e deve servire a rendere più stabile il vigneto per avere, con continuità, il miglior risultato col minimo sforzo: il vigneto migliore è quello dove si lavora meno perchè c’è meno bisogno, il bravo vignaiolo (usando più testa che muscoli) ha saputo capire e gestire in modo differente l’equilibrio di suoli e piante potenziandone le resistenze spontanee e di conseguenza l’espressione dei caratteri indigeni.

Per questo la viticoltura naturale (oltre che una grande opportunità per crescere) rappresenta la massima espressione della viticoltura territoriale.

 

Per contrastare la paura di cambiare credo sia necessario lasciare più spazio ai giovani che, solitamente, hanno più sogni che dispiaceri. Per questo auguro a tutti di rimanere per sempre giovani!

 

 

Vi riproponiamo il video-manifesto:

 

 

 

Sassaia: una serata

23 Giugno 2016

 

Luogo: Ristorante Il Pesciolino

La cena con degustazione alla cieca di 8 vini de La Biancara

Antipasto il nostro cappon magro composto da stoccafisso mantecato alla vicentina, muscoli, vongole, gambero al vapore, verdure e salsa verde.

Il Primo: Tagliolini fatti in casa con seppia zucchine e il loro fiore.

Il Secondo: Ombrina al forno con verdure e pesto di olive taggiasche.

 

Ospiti: l’oste Ernesto del Bar la Pausa, Pier del Caffe’ Il Barbarossa, Romeo sommelier del Pesciolino, Marco della rosticceria Sartore e altri amici fans di Maule e di Arkè, in totale 8 persone.

Qui di seguito le colorite impressioni di un nostro collaboratore genovese, Christian:

 

la cosa che ha impressionato tutti è stata non aver trovato un solo campione “vecchio”, ma ancora tanta tensione e vitalità soprattutto in qualche annata.

Il filo conduttore siamo arrivati alla conclusione essere la ormai famosa mineralità, ma mi sa che qua c’è davvero.

Partenza…

2002 tutti l’abbiamo azzeccato, naso con tanta frutta, anche tropicale, bocca piena magari non lunghissimo ma incredibile comunque, che poi uno mica può pretedendere tutto!

2006 io l’ho azzeccato subito, l’avevo bevuto pochi giorni prima e vi dico solo “stile lambic”, fantastico, eterno.

2007 nota iniziale con una breve CO2 briosa ed intrigante, che sballo! Poi si ricompone, tanta polpa ma anche tanta freschezza. Bevibilità elevata.

2009 forse il più minerale, ed infatti accompagnava benissimo i piatti di pesce che contornavano la serata.

2010 più tranquillo e pacato, ci aspettavamo qualche difetto dovuto all’annata, ma non siamo riusciti ad individuarlo. Bello anche lui.

2011 forse il naso meno complesso, equilibrato in bocca.

Avevamo anche una bottiglia di Pico 99, tappo inzuppato, quindi un po’ la bottiglia sfortunata…peccato ma ci sta.

Meno male che il Sosan 13 con un filetto di ombrina ci ha rimesso apposto, 15 gradi … e non sentirli, che grinta!!

Per terminare dopo un meraviglioso sorbetto, brindisi con una lacrima di recioto 02, mamma mia c’era di tutto! TUTTI IMPAZZITI!

 

Gran bell’onore per noi, e bella serata per loro!

Qui qualche foto:

 

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Ormai ci siamo: dal prossimo fine settimana inizia la più importante fiera vinicola italiana, il Vinitaly, e i due saloni di vini naturali fuori Verona: Villa Favorita di VinNatur e Cerea di ViniVeri.

Saranno giorni ricchi di profumi e chiacchere, degustazioni ed incontri tra persone di tutto il mondo, imperdibile per operatori ed appassionati di vino.

Quasi tutti i nostri vignaioli aderiscono a VinNatur, che aprirà le porte di Villa Favorita sabato 9 aprile e continuerà per tutta domenica 10 e lunedi 11: presenti 150 produttori europei.

Abbiamo pensato di rendervi la vita più facile creando una mappa apposita per chiunque voglia facilmente districarsi tra i grovigli di bicchieri e sentori, in modo da trovare facilmente i nostri vignaioli. Potete scaricarla da qui.

 

Ci saranno poi anche due produttori che saranno presenti al Vinitaly, ovvero Erbaluna dal Piemonte e Poderi Sanguineto dalla Toscana, le loro postazioni saranno le seguenti:

Erbaluna – Pad. 9  Stand D17- Piemonte

Poderi Sanguineto – Pad. 9 Toscana, area D12-D13- Consorzio del Vino Nobile

 

 

Siamo pronti e carichi! Non vediamo davvero l’ora!!

 

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Catalogo 2016

14 Gennaio 2016

Eccolo qui, pronto e aggiornato il nostro nuovo Catalogo 2016.

Un brio di colore e qualche novità pensata per voi.

La prima è nata dalla rubrica Gli amici di Arkè, dove troverete quattro appassionate dediche al vino naturale, scritte da nostri illustri amici con i quali condividiamo la stessa grande passione per questo mondo: Roy Paci, musicista, Andrea Scanzi, scrittore e giornalista, Franco Giacosa, enologo, ed Alessandro Morichetti, blogger ed enotecario su doyouwine.

Abbiamo selezionato ed inserito poi nuovi produttori da Italia, Francia e Belgio, ovvero lo Champagne Christophe Lefevre, Masseria Starnali dalla Campania e Meigamma dalla Sardegna. Infine il ritorno della birra acida! Hanseens Artisanaal dal Belgio con le sue Oude Kriek ed Oude Gueze.

Ed infine, ma non meno importante, la nostra idea per degustare e servire al meglio i nostri vini: il decanter serigrafato Arkè, con un piccolo vademecum che lo accompagna per illustrarvi la nostra idea per il suo utilizzo.

Il nostro catalogo è già online e scaricabile da qui!