In questa calda estate abbiamo appena concluso un bellissimo viaggio in Francia per visitare alcuni dei produttori che importiamo, percorrendo circa 2800 km in auto, assaggiando moltissimi vini nei pranzi e cene, siamo passati anche per ( ovviamente) Parigi, oltre alle tante degustazioni direttamente in cantina con i nostri vignaioli.

Ho deciso perciò di raccontarvi qualche piccolo aneddotto interessante, assieme a qualche foto…

La prima tappa di cui vi voglio parlare è la Borgogna, Domaine Rouges Queues: l’azienda è situata nella piccola cittadina di Sampigny Les Maranges, e fa parte di una delle più giovani appellazioni della Borgogna, secondo il decreto del 1989; qui Jean Yves e Isabelle Vantey, assieme ai loro due figli coltivano 5 ettari di vigna secondo il regime biodinamico.

I nostri vignaioli Isabelle e Jean-Yves Vantey

Fossile di conchiglia nella vigna del Premiere Cru

In cantina abbiamo avuto modo di assaggiare le nuove annate direttamente dalle botti, dove i vini vengono messi a riposare prima della messa in bottiglia. Utilizzano un piccolo trucco per poter preservare meglio i vini senza dover ricorrere alla solfitazione, ovvero aggiungendo CO2 direttamente nelle botti, percepibile poi solamente alla degustazione prelevata dal tino, ma poi inesistente quando il vino viene imbottigliato: freschezza e frutta senza eguali, eleganza certa , seppur ancora nella fase acerba e giovanile: in un’unico concetto esperienza sensoriale indimenticabile.

Degustando i Premiere Cru in Cantina

Botti di affinamento

 

Per l’annata 2017 vedremo delle nuove “vesti” per le etichette: colore e ironia come solo i francesi sanno fare: il piccolo uccellino chiamato il “codirosso” da cui prende il nome l’azienda e si ispirano per le loro etichette, muta colore e spesso anche la forma della propria coda.

  

Superba la visita nella vigna da dove vengono raccolti i Premier Cru del Pinot Noir e dove abbiamo potuto notare come, anche per loro, la stagione sembra davvero ben avviata e leggermente in anticipo.

Vigna di Domaine Rouges Queues

Pinot Noir

 

Bellissima l’abitudine di raccogliere tutti gli anni un grappolo di uva il 1 luglio e successivamente conservarlo nei vasi in alcool puro, e poter confrontare mano a mano come il clima influenzi davvero le stagioni e di conseguenza poi l’invaiatura: ogni annata è diversa.

Seconda tappa nella piccola e bellissima Jura, da Jean-Louis Overnoy.

Lo Jura è una piccola porzione di terra, situata tra la Svizzera e la Borgogna, zona molto importante a livello vinicolo, la maggior parte dei contadini qui vivono non solo di vino ma lavorano la terra per frutta e verdura e l’allevamento del bestiame, in particolare delle mucche da latte, grazie alle quali viene prodotto il Comtè, famoso formaggio, di cui abbiamo scoperto, il consumo medio per abitante si aggira verso il kilo a settimana! :).

Guillame ci parla delle sue vigne

L’azienda di Jean-Louis ha profonde radici di conduzione familiare ed oramai è praticamente gestita da Guillame, il figlio di Jean-Louis, che a soli 24 anni si sta dedicando anima e corpo nonostante la giovane età, sia nella coltivazione della vigna, sia in cantina, portando avanti la volontà di fare vini sempre più naturali, togliendo negli ultimi anni le filtrazioni, aggiungendo sempre meno solfiti, sempre mantenendo un’ottima pulizia e precisione.

L’azienda possiede 5,5 ettari di vigna, maggiormente situati nel comune di Orbagna, comune non molto vitato, dove tutto intorno si può notare la natura ed il verde in abbondanza.

Vigna ad Orbagna, Jura

Invaiatura di Poulsard

Vielle Vigne

Abbiamo assaggiato dalle botti tutti i vini che saranno disponibili prossimamente: Chardonnay e Savagnin in metodo ossidativo, Poulsard, Trousseau e Pinot Noir e siamo finalmente riusciti a vedere le mitiche botti con la “voile” usate per fare il “vin Jaune“: l’affinamento per questa tipologia di vino non viene fatto in cantina, ma nel granaio della casa, dove la temperatura è più calda d’estate e più fredda d’inverno, caratteristica necessaria per la corretta formazione del velo.

Ho potuto notare anche come non tutte “le voile” siano uguali e tutte sviluppino peculiarità di densità, forma e spessore, in base a come agiscono lieviti e batteri, e di conseguenza poi profumi e sapori nel vino.

Cantina di affinamento: Vin de Paille

 

Esempio di Voile per la creazione del Vin Jaune

Altro Esempio di Voile

 

 

Guillame si occupa anche di produrre ottima birra artigianale con un micro-birrificio di sua proprietà: l’idea è nata sia dalla passione per la birra, ma anche come reazione alla tremenda gelata dell’aprile 2017, dove persero l’80% della produzione: la sua stessa etichetta, Brise Glace ne fa un chiaro richiamo.

E’ una birra bianca da bassa fermentazione, fatta fermentare senza lieviti selezionati, partita grazie ai lieviti del Savagnin, prelevati dalle fecce fini delle loro barriques; l’orzo utilizzato è biologico e coltivato in Jura.

Arriverà presto anche in Italia, è una birra fresca, semplice e sincera, leggermente luppolata, senza troppi orpelli o amarezze, è fermentata spontaneamente ma non è acida.

La birra di Overnoy: Brise Glace

Il laboratorio di produzione della Birra

 

Siamo rimasti molto colpiti e felici dall’operosità e dalla bravura di queste persone, sia dalla famiglia Vantey che dalla famiglia Overnoy e non possiamo che esserne ancora una volta onorati e riconoscenti, per le grandi opportunità che il mondo del vino naturale ci permettere di vivere e scoprire!

 

 

 

 

 

 

Armando Castagno: Borgogna – Le vigne della Côte d’Or

Samuel Cogliati: Champagne, L’immaginario e il reale / Vignaioli e vini

 

Finalmente il panorama culturale legato al vino sembra aver trovato nuova linfa vitale con due pubblicazioni di spessore, dedicate alle due zone più affascinanti e famose che i cugini francesi hanno saputo valorizzare al massimo: Borgogna e Champagne.

E sono state scritte da due giornalisti per questo mondo giovani, molto intelligenti e capaci nel loro lavoro, entrambi appassionati di vini naturali.

Quello di Castagno è uscito ai primi di dicembre ed è un tomo da 4,1 kg che esplora tutti i Cru di Borgogna, catalogando per ogni villaggio tutti i singoli vigneti: un lavoro etimologico della toponomastica che non ha eguali, si trovano anche vicende storiche, fondamenti di climatologia, ampelografia, geologia, gastronomia. Più un escursus sulle caratteristiche di ogni annata, dalla 1900 alla 2016. Il libro è impreziosito dalle bellissime foto di Andrea Federici.

Si tratta di un libro molto tecnico, ma dalla lettura semplice, per un appassionato può essere un ottimo strumento di viaggio, per un sommelier un testo fondamentale per conoscere ed approfondire questa regione viticola. Di certo si tratta di un’opera imponente che resterà negli anni ed è bello che sia stato un italiano a farlo.

Viene citata la nostra azienda, Rouges Queues, sul capitolo dedicato a Maranges.

 

Samuel Cogliati aveva già pubblicato con Porthos ben 10 anni fa un libro illuminante sulla Champagne, Il sacrificio di un terroir, seguito da Il sogno fragile, pubblicato dalla sua Possibilia Editore, tradotto e pubblicato anche in Francia, entrambi ormai introvabili.

Lo spirito critico, l’indagine sull’inquinamento che ha sempre pervaso questa regione, la riscoperta e il fiorire di vignaioli artigiani e naturali hanno sempre spiccato nelle sue descrizioni, al contempo tecniche e liriche, nei sui precedenti scritti.

Esce in questi giorni (e ci arriverà a breve) una pubblicazione di due libri, il primo dove si analizza in modo approfondito la regione, con descrizioni storiche, geografiche, economiche, viticole, enologiche e culturali di questo famosissimo vino; propone anche una lettura personale sugli usi conviviali e gastronomici, fatta quindi di abbinamenti e modi di degustarlo, a livello sia tecnico, ma anche da semplice bevitore.

Il secondo libro fa da corollario pratico al primo e propone la recensione di più quasi 200 champagne e dei relativi 60 vignaioli, senza punteggi o classifiche, ma con la descrizioni accurate dei vini, tutti assaggiati alla cieca, e di chi li fa.

Tra questi c’è anche il nostro Christophe Lefevre con alcune sue cuveè.

 

Armatevi tutti, comprate e leggete! La cultura, la storia e le interpretazioni, anche nel mondo del vino, sono fondamentali.

 

 

Aligotè Borgogna Aligator

L’Aligoté è un vitigno. Punto. Con i suoi pregi e con i suoi limiti.
La fama da vitigno sfigatello che gli si vuole attribuire è frutto di una ignorante dottrina che aleggia nei corsi dei maggiori enti formatori di sommelier, la quale a sua volta nasce dall’imposizione e dall’accettazione di una conformità di gusto per i vini e le etichette più blasonate e standardizzate a base di Chardonnay, il quale ha di conseguenza confinato la coltivazione di questo vitigno agli appezzamenti meno vocati. Un po’ quello che accade per molti vitigni autoctoni piemontesi che crescono all’ombra del Nebbiolo. O quel che avviene nel veneto orientale per verdisio, bianchetta e affini. Tutti ammutoliti – non per loro volere – alla dilagante richiesta del Prosecco, senza magari sapere che il vitigno di provenienza è la Glera.

Insomma, vitigni minori verrebbe da dire. Definizione che potremmo accettare considerate le contenute sfaccettature del suddetto. Ma che accetteremo ancora più volentieri se non attribuissimo una connotazione negativa a carenza di struttura e complessità e li considerassimo semplicemente tratti distintivi del vitigno. Insomma, l’Aligoté è l’Aligoté. Piaccia o non piaccia. Ma questa è un’altra storia.

Scriviamo ciò quando nel bicchiere versiamo un Aligoté Borgogna 2014. Un vino semplice, che esprime maggiormente le sue componenti terrene in termini di sapidità, mineralità. Non ci si trovano le grasse e opulenti note dello Chardonnay di Borgogna, ne le passeggiate in riva al mare che lo Chablis sa evocare. Tuttavia al naso spiccano le note gessose, minerali e sapide marine seppur contenute, più una nota leggermente lattica.

In bocca è scorrevole ma dissetante. Prevale il sapido e l’acido. Decisamente un vino estivo che arriva a 2 anni e mezzo dall’imbottigliamento con una componente acida ancora ben delineata. Da abbinare a pesce crudo, tagliolini alle seppie ma non alla veneziana, non con il nero per intendersi. Primi piatti poco strutturati, dalle complessità e intensità aromatiche contenute.

Ci siamo sbilanciati a provarlo su della pasta al farro condita con pesto alla genovese e se sul piano aromatico effettivamente un po’ accusava il colpo, su quello della consistenza sapeva reggere, seppur nel finale tendeva a scomparire. Le note sapide e acide non cozzavano contro quelle vegetali del basilico ma il tutto si armonizzava aggiungendo al piatto una verve più fresca e accattivante.

L’aligator” di Domaine des Rouges Queues è un Vin de Bourgogne, 100% Aligoté come avrete capito. Nasce da un piccolo vigneto caratterizzato dal terreno sabbioso. Viene vinificato in bianco a seguito della vendemmia manuale. Domaine des Rouges Queues è collocata nella famosa Côte d’Or, Borgogna, in un piccolo villaggio di appena 170 abitanti, chiamato Sampigny les Maranges, nella valle Maranges. L’azienda ha iniziato la sua attività nel 1998 con un solo acro di Maranges rouge sino a produrre negli ultimi anni Hautes Cotes De Beaune Rouge, Hautes Cotes De Beaune Blanc, Santenay Rouge, Maranges Rouge, Maranges Blanc, Bourgogne Rouge, ed il nostro Aligoté. Insomma un po’ tutto quello che prevede l’appelation. Dal 2008 l’azienda è in conversione biologica e fa ormai ampio uso di metodi biodinamici.

Aligotè Borgogna Aligator

Lo trovate in vendita on-line su tannico.it

Vendemmia tra i fiori nella Domaine.

Partiamo con il nuovo anno con un po’ di Borgogna.
Vi presentiamo il bellissimo video fatto dall’azienda Rouges Queues, dove in modo semplice ci mostrano il loro lavoro in vigna nel periodo primaverile, in particolare ci fanno toccare con mano le pratiche biodinamiche, che adottano ormai da dieci anni nella loro azienda.

 

Il video è in francese ma è abbastanza facilmente compresibile: inizia con una panoramica molto bella sul villaggio di Maranges e sulle colline che lo circondano, a sud della Cotes d’Or; Jean ci spiega poi che cosa sia la biodinamica, vista come un approccio omeopatico che aiuta la vigna ad essere più armonica ed equilibrata, utilizzando elementi vegetali, animali e minerali dinamizzati e spruzzati nel vigneto in determinati momenti della giornata.

Non c’è né stregoneria né cieco fideismo, ma il lavoro contadino onesto e duro: il primo esempio è un decotto di ortiche fresche che viene dinamizzato e spruzzato a mano, quindi viene mostrato la lavorazione del terreno su tre parcelle per contenere l’inerbimento nei filari fatto con il cavallo, le pratiche di contenimento dei tralci e la potatura verde fatta a mano e quindi un ultimo trattamento con il silice.

È giusto e stimolante vedere davvero come un vigneron lavora e questo loro video, fatto davvero bene e con qualche scena anche simpatica, ci avvicina molto di più alla terra e ai loro vini.

Buona visione!