Ieri sera il programma Presa Diretta, condotto da Riccardo Iacona, ha trasmesso un servizo di Raffaella Pusceddu.

Nei primi minuti compaiono un paio di nostri amici vignaioli, ovvero Marino Colleoni e la compagna Luisa di Santa Maria, da Montalcino, e Stefano Borsa di Pacina, nella zona del Chianti.

Vi consigliamo la visione de “La fabbrica del vino”, perchè fa vedere in modo chiaro quanto il mondo della produzione del vino e delle denominazioni siano legati a logiche produttive intensive e a regole di mercato che ormai snaturano la tipicità dei vini e l’ambiente dove vengono prodotti.

Si nota come sia diventata la normalità usare ed abusare di pesticidi nei trattamenti in vigna, dannosi sia per l’ambiente che per la salute di chi vive a ridosso dei vigneti, nonchè per chi berrà poi il vino.

Viene poi finalmente spiegato anche al grande pubblico che il vino non viene fatto con sola uva, ma in cantina si possono utilizzare più di 60 sostanze da aggiungere in vinificazione: per migliorarlo, correggerlo, “fabbricarlo” a seconda delle esigenze della  moda e del mercato.

 

 

 

 

Tutte sostanze legali, ma che di certo naturali non sono! Buona visione!

 

 

Gli argomenti trattati sono stati molti e certamente sarebbe servito un approfondimento maggiore, ma le tempestiche televisive sono queste! Gli argomenti affrontati sono importanti e per fortuna stavolta l’attenzione dei mass media è andata su problematiche serie del mondo del vino!

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Arkè nasce per passione e i vini spesso accompagnano momenti di convivialità; negli abbiamo avuto la fortuna di conoscere molte persone che con noi condividono l’amore per il vino naturale.
Abbiamo chiesto loro di comporci un articolo e questa rubrica li presenterà nei prossimi mesi ed anni.

Iniziamo col botto, con forse il più famoso dei nostri amici, Andrea Scanzi, giornalista e scrittore (oltre che presentatore, attore e teatrante), che abbiamo conosciuto qualche anno fa, durante la stesura de Il Vino degli Altri, un’ottima e brillante lettura per amanti del vino, più o meno esperti.

Questa è la dedica che ci ha fatto, per Arkè e il mondo dei vini naturali, e la condividiamo con voi:

 

Ho scoperto i “vini naturali” nel 2007, durante la stesura di Elogio dell’invecchiamento, probabilmente il primo libro italiano – destinato a un vasto pubblico – che parlava di una realtà così di nicchia. Al tempo li bevevo ogni tanto, a volte con piacere e altre no; oggi bevo solo quelli, o quasi. Ho sempre pensato che il vino sia come la musica: all’inizio puoi farti bastare anche un Ligabue o i Queen (oddio, i Queen magari no). Poi, quando scopri o riscopri i Led Zeppelin, la musica che ascoltavi un tempo – e che ti pareva addirittura bella – la abbandoni per sempre. Non dico accada per tutti, c’è chi si ferma a Jovanotti e gli basta così, ma se ti imbatti in Live in Koln di Keith Jarrett cambia tutto. Anno dopo anno, cantina dopo cantina e cena dopo cena, ho compreso che quello che cercavo da un vino erano due caratteristiche: personalità e bevibilità. Non ne posso più di vini tutti uguali e perfettini, non ce la faccio più a bere vini che mi stancano già al primo sorso. Un vino deve raccontarmi qualcosa e non deve apparirmi ingombrante: la vita, come diceva qualcuno di assai noto, è troppo breve per bere vini mediocri. Il mondo dei vini naturali, o veri, o chiamateli come volete, è senz’altro contraddittorio, frastagliato e talebano. Non tutto è indimenticabile e non tutto è naturale. Diffidate poi di chi vi dice che quel difetto riscontrato costituisce “prova ulteriore di naturalità” del vino: col cavolo. Un errore è un errore, e se sbaglio un congiuntivo non sono naturale: sono ignorante. E’ però in questo piccolo mondo, spesso popolato da artigiani ispirati e rivoluzionari stralunati, che trovo personalità e naturalità. Trovo un’idea precisa di vita, di presente, di futuro. Trovo coraggio. Trovo rispetto per la nostra storia, la nostra salute, la nostra terra. Trovo vini meravigliosamente glou glou, spesso non cari e in grado di emozionarmi con discrezione. Come certi blues semplici semplici, fatti da due accordi e in apparenza elementari. Ma in realtà così complessi, e definitivi, da non lasciarti più.