“Ho scritto una cosa per il nuovo catalogo di Arkè Distribuzione Vini Naturali. Qualche mese fa Francesco Maule mi ha chiesto di esplorare il mio punto di vista sul presente e sulle prospettive del movimento dei vini naturali. E mi sono ricordata di una conversazione, durante un aperitivo post vendemmia, in cui un canadese e un’australiana mi hanno spiegato cosa è un fucked up wine. Sono partita da lì.”

Cosí presenta Diletta nella pagina di uno dei suoi social, il pezzo scritto per noi di Arkè, per il nostro Catalogo 2020.

Diletta Sereni scrive di cibo e agricoltura per Vice e altre testate. Ha un dottorato in semiotica e ha insegnato semiotica a IED Milano e co-fondato la società di ricerche “Squadrati“. Ha collaborato alla scrittura di due libri: “Le Sette Virtù del cibo” (Fondazione Feltrinelli) e “L’Italia di vino in vino” (Altreconomia).

Una super donna dalle moltiplici risorse e per noi è degna di essere una Psychedelic Rock Woman, irriverente e capace di raccontare le cose in maniera diretta ma elegante, esattamente come l’era musicale di nostra ispirazione per il Catalogo 2020: riassume in sè un concentrato di energie nuove ma consapevoli, e che lasceranno il segno. Ormai lo sapete quanto amiamo la musica.

Ma torniamo a Diletta, ecco quello che ha composto per noi, le avevamo chiesto, come spunto iniziale, una sua personale visione dello stato dell’arte attuale (e futuribile) del movimento del vino naturale…

” Una sera di settembre, nella campagna senese, mi sono trovata a discutere di vino insieme a un canadese e un’australiana. Entrambi miei coetanei (trentaqualcosa), entrambi impiegati in ristoranti famosi per la cura delle materie prime e per le brillanti carte di vini naturali. Per una deformazione da semiotica che mi condanna a pensare il linguaggio come un modo per dare forma al mondo, prima ancora che descriverlo, ho chiesto loro: che parole usano i clienti che si affacciano al vostro bancone, per ordinare un vino, per farvi capire cosa vogliono bere? Ce ne sono tante, ovviamente, ma loro si ricordano soprattutto queste due: “crazy wine” mi dice l’australiana. “Fucked up wine” rincara il canadese. Mi spiegano che chi chiede un crazy o fucked up wine (che non è grave come sembra ma indica un vino che stupisce, spiazza), vuole bere qualcosa che li porti fuori dal conosciuto, dal consueto, ed è pronto a bere un vino irregolare (da noi si dice “funky”). Spesso mirano a vini freschi e leggeri, perché questo stile sta vivendo il suo momento di gloria, ma non solo e probabilmente non per sempre. Quello che mi interessa è che ci sia, dal Canada all’Australia, una schiera di bevitori, tendenzialmente giovani, che imposta le proprie scelte su un’emozione così poco praticata nel consumo di vino fino ad appena qualche anno fa: la sorpresa.

Se allarghiamo lo sguardo: l’attrazione verso la sorpresa, l’apertura alla diversità, sono tratti fondanti della cultura dei vini naturali, che è appunto nata in aperta opposizione all’omologazione, all’appiattimento generato da qualche decennio di viticoltura ed enologia industriale. Apertura alla diversità che riguarda anche la geografia, cioè l’aver portato l’attenzione su territori trascurati dalle traiettorie del vino eppure vocati alla sua produzione: il lago di Bolsena, le colline Lucchesi, la Val Camonica…

Infine, tendere alla sorpresa va a scardinare uno dei capisaldi della scuola di degustazione classica, impostata invece sul riconoscimento: la consacrazione delle etichette e dei terroir, il sofisticato modo di ricondurre il gusto di un vino a una griglia di caratteristiche già previste, già depositate. Il considerare questa prevedibilità un valore. Il dogma che debba piacere a tutti la stessa cosa. All’opposto: aprirsi all’imprevedibile è parte dell’esperienza dei vini naturali, come non del tutto prevedibile è il processo di fermentazione e affinamento, se non guidato da additivi e manipolazioni.

Circa un anno fa usciva su Omnivore un articolo in cui Alice Feiring – prima grande divulgatrice e sostenitrice del movimento dei naturali – metteva in guardia dall’involuzione “modaiola” del consumo di vini naturali. In quel pezzo, il ricordo nostalgico delle prime Dive Bouteille viene affiancato alla superficialità di oggi: la velocità con cui i vini entrano in commercio abbassando la qualità media, le star di Instagram e i consumatori giovani e inesperti che finiscono per riconoscere un vino come naturale solo quando risponde a un certo stile “non finito” che spesso comprende dei difetti. I giovani che ordinano un “fucked up wine” rappresentano per Feiring la fine dell’utopia dei vini naturali.

Guardo all’attuale scena del vino naturale con meno sospetto e catastrofismo di quanto faccia Feiring e mi chiedo se questo non dipenda da un fatto anagrafico (e di esperienza). Il mio punto di osservazione è quello di chi ha iniziato a bere vini naturali nel 2012, che se ne è innamorata al punto da trasformarli, negli anni, in materia di lavoro; è il punto di osservazione di chi scrive per una testata (Vice Munchies, la redazione italiana ha aperto nel 2017) che tratta il vino quasi esclusivamente come vino naturale e che viene letta in gran parte da ventenni e trentenni.

Dal mio punto di vista, il fucked up è interessante. Mi sembra una fase addirittura necessaria, se intendiamo il vino come un fatto culturale: ogni avanguardia passa attraverso dei momenti di rottura, di provocazione, di esclusione e stigmatizzazione da parte della cultura da cui nasce, per poi depositarsi per prove e tentativi nel “gusto” più generale. È segno che la cultura è viva. E se stiamo qui a discutere se funky/fucked up sia bene o male, oltre a renderci infrequentabili per chiunque sia al di fuori della bolla del vino, contribuisce a tenerla viva.

Aggiungo al mio punto di vista quello di due ristoratori. Gianluca Ladu (Vinoir, Milano) sottolinea i lati positivi: quando ha aperto il locale nel 2012, mi dice, il suo pubblico era fortemente basato sul nocciolo duro di esperti e appassionati. Era raro vedere entrare dei ventenni. Invece da due-tre anni (complice anche il successo delle università di scienze gastronomiche) molti ventenni frequentano il locale non solo con curiosità, ma anche con una prima infarinatura e stimoli colti. Molti di questi ventenni vivono la passione per il vino naturale o la gastronomia in generale come una priorità, qualcosa per cui spendere i primi soldi guadagnati; hanno insomma una coscienza gastronomica assai più sfaccettata di quella dei ventenni degli anni Novanta e dei primi Duemila. Come fai a non essere ottimista di fronte a questo, mi dice, anche se vanno in fissa temporanea per un solo tipo di vino (rifermentato, ossidativo, dissetante), anche se bevono vini naturali per moda, sono tutte persone che in altri tempi hanno bevuto birra, e della peggior specie.

Gaetano Saccoccio (Rimessa Roscioli, Roma) mi porta invece verso le vulnerabilità dei bevitori più giovani: il mercato del vino naturale, dice, è in questo momento un terreno scivoloso per chi non ha esperienza e strumenti solidi per leggerne le ambiguità. Da una parte c’è l’industria del vino che cavalca alcune parole magiche (“non filtrato”, “senza solfiti”, “in anfora”) svuotandole di storia e di etica di produzione: è un marketing opportunista che crea grande confusione, soprattutto in chi deve ancora formarsi uno spirito critico. Dall’altra, continua, la fissazione per il vino funky (o orange eccetera) va bene finché resta davvero un elemento di libertà, ma diventa pericolosa quando si irrigidisce su alcune caratteristiche e – il suo parere converge qui con quello di Alice Feiring – anziché creare complessità, finisce per ridurla.

Fare parte di un’avanguardia ci diverte ed emoziona e facciamo così tanto rumore che ce lo scordiamo: siamo un bruscolo nel mare. Non mi avventuro nei dati perché non ce ne sono di attendibili, ma dico due cose su cui a buon senso possiamo concordare: (1) il mercato dei naturali cresce ogni anno (2) in un settore però ancora largamente dominato dall’approccio convenzionale/industriale (al 95%? 90%?). Sulla scia di esperienze-faro, come quella del Noma, molta ristorazione stellata o parastellata si è convertita al naturale e i vini naturali si stanno ritagliano uno spazio (più o meno ghettizzato) nelle carte della ristorazione tradizionale e nelle pagine degli e-commerce generalisti.

Allo stesso tempo, il “naturale” resta un fenomeno largamente ancorato alle città. Se a Milano o Roma i tentativi di stigmatizzazione (un cartello “vino senza solfiti ma buono” o un ristoratore che definisce i vini naturali “quelli che puzzano”) brillano ormai per goffaggine; nelle città piccole, in provincia, in campagna, per proporre una carta di soli naturali ci vuole molto coraggio. Ordinare un vino naturale in un’osteria di Poggibonsi è qualcosa che potrei fare solo per allargare il mio repertorio comico. Eppure, scoprire i produttori del lago di Bolsena è un grande spreco se poi riescono a vendere solo a Roma e Tokyo, ma non, per dire, sullo stesso Lago di Bolsena. Ogni conquista ha i suoi tempi, credo

Se c’è una cosa che risveglia in me un vago senso di allarme è semmai questa: la gara di purezza a chi è più naturale. Una gara a tratti tribale, basata su un linguaggio assoluto e iperbolico, spesso condensato in slogan (“perché lo slogan è fascista di natura”, cantava un idolo della mia adolescenza). Un limpido esempio di questa deriva è il coro del NoSo2, il rivendicare l’assenza di solfiti aggiunti come se fosse l’unica cosa davvero importante – e lo dice una che preferisce bere vini senza solfiti aggiunti. Una simile retorica espone a due tipi di vulnerabilità. Da una parte distrae dall’importanza dell’approccio agricolo e dell’etica ambientale, che è ben più difficile da raccontare per slogan. Dall’altra, rende più facile per l’industria emulare il naturale e prendersi molti di quei ventenni curiosi, fabbricando un vino industriale “senza solfiti” oppure “non filtrato”. Le grandi aziende hanno i mezzi enologici per farlo (lo hanno già fatto) e un marketing smaliziato, capace di raccontarlo.

Per il resto, ci muoviamo sul crinale tra anarchia e bellezza, tra i vari assestamenti di un’avanguardia. Come procedere senza sbandare troppo, questa è la domanda. Ad esempio proteggendo le conquiste più preziose. Quella basilare, l’aspetto politico dell’agricoltura: ricordarci che chi coltiva la vigna proteggendo la qualità dell’aria e suolo sta facendo un servizio per tutti. E poi la diversità, la diversità ha sempre ragione, che la si tratti da principio biologico o filosofico. Proteggere la diversità nel vino naturale vuol dire pensare il vino come un’ampia gamma di sfumature tra l’irriverente e il classico; accettare la diversità di gusti senza prenderla come affronto o volgarizzazione; e soprattutto godersi l’idea che ogni territorio, ogni produttore e annata, ogni calice, sia fonte di sorpresa. La sorpresa va allenata – per sorprendersi davvero bisogna avere delle attese, cioè conoscere il contesto – ma in fin dei conti mantiene giovani. “

Grazie Diletta!

ATTENZIONE! PER CAUSE DI PRECAUZIONE SANITARIA QUESTA EVENTO È STATO RINVIATO!!! NUOVA DATA A BREVE!

Un’incontro per circa 40 produttori di vino proveniente da tutta Italie e Europa, con un dettaglio in comune: i vini selvaggi.

E perché “selvaggi”?

Sono “Vini Selvaggi” perché amano vivere in libertà e non essere condizionati dalle convenzioni. 

Siamo certi ormai che, molti di voi sappiano di che cosa stiamo parlando, lo raccontiamo sempre, e ora ribadiamo il concetto: il vino può essere salubre oltre che buono, ma è un fatto obbligato per la selezione di Arkè, dove il significato del “può” non esiste più, e regna sovrano il verbo ” deve”.

I vini del nostro catalogo e i vini presenti a questa manifestazione non prevedono interventi chimici in vigna o in cantina, aggiustatine e modifiche con polverine, filtri o altro che spesso sono consentiti dalla legge enologica, ma che modificano i gusti, i territori di provenienza e danneggiano alla salute.

Il vino non è una necessita nella nostra dieta, bensí un piacere. E perchè un piacere dovrebbe nuocere alla nostra salute? perchè dovremmo oscurare i nostri palati con sapori ” finti” corretti e abbelliti? a che scopo finale?

Ecco allora un nuovo evento a cui potete partecipare, per conoscere ancora una volta da vicino i produttori che parteciperanno a Vini Selvaggi sarà a Roma Domenica 22 Marzo, dalle ore 11.00 alle ore 19.00 presso il Radisson Blu es. Hotel, a pochi passi dalla stazione Termini , e saranno presenti i seguenti produttori dalla selezione Arkè:

Dal loro manifesto ne estrapoliamo una parte :

“…Territori e produttori diversi con una peculiarità che li accomuna e li caratterizza tutti: la tecnica di vinificazione naturale che permette al territorio di esprimersi senza alcun filtro o mistificazione. 

Tutti i vini presentati in degustazione, infatti, non prevedono alcuna aggiunta di prodotti enologici – pur consentiti per legge – atti a modificare e correggere il vino. Il ricorso all’utilizzo di solfiti è evitato dalla maggioranza dei produttori o, al massimo, utilizzato in quantità trascurabili. 

Il lavoro di ideazione e progettazione dell’evento nasce dalla volontà di Lorenzo Macinanti – uno degli ideatori di Vini Selvaggi – di mettere insieme produttori provenienti da territori spesso sottovalutati e poco conosciuti al grande pubblico, perché per lui «il vino significa aggregazione e valorizzazione della diversità». La sua fonte di  ispirazione sono le numerose fiere e degustazioni nelle diverse città europee che hanno come scopo la divulgazione e soprattutto la diffusione della conoscenza tra i più giovani che non solo sono appassionati, ma rappresentano i nuovi e più curiosi consumatori.

Frank Head Testa, musicista e produttore di vino naturale in Spagna e altro autore di Vini Selvaggi, sostiene con fermezza che il vino può essere davvero fatto senza dover scendere a compromessi ed essere incredibilmente buono: «perché non siamo noi che accompagniamo il vino, bensì è lui a portarci per mano: la natura ha sempre ragione».

Per tutte queste ragioni e per l’idea di un evento così poco convenzionale, Giulia Arimattei, responsabile comunicazione visiva del progetto Vini Selvaggi, ha voluto che il loro modo di comunicare fosse contemporaneo, il più possibile coinvolgente per un nuovo pubblico di curiosi ed a tratti irriverente, in linea con la loro filosofia. Sostiene, infatti, che «all’estero il vino naturale è materia in grado di incuriosire nuovi consumatori, la comunicazione è al passo con i tempi ed aiuta ad identificare meglio l’estro del produttore, lasciando così in secondo piano le denominazioni dei territori che oggi hanno sempre meno valore e significato in relazione alla qualità del prodotto»….”

Ci saranno anche momenti dedicati all’approfondimento e ai dettagli e noi
saremo presenti anche con l’Azienda Agricola La Biancara per una masterclass con una verticale di Pico con 6 diverse annate

  • 2006
  • 2008
  • 2010
  • 2013
  • 2015
  • 2017

Il Pico è il bianco più importante dell’azienda, pura Garganega, selezionata nelle colline piu’ alte e vocate di Gambellara, inizia la sua fermentazione spontaneamente. L’affinamento avviene in grandi botti da 15 hl per 12 mesi. Viene imbottigliato senza filtrazione e solfiti aggiunti. Nelle annate migliori viene anche proposto nella versione “separata” dei tre cru, ossia Monte di Mezzo, Faldeo e Taibane. Un bianco dalle enormi caratteristiche e altissima godibilità.

Vi aspettiamo a Roma!

Uno degli appuntamenti più interessanti del mese di febbraio è Vinnatur Genova, evento che si ripete ogni 2 anni con un cospicuo riscontro tra il pubblico degli amanti del vino buono e naturale.

Quest’anno l’appuntamento è il 23 e 24 febbraio 2020 presso i Magazzini del Cotone del Porto di Genova, in un Salone di Degustazione esclusivo che vedrà la presenza di 100 vignaioli europei ed oltre 500 vini in assaggio, dalle ore 11.00 alle ore 19.00 in entrambi in giorni.

I produttori di Arkè presenti saranno tanti e nel dettaglio ecco chi e a quale tavolo trovarli (ho creato una piccola mappa con i cerchietti azzurri che vi può aiutare nella ricerca!) :

  • Casa Belfi, tavolo 99
  • La Biancara, tavolo 100
  • Il Cavallino, tavolo 98
  • Podere Santa Maria, tavolo 76
  • Pacina, tavolo 77
  • Cascina Borgatta, tavolo 48
  • Valli Unite, tavolo 49
  • reyter, tavolo 14
  • Podere San Biagio, tavolo 13
  • Masseria Perugini, tavolo 17
  • Masseria Starnali, tavolo 21
  • Cinque Campi, tavolo 22
  • Camillo Donati, tavolo 23
  • Cantine Riccardi-Reale, tavolo 32
  • Franco Terpin, tavolo 31

L’evento VinNatur Genova vedrà ancora protagonisti i Vignaioli in una serie di eventi serali sparsi nella città, ” Vinnatur Genova Off ” in collaborazione con ristoranti, osterie ed enoteche dove troveremo gli stessi produttori nei panni di abili Osti, dove racconteranno dei loro vini e della loro terra in abbinamento ricette dedicate.

Ecco qui i locali e i vigneron nel dettaglio:

  • Pacina sarà presente sabato 22 presso Troeggi
  • Casa Belfi lo troveremo alla Trattoria sabato 22 febbraio
  • Az. Agricola Terpin saranno ospiti presso il Ristorante Dega sabato 22 febbraio

Un week-end ricco, ricchissimo di eventi e tanti momenti diversi per conoscere i produttori, per assaggiare i loro vini e per passare dei bei momenti assieme. Come al solito Genova rimane una delle nostre città del cuore, dove si sta bene, si mangia e si beve bene e dove è sempre piacevole tornare.

Per info più dettagliate potete consultare il sito di Vinnatur per il Salone di degustazione e vi consigliamo di contattare direttamente i locali per assicurarvi il proprio posto per le serate con il produttore!

Ci vediamo a Genova !

Abbiamo parlato con 6 osti di vino, del servizio e delle curiosità che si vivono da dietro al bancone quando si sceglie di proporre vini autentici, vivi, onesti, di territorio se preferite chiamarli cosí e il termine naturale non vi piace… e questa è una delle interviste che troverete all’interno del nostro catalogo 2020: un giovane Oste lavora nella bella Milano, propone con passione vini di vignaioli “autentici”, compositori di vini naturali: lo trovate a scaraffare bottiglie e a dare buoni consigli in Enoteca Naturale !

” Troppo spesso cio che passa è un’esaltazione dei difetti, come se nel mondo del vino naturale ogni risultato fosse ammesso.” ci dice. Nulla di più vero, giovane il nostro Oste, ma saggio.

Ecco qui l’intervista a Rocco Tomass Galasso:

 Quando hai bevuto la tua prima bottiglia di vino naturale (o artigianale o tradizionale come un Barbacarlo o un Valentini) e che effetto ti ha fatto?

Mi sono avvicinato al mondo dei vini naturali un po’ per caso, non davo troppo peso al vino, né al sapore né alla provenienza, soprattutto alla sua veridicità. Mi capitò sotto mano il libro di Arianna Occhipinti, mi incuriosì la sincerità delle sue parole e di come il vino le avesse, in qualche qualmodo, cambiato la vita. Sono passati ormai sei anni da quando assaggiai il suo SP68 rosso. Se devo pensare ad una bottiglia che mi ha fatto scegliere che la strada del bancone fosse quella giusta, scelgo senza dubbio il Ceresuolo 2010 di Valentini.

Cosa non va o cosa cambieresti nel movimen- to dei vini naturali?

Il mondo del vino naturale sta crescendo molto e molto in fretta. Se questa è una cosa che ovviamente non può che farmi piacere, vorrei che da parte di tutti, addetti del settore e clienti, ci fosse più consapevolezza nella narrazione del settore. Troppo spesso ciò che passa è un’e- saltazione dei difetti, come se nel mondo del vino naturale ogni risultato fosse ammesso. Riduzioni, acetiche ecc. vanno accolte esemmai spiegate nella maniera più corretta.

Qual è stata la reazione più curiosa o bizzarra che ha avuto un cliente dopo aver degustato per la prima volta un vino naturale?

Non posso non che citare un signore che è stato per anni il nostro miglior cliente nonché, oggi, un grande amico, Odino. Per quanto apprezzasse il mondo del vino e si fosse interessato anche al movimento del naturale, in realtà beveva principalmente birra. Questo mi ha fatto riflettere su quanto siano importanti la proposta e l’impronta che tutti noi scegliamo per i nostri locali, su come a fare la differenza sia ancora chi sta dai due lati del bancone. Se poi dovessi citare la cosa più bizzarra che mi sia mai successa, non posso non ricordare un cliente che ordinando mi chiese “un prosecco, fermo, francese”.

Con questi vini non filtrati o col fondo, caraffa sì o caraffa no?

Non sono assenza di filtrazione o fondo a fare la necessità di scaraffare un vino. L’aspetto visivo, pure quando il vino risulta opaco, è anzi la cosa che spesso spaventa meno i clienti, anche quando non hanno una grande conoscenza del mondo dei vini naturali. Piuttosto scarafferei un vino per esaltarne i profili gustativi o olfattivi: l’ultima bottiglia che mi è capitato di scaraffare è il Fuori dal tempo di Radikon, una bella fortuna.

Parlaci di un vino che ami del nostro catalogo.

Sono molto legato, anche personalmente, al Patapon Rouge di Nathalie Gaubicher. Il suo è stato il primo Pinot d’Aunis che ho bevuto: le sue note boschive e selvatiche mi hanno sedotto e fatto comprendere quanto il terroir della Loira possa essere allo stesso tempo elegante e aggressivo.”

Grazie Amico Oste!

CATALOGO 2020

20 Gennaio 2020

Finalmente online il nostro Catalogo 2020!

Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta e siamo orgogliosi di presentarvi il frutto di mesi e mesi di lavoro di recensioni e descrizioni, dei nostri vignaioli e dei loro vini.

Il tema come vi abbiamo anticipato nei scorsi blog, è sempre attorno allo speciale mondo della musica, sia perchè in Arkè se ne ascolta tanta, sia perchè la amiamo molto.

Il Psychedelic rock, nato alla fine degli anni ’60 con la cultura hippie-rock e precursore di tutto il nostro attuale progressive rock e di tutto l’hard rock. Un mood incentrato sullo slogan del Peace and Love, come raccontavano con ardore e convinzione gli hippy e che condividiamo a pieno in questo movimento del vino naturale fatto da grandi ideali che condividiamo, dove la “guerra” tra “i mondi” del vino oramai ha poco senso di esistere e sà di vecchio… ( a tal proposito avete letto l’articolo di Giampaolo? )

Tornando al nostro catalogo lo troverete totalmente rinnovato:

  • due nuovissime aziende, una dal nord Italia Saccomani, da Piacenza e una dal Sud, dalla bella Calabria Masseria Perugini: è entusiasmante rendersi conto che ci sono sempre più realtà portate alla produzione di vini naturali e di territorio, giovani ed intraprendenti!
  • nella parte editoriale che quest’anno può vantare un articolo di Diletta Sereni, scrittrice di Munchies, Il Corriere, Vice, e molti altri ed una delle autrici del libro L’Italia di Vino In Vino.
  • un articolo del nostro caro amico vignaiolo Marino Colleoni, un raro esempio di saggezza ed ampie vedute nel mondo del vino attuale.
  • nelle grafiche grazie alla storica collaborazione con i ragazzi di Ey Studio
  • nei contenuti con nuove interviste ai “nostri” Osti, amanti appassionati di vino e grandi divulgatori e mescitori: Diego Carraro di Vino Vero (Venezia), Ernesto Provenzano del Bar La Pausa (Genova), Simone Fanton di Vineria Parolin (Vicenza), Rocco Tomass Galasso di Enoteca Naturale (Milano), Gaetano Saccoccio di Rimessa Roscioli (Roma) e Marina Bersani di Enoteca Archer (Modena).

Vi ricordiamo la nostra presentazione ufficiale What Comes After? che terremo a Roma :

QUANDO: Lunedì 10 Febbraio

DOVE: Roma, presso la sede di Sviluppo Horeca Factory, via A. Pacinotti 63

COME

Ore 10 – 10,30 Accoglienza e registrazione

Dalle ore 10,30 fino alle 13. Convegno con: 

Solo per operatori del settore, per info scrivete a arke@vininaturali.it

and you? Walk On the Wine Side?

Un nuovo pezzo inedito scritto dal nostro Giampaolo Giacobbo ma condiviso in toto da tutti noi di Arkè.

Anche nel catalogo di quest’anno siamo tornati a confrontarci con i vari stili musicali che si sono succeduti nel corso degli anni in tutto il pianeta. Abbiamo così individuato un’alternanza interpretativa che parte da schemi molto rigidi per poi assistere a rivoluzioni che tendono ad allontanarsi dal dogma, quasi un rifiuto, che però poi rientra pian piano. Una sorta di pulizia intellettuale che si rende necessaria quando si eccede alla ricerca della perfezione abbandonando la spontaneità espressiva. E’ accaduto con il Progressive che è stato spodestato dal Punk che a sua volta si è affinato nel tempo. E’ accaduto nel vino.

Abbiamo paragonato la storia del vino naturale a parte della storia della musica Rock. Forse è meglio dire che abbiamo chiesto aiuto alla musica per capire il percorso che il movimento dei vini naturali sta facendo. Inizialmente lo abbiamo fatto quasi per provocazione, ma giorno per giorno ci siamo convinti che queste due strade viaggiano parallele. Forse perché entrambe sono amplificatori di sensazioni che risiedono dentro di noi e che emergono in maniera pura, senza filtri.

” Nella sede di Arkè ascoltiamo molta musica. La musica è parte di noi, come per la maggior parte delle persone, an- che se non la riteniamo solo una colonna sonora della giornata.

La musica è un linguaggio che spesso accomuniamo al vino. Quando non riusciamo ad esprimere le emozioni che il vino ci dona chiediamo aiuto alla musica, e viceversa. Raccontando le radici del movimento dei vini naturali, abbiamo preso come esempio uno dei momenti più reazionari della storia della musica: Il Punk. 

Ma era solo un esempio, il più vicino alle nuove generazioni per capirci meglio perché se andiamo ad indagare nella storia della musica, spesso scopriamo come sia stata da sempre anche un’arma pacifica e indolore per non allinearsi e non alienarsi.

Pensiamo al Blues, al Be Bop, o semplicemente alla struttura musicale di come si sia evoluta passando dalla scala diatonica a sette note inglese a quella a cinque, la pentatonica. Quasi un’eresia per i puristi dell’epoca, una bestemmia, ma quello stravolgimento diede vita a tutto quello che fu il Rock e le sue evoluzioni.

Gli esempi sono moltissimi fino ad arrivare al periodo britannico in cui il rock si fonde con la musica classica, con il folk e il Jazz dando origine ad una raffinata, e un po’ barocca, forma d’arte musicale come il Progressive Rock.

In tutto questo percorso assistiamo ad un modulo che si sviluppa con un’iniziale esplosione, a tratti violenta, a cui segue un’evoluzione, forse un ripensamento sicuramente una ridefinizione, un affinamento concettuale.

Dal Big Bang all’armonia.

Il movimento dei vini naturali ha avuto una genesi molto simile alla musica, partendo da un periodo provocatorio e dissacrante negli anni novanta, per poi affinarsi lentamente nel corso del ventennio successivo.

Vendemmia su vendemmia i produttori hanno preso coscienza del loro reale obiettivo. Al concetto di puro e naturale, si doveva aggiungere anche quello di piacevole e bevibile.

Per anni i difetti enologici sono stati alibi e produttori ed appassionati tendevano confondere la tipicità con l’errore tecnico. Oggi il vignaiolo vive la viticoltura e la vinificazione con estrema attenzione e cura, guarda anche alla partescientifica raccogliendo tutto ciò che può essergli utile per conservare naturalità e armonia. Stiamo assistendo ad un percorso evolutivo che porta a dare maggiore definizione e comprensibilità al vino indipendentemente dalla “corrente” a cui appartiene. I produttori di impostazione più tecnica, d’altro canto, cominciano a guardare verso un’idea di un’agricoltura più sostenibile e rispettosa con attività meno interventiste rispetto ad un tempo. Ognuno con il suo stile ovviamente ma abbiamo la sensazione che le strade si stiano avvicinando pur rimanendo dei percorsi paralleli. Il percorso è ancora lungo e pieno di insidie ma ci piace l’idea che comunque possa esistere e che il vento sia cambiato. 

Spesso assistiamo nel web alle infinite discussioni tra cosa sia giusto fare, cosa non lo sia, o le anacronistiche uscite tipo “il vino naturale puzza”, le fermentazioni naturali non si possono fare e via così.

Noi abbiamo deciso che andremo avanti nel rispetto delle idee di ciascuno ma soprattutto di noi stessi.
La musica Pop e la musica Folk continuano a convivere, così come la scala diatonica inglese e quella pentatonica. Non può farlo il vino?

Peace & Love! “

OSTE DI VINO VERO, VENEZIA

Abbiamo parlato con 6 osti di vino, del servizio e delle curiosità che si vivono da dietro al bancone quando si sceglie di proporre vini autentici, vivi, onesti, di territorio se preferite chiamarli cosí e il termine naturale non vi piace… e questo è la prima delle nostre interviste che troverete all’interno del nostro catalogo 2020: manca davvero poco alla sua pubblicazione e intanto ve ne regaliamo un piccolo “assaggio”!

Diego Carraro è un’amico di vecchia data e, Oste di una delle enoteche più belle e ben fornite di Venezia, Vino Vero dove lavora e collabora con il mondo dei vignaioli, raccontando la terra e il loro vino, con passione e bravura.

Enoteca diegoVino Vero

Ecco la sua intervista:

Quando hai bevuto la tua prima bottiglia di vino naturale e che effetto ti ha fatto?

Circa 7/8 anni fa, lavoravo all’epoca da Checco alla Cantina a Venezia, e mi ricordo che deve essere stata una Malvasia di Zidarich, vino stupendo, un frutto intenso e fresco allo stesso tempo, mi ricordo la freschezza e la velocità di beva era im- pressionante.
Da lì mi sono reso conto della differenza di vini completamente diversi da quelli che conoscevo e che ero abituato a bere.

Cosa non va o cosa cambieresti nel movimento dei vini naturali?

Innanzitutto sono stanco di sentire la parola VINI NATURALI, è stata usata troppo a mio parere, fino a creare non poca confusione. Io penso che questi siano semplicemente vini fatti con molto amore, passione ed umiltà, con delle ricette risalenti a prima dell’utilizzo della chimica enologica e dell’ industrializazione dell’agricoltura. Del mondo del vino che mi circonda e che consumo, non mi piace più vedere troppi vini molto molto giovani e ancora scomposti e non pronti. A mio pensiero non fa bene inserire nel mercato dei vini prematuri, che aspettando un po’ di più, si eleverebbero di qualità, alzando così l’asticella a questo movimento, a mio avviso ancora un po’ fragile.

Qual è stata la reazione più curiosa o bizzarra che ha avuto un cliente dopo aver degustato per la prima volta un vino naturale?

Di clienti nuovi ne ho avuti parecchi, ma mi ricordo molto bene il commento di un signore che, bevendo un bicchiere di vino che gli avevo consigliato, mi ha guardato in faccia e mi ha detto che gli ricordava i sapori e i profumi di un tempo, quando era giovane ed entrava nella cantina di suo nonno.
Una risposta così penso non la dimenticherò mai

Con questi vini non filtrati o col fondo, caraffa sì o caraffa no?

Con questi vini col fondo, che io chiamo MEZZEBOLLE, è sempre corretto che tutti possano bere allo stesso modo tutta la bottiglia, quindi penso che una girata sotto/sopra male non fa.

Parlaci di un vino che ami del nostro catalogo.

C’è un vino nel catalogo che adoro particolarmente, fatto da una persona veramente grande in tutti i sensi: è il Sauvignon Blanc di Franco Terpin, un vino che sembra una tisana che rispecchia il teritorio dove viene fatto, pur essendo un vitigno internazionale molto bistrattato. Il frutto in bocca e l’equilibrio di questo vino mi esalta e mi emoziona ogni volta che lo bevo.

Diego, Mathilde, Enrico ed Andrea de Il Moralizzatore, Alessandro de La Biancara in enoteca Vino Vero

Grazie Diego!

Anteprima assoluta per il nostro Catalogo 2020, che vi presentiamo con l’articolo scritto per noi, da uno dei nostri vignaioli del cuore, stiamo parlando di Marino Colleoni produttore di vini specialissimo a Montalcino, Toscana.

Marino parla di vigna, di vino, di amore e di futuro. Esattamente quello che vogliamo comunicarvi con il nostro catalogo 2020: What Comes After è il nostro nuovo ideale, con lo sguardo positivo e felice rivolto al domani, dove ci auguriamo un futuro pieno di conoscenza e coscienza, perchè il Vino quello con la V maiuscola, si fa solo in questa modalità. Non con i discorsi, o con le parole, ma con i fatti.

Il nuovo catalogo viene concepito in chiave interrogativa: il senso finale della nostra domanda vuole essere accento sarcastico, spronante e che punta al verbo “fare”: saper fare il vino buono e sano, averne conoscenza anche scientifica e di volontà, un prodotto integro dal produttore al consumatore finale nel proprio bicchiere.

Siamo certi di essere portavoce di un movimento che agisce, collabora, contribuisce con convinzione da decenni oramai, e che ha sempre puntato alla crescita, arricchendo l’attuale e il futuro. Non quindi vini del passato, ( famoso e decrepito concetto dei ” vini del nonno” ) ma ispirati al passato coprendendone i limiti e gli errori per poter creare vini che possano rappresentare il futuro.

Nel catalogo 2020 troveremo ancora una volta le storie, i volti e i vini di ciascuno vignaiolo europeo della nostra selezione, che attualmente rappresentano sia l’attuale modo di fare ma soprattuto il futuro, di come speriamo che le cose possano sempre migliorare.

Buona Lettura!

Grazie Marino <3

Come
i cuccioli amorevolmente allevati e naturalmente disconosciuti, così
la vite.

Questo breve scritto non
ha nessun intento critico o accusatorio per niente e per nessuno. E’
un semplice auspicio.

Avviene, da 20 anni. Il
mosto fermenta, gli zuccheri si trasformano in alcol e, sorpresa, i
batteri malici, di conserva ai lieviti, lavorano e trasformano in
lattico l’acido malico. In contemporanea.

“Improbabile” la
prima reazione. “Pericoloso” la seconda. Ma è “innaturale”
……..………..

La soluzione: “la
prossima fermentazione si inocula solforosa, si stabilizza il mosto
ecc. ecc. e vedrai che tutto torna alla normalità.”

Quale normalità? La
nostra, quella stabilita dalle nostre esperienze, o quella del vino?

E’ un breve colloquio
tra un produttore di vino e un tecnico. Il produttore chiede
semplicemente perché ciò avvenga. Non desidera altro. La risposta è
la soluzione. La soluzione di un problema che non esiste. Il
produttore apprezza il vino così. La domanda è semplice “perché
avviene?”.

La pianta produce, oltre
che frutti, rami e foglie. Ne fa un determinato quantitativo. Alla
pianta serve quel quantitativo.

Eppure la potiamo, la
defogliamo e di più. Per i nostri fini.

Ma con quale conoscenza
procediamo. Con la conoscenza delle nostre esperienze. Procediamo con
il fine di produrre il meglio senza conoscere la pianta e le sue
capacità.

E ci chiediamo: alla
pianta farà piacere? A quella pianta, l’unica in grado di fare
quel frutto. E, essendo l’unica in grado di fare quel frutto, non
lo farà al massimo delle sue capacità?

Un’agricoltura più
sensibile al mondo delle piante (molto più antiche della nostra
razionalità) potrebbe dar vita ad un nuovo percorso, anche per noi.

Sarà solo un sogno,
potrebbe essere, ma è anche una spinta ad avvicinarsi, a leggere,
interagire con questo mondo vegetale. Sognare un tempo in cui noi e
quel mondo arboreo potremo parlarci, spiegarci, senza secondi fini.

Il
“perché” fine a sé stesso non è più contemplato. C’è un
obiettivo, colturale, economico o altro che strumentalizza e
finalizza ogni attività, anche la ricerca. Possiamo avere una
scienza pura fine a sé stessa?

L’
innocenza della scienza.

In questo catalogo si
parla di vino. Che c’entra tutto questo?

Il mondo del vino (non
aggiungo aggettivi per non creare irritazioni) si pone queste
domande. Tenta vie nuove. Non è il mondo del vino imperfetto e
cialtrone spesso raccontato e davvero banalizzante. E’ il mondo di
una ripresa di coscienza, di conoscenza nuova e non limitata al
nostro essere e ai nostri fini.

Non conosciamo a fondo il
mondo dei lieviti e dei batteri. Lasciamoli lavorare in pace. E’ il
meglio che possiamo ottenere e aspettiamo di conoscerli.

Abbiamo la modestia di dirci che non sappiamo fare un grappolo d’uva. Non sapendolo fare, possiamo “insegnare” come fare? Al momento non è così. Allora lasciamo il più possibile in libertà quella pianta. Chissà quali sorprese ci darà. Di sicuro ci darà il massimo.

Maurizio Raselli

Il nostro Catalogo da molti anni dedica la parte finale ad una rubrica che noi chiamiamo ”Gli amici di arké ”
per il valore intrinseco che ci lega ad ognuno di loro, un mix tra
stima ed amicizia, vero motore capace di creare connubi magici.

Quest’anno abbiamo deciso di chiedere a 6 Chef italiani
quale fosse il loro vino preferito e quale piatto della loro cucina ci
avrebbero abbinato, ed abbiamo scoperto che a parlare sono sempre i
ricordi e le emozioni.

Loro sono Chef con la C maiuscola che hanno scelto di collaborare felicemente ed attivamente con il mondo del vino naturale, e ne traggono moltissimi benefici, in quanto la realtà è più semplice di quanto si immagini: il vino buono ( fatto come si deve, senza troppi artifici ) ben si sposa ed esalta ulteriormente la buona cucina. Punto. Nient’altro da aggiungere.

Maurizio nasce ad Alessandria, classe 1980, trapiantato poi a Lecce dove ha seguito il proprio cuore e poi aperto un ristorante tutto suo, 3 Rane. Il nome viene ” preso in prestito” dal famoso ristoro aperto da Leonardo da Vinci e Botticelli nel Medioevo: qui la clientela sceglieva il menù, sia leggendo le pietanze scritte da destra a sinistra dal mancino Leonardo, sia indicando le immagini disegnate dal Botticelli. Ricco l’elenco delle portate: dalla ribollita all’arista, dal baccalà ai ranocchi fritti.

il ristornate al suo interno

Ad oggi Maurizio gestisce la propria nicchia con pochi coperti, ma grande emozioni nei suoi piatti, che attingono alle sue memorie d’infanzia piemontesi, affinate poi grazie alle esperienze in giro per le cucine del mondo: Gran Bretagna, India, Maldive, Russia e Sud-Est asiatico le sue tappe più importanti.

Ha scritto per il nostro catalogo un piccolo racconto, parlando di una sua ricetta e abbinando un vino francese della nostra selezione, Cremant Double Zero di Domaine Geschickt.

IL PIATTO E IL VINO:

Il piatto nasce da una sintesi tra ricordo e sovrapposizione. La lingua con la salsa verde, detto “ il bagnetto” per noi piemontesi, era un antipasto dei giorni di festa a casa mia: ricordo i tavoli grandi, dove il vino tingeva di rosso le labbra e accendeva i sorrisi.Ricordo principalmente di quei pranzi, oltre ai profumidelle cucine, le meraviglie gastronomiche che utilizzava mia madre: ecco la mia ispirazione. La stupida umana velleità di poter controllare, e forseuccidere, il tempo che scorre. Faccio quello che sifaceva: e lo faccio ogni giorno per rendere le persone felice e far rivivere un’emozione.La mia vita assieme a mia moglie e mio figlio si è fermata in Salento. Io sono qui ed ora vivo, respiro, leggo e cucino il Salento. Al ricordo, aggiungo la sovrapposizione. alle cotture lunghe si affianca il fresco Il resto, è giocattolo. Ho scelto il Cremant di Geschickt per la sua fortissima identità. Il perlage fine e non aggressivo, il naso quasi burrosocon frutta acerba e penetrante, ma mi colpisce più la nota stilistica ossidata, vera firma di questo gioiello dell’Alsazia e che sa far incontrare perfettamente il piatto.La parte acida dell’aceto della salsa verde e lo spicchiodi arancio, così come la consistenza della lingua bollita nella demi glace trovano un complice e non un antagonista in questo bicchiere. L’ossidazione accompagna la forza del quinto quarto, la corteggia, non copre ma eleva, pulisce e invita a ricominciare. Il cipollotto bruciato con le note di fumo sposa il finale secco. sipario. I piatti delle 3 Rane sono piuttosto riconoscibili. L’ingrediente è sempre evidente, mainouvelle vague gastronomica del nascosto solo perstupire.Gli accostamenti spesso sono estremi, ma sempre studiati, e mai casuali. Si lavora per contrasto o per corteggiamento, si litiga e ci si riappacifica amandosi. Sono piatti vivi, dove la dimensione ludica è sempre presente.Credo nella libertà e ritrovo tutto questo, nel vino naturale che con la vitalità e la capacità di evolversi nel bicchiere, e nel singolo sorso. Il mistero buffo che contiene ogni goccia. Vedo la fatica, la trasparenza, il territorio, l’onestà. Il vino naturale è chi lo fa e chi lo beve lo diventa protagonista in un processo di gioia alchemica del divenire. E tutto diviene: In vino, veritas.Ricetta:Far bollire la lingua in un brodo ricco di cipolle, sedano, carote, un anice stellato, sale, grani di pepe efondo bruno.Per la salsa verde, frullare insieme prezzemolo, unuovo sodo, acciughe, capperi, aglio e pane raffermobagnato nell’aceto aiutandosi con olio extra vergine.pulire i cipolloti (detti spunzali ) tagliarli e arrostirli in padella antiaderente fino al fumo. Pulire a vivo le arance. Il piatto và così decorato: con un po’ di pane pugliese tritato e fritto nel piatto, due fette di lingua bollita nappata di fondo bruno di vitello, due cucchiaini di bagnetto verde, due spicchi di arancia a vivo, il cipollotto bruciato e un po’ di mandorle tritate.

CREMANT DOUBLE ZERO DI GESCHICKT

Spumante prodotto con Pinot blanc (33%), Chardonnay (33%) e Riesling (34%) prima fermentazione spontanea ed imbottigliamento la primavera successiva, rifermentato spontaneamente aggiungendo del mosto refrigerato. Rimane un anno sui lieviti, viene sboccato senza alcun dosaggio né utilizzo di liquer, ed è senza solforosa aggiunta. Un vino che ha Q’ e delicatezza, un vino delle feste che non ha nulla da invidiare ai cugini Champagne.

Aurelie di Geschickt nella sua cantina.

Il nostro Catalogo da molti anni dedica la parte finale ad una rubrica che noi chiamiamo ”Gli amici di arké ”
per il valore intrinseco che ci lega ad ognuno di loro, un mix tra
stima ed amicizia, vero motore capace di creare connubi magici.

Quest’anno abbiamo deciso di chiedere a 6 Chef italiani
quale fosse il loro vino preferito e quale piatto della loro cucina ci
avrebbero abbinato, ed abbiamo scoperto che a parlare sono sempre i
ricordi e le emozioni.

Loro sono Chef con la C maiuscola che hanno scelto di collaborare felicemente ed attivamente con il mondo del vino naturale, e ne traggono moltissimi benefici, in quanto la realtà è più semplice di quanto si immagini: il vino buono ( fatto come si deve, senza troppi artifici ) ben si sposa ed esalta ulteriormente la buona cucina. Punto. Nient’altro da aggiungere.

Lo Chef con Astice nostrano

Pier Luigi Di Diego Classe 1967, intraprende fin da giovanissimo la strada dell’arte culinaria. Padre e madre abruzzesi gli trasmettono la cultura della buona tavola fatta di genuine materie prime. “Sono cresciuto in un piccolo appartamento dell’interland milanese dove i miei genitori si sono trasferiti dopo varie migrazioninel nord Europa. Vivevamo fra mille ristrettezze, ma idue frigoriferi – principale arredo della casa! – eranosempre stipati di leccornie prelibate.Il piatto che abbiamo scelto è nato nel “Primo” localedi proprietà il “Don Giovanni” nel 1999/2000.Dal desiderio di utilizzare una materia prima povera incrudità e pensando di accostare alla sapidità del mare,un elemento molto dolce quale un pomodoro confit.Il Don Giovanni fu a Ferrara il primo locale a proporre la crudità di canocchie ed anche il primo a proporre ivini naturali nel lontano 2002. E dopo soli 4 anni, con il riconoscimento dell’ambita Stella Michelin, divenne ristorante di qualità nel panorama della ristorazione italiana. Da allora la carta vini si è sempre più aperta sul naturale arrivando ad una cantina di quasi 600 etichette al 90% naturali.Anche nel nostro nuovo locale “Manifattura Alimentare” la filosofia è la medesima. Nel nostro caso l’abbinamento cibo/vino nasce dall’unione delle nostre passioni con l’unico intento di esaltare il gusto mantenendo l’identità nel piatto e nel bicchiere.

Pierluigi ha scelto un vero fuoriclasse per abbinare la sua creazione, uno dei migliori metodi classici che abbia mai assaggiato. Particella 128 di Vanni Nizzoli, vignaiolo a Puianello in Emilia-Romagna nella sua azienda agricola Cinque Campi: 100% spergola fatta fermentare per due giorni a contatto con le bucce, sboccato e ricolmato con la sola aggiunta di vino. Una lama di gusto!

Ecco il vero regalo per voi, la ricetta direttamente dalla cucina di Manifattura Alimentare:

IL PIATTO:

16 canocchie grosse / 4 pomodori maturi2 spicchi d’aglio affettati 10 gr di timo fresco5 gr di zucchero / 20 cl di olio e.v.o.foglie di basilico q.b. / ale e pepe al mulinello q.b.poco aceto rosso / pesto di olive taggiasche q.b. pestoal basilico q.b. / pesto di pomodori essiccati q.b

PROCEDIMENTO:

Il pesce:

Aprire e sgusciare le canocchie a crudo; metterle su unpiatto di sasso a c.ca 35°C, irrorare con olio, sale, pepee qualche goccia di aceto e erbe aromatiche fresche. Lasciare in questa marinatura per 3’.

Per i pomodori canditi:

Sbollentare e pelare i pomodori, e disporli a fette su una placca con carta da forno con olio e timo, e mettere una fettina d’aglio fine su ognuno; aggiungere sale, pepe e zucchero e qualche rametto di timo. Lasciare appassire in forno a 90°C per c.ca 140’.

Particella 128 di Az. Agr. Cinque Campi

IL VINO:

L’acidità e la sapidità della Spergola in purezza del vino Particella 128 di Cinque Campi si sposa bene conla sapidità della canocchia e l’acidità del pomodoro.Vino piacevolmente fresco alla beva, nonostante la macerazione, è sicuramente un ottimo abbinamento per questo antipasto freddo di mare.

Pierluigi e il pesce nostrano

Una delle nostre collaboratrici e appassionate Emanuela Sanavio ha visitato l’azienda Podere San Biagio durante il periodo delle vendemmia e ci ha regalato questo piccolo racconto che vogliamo condividere con voi:

Jacopo Fiore cresce a Controguerra, paesello romantico con i suoi saliscendi fatte di vigne e colline tra le Marche e l’Adriatico, dove il panorama si apre ai piedi del Gran Sasso, i monti Sibillini e le montagne Gemelle accanto, ” il mare è a due passi, in 20 minuti di auto puoi fare un bagno tra le onde”, dice.

Fin da piccolo respira la terra e sebbene in gioventù abbia girato l’Italia impegnato con la musica e l’arte dei tattoo, alla fine l’amore e il rispetto per questi luoghi hanno avuto la meglio, riportandolo letteralmente alle radici con l’idea di mettersi a fare del buon vino.

Jacopo Fiore

Antonietta e Pietro, madre e padre di Jacopo, iniziano negli ormai lontani anni 80 a muoversi nell’agricoltura biologica, un mondo allora senza regole, con la produzione di cereali autoctoni. Nel 1994 dal recupero di un casale del 1800 nasce l’agriturismo e nel 2000, quando Jacopo ritorna a casa, iniziano i lavori che daranno origine alla cantina.

Lungo i fianchi delle colline, attorno al podere, crescono Malvasia, Passerina, Pecorino, Trebbiano, Montepulciano e poco Cabernet. La vigna è davvero molto bella ma è osservandola dal laghetto rivolto alla cantina che assume un’aria poeticamente selvaggia. Ed è proprio qui che si può percepire un ecosistema unico con il suo respiro solenne.

Jacopo sa come muoversi senza che passi un istante in cui il suo pensiero non sia rivolto al vino, alla cantina o alla vendemmia per capire quando sia il momento perfetto per raccogliere. Pietro, il padre invece è il saggio mentore, consapevole del fatto che quando parte la fermentazione anche suo figlio ha bisogno di ossigenarsi, per poter dare il meglio di sè in qualità di “artista vignaiolo” perchè è questo che fanno i vignaioli, creano capolavori da ciò che la natura dona.

la vigna
il laghetto
i morbidi fianchi delle colline attorno
gli uccellini che nidificano in vigna
grappolo rosa

I loro vini sono speciali e voglio raccontarveli in chiave diversa, perchè i vini quando vengono bevuti dove nascono regalano sempre emozioni più intense o semplicemente “diverse”:

Migrante è il pecorino sbarazzino in grado di comportarsi bene a tavola con tutti, proprio come Briscola e Tresette, un cerasuolo d’Abruzzo che non mente e gioca a carte scoperte regalando freschezza e acidità.

Cafone è il Montepulciano d’ Abruzzo che “cà fune” ti lega a sé, un vino che non si scorda per freschezza e bevibilità, con i suoi pochi giorni di macerazione in acciaio che esaltano tutte le peculiarità del vitigno.

E infine c’è la Sgarzella, passerina frizzante e di pronta beva, fatta rifermentare in bottiglia con il mosto. Una bottiglia che sa dissetare con leggerezza.

Impossibile infine non citare Antonietta, caposaldo del Podere, donna di riferimento e voce autorevole, dalla cucina alla cantina. Figura dolce e rispettosa, è lei il vero cuore pulsante dell’azienda. Anche perché senza i suoi buonissimi piatti dai sapori vigorosi sarebbe molto più difficile per gli uomini alzarsi e andare a sgobbare in vigna per quello che, è un prodotto che racconta lo spirito di una famiglia, e che lo continuerà a fare, tessendo nuovi intrecci e nuove storie.

Emanuela

Domaine de Courbissac

Quest’estate ci siamo concessi un’altra visita in Francia, e siamo stati a trovare Brunnhilde di Domaine de Courbissac, che si trova a Cessares, nel Minervois.

Brunnhilde Claux, classe 1984, donna forte e dai folti capelli neri, occhi intensi e vivaci e coraggio da vendere: mamma e vignaiola. Una vignaiola pazzesca!

Ama il vino e la vigna in modo viscerale e parla perfettamente italiano, con quell’accento francese che fa tanto impazzire noi italiani, imparato durante il periodo dell’Università a Pisa. Le sue esperienze in campo vinicolo si son affinate grazie al suo lavoro presso Domaine Gauby nel Roussilon e successivamente presso Terroir Al Limit nel Priorat, Spagna.

Eppure poi il destino l’ha portata qui, a Courbissac: ci sono luoghi magnetici, come accade qui in Linguadoca, dove l’acqua è un bene prezioso perché raro, e le colline calcaree dal manto rado e spinoso, denso di profumi mediterranei, sono sferzate dal vento, l’unico rumore; i margini meridionali del Massiccio Centrale sfumano in monti dal profilo dolce e altopiani carsici estesissimi, interrotti solo dalle gole profonde che i fiumi vi hanno inciso. Questo territorio è attraversato da percorsi di transumanza, di pellegrinaggio sia in passato che ai giorni nostri; tanto vaste e spopolate, queste montagne sono state lo scenario dove, alla fine del XVIII secolo, fu avvistato un ragazzino di circa 10 anni, completamente nudo. Il fatto, storicamente documentato, è stato mirabilmente raccontato da François Truffaut ne “Il ragazzo selvaggio” (1969). Il «selvaggio dell’aveyron» sopravviveva sui Monts de Lacaune, incapace di parlare, cibandosi di bacche e camminando a quattro zampe (fonte Wikipedia). Una storia strana ma vera che ci ha davvero colpito.

In questo contesto naturale di grande bellezza, scandiscono il cammino moltissime chiese, alcune delle quali attualmente sconsacrate, ma dove un tempo vivevano uno o due eremiti cristiani, i quali, ci racconta Brunnhilde, erano soliti coltivare anche la vigna per la loro sussistenza, e da qui la teoria per cui il vino in queste terre si sia sempre fatto.

Brunnhilde ci ha fatto fare un giro stupendo a bordo della sua jeep, e abbiamo potuto vedere con i nostri occhi vigne sparse nei dintorni della Domaine.

Chapelle St. Germain tra XI e XII secolo

Brunnhilde in vigna

Vogliamo raccontarvi del Dolmen des Fados, situato a Pépieux, un paesello in cui siamo passati durante la nostra visita ai vigneti; i Dolmen sono monumenti caratteristici della cultura megalitica europea costruita più di 5000 anni fa, la cui etimologia deriva da un termine di origine bretone Dol=tavola e men=pietra. La struttura dei Dolmen è fondamentalmente costruita da lastre di pietra infisse verticalmente nel terreno e a loro volta sovrastate da una lastra di copertura, in modo da formare una o più stanze, la cui principale funzione era di contenere le sepolture collettive. Come siano riusciti a creare una cosa simile nel periodo preistorico, rimane un forte mistero carico di fascino, e che contribuisce a generare bellezza e forza alla nostra azienda di provenienza.

Dolmen des Fados

Proseguendo per il nostro tour siamo andati a vedere una delle vigne più “giovani” di circa 40 anni: il terreno qui è per la maggior parte argillo-calcareo con presenza di piccole pietre (provate ad immaginare che bel sound quando si cammina tra la vigna! mi risuona ancora nelle orecchie!) dove troviamo Syrah, Mourvedre e Grenache.

Altra nuova avventura intrapresa è un nuovo vigneto appena piantato la scorsa primavera, in un luogo davvero affascinante, su un’altezza di circa 500 mt s.l.m con almeno 10 varietà diverse di uva, circondato dagli effluvi delle ginestre e della macchia mediterranea: sarà qui il futuro di Courbissac!

il nuovo vigneto a 500 mt
Ginestre e profumi

Gli altri vigneti di proprietà sono sparsi nelle zone circostanti e comprendono altre varietà come Syrah, Mourvedre, Cinsault, Grenache, Carignano, Lístan, Muscat e alcune a bacca bianca di minor fama ma di egual importanza, con età variabili dai 15 ai 70 anni.

Cinsault

La vigna di Cisault è a mio avviso di straordinaria bellezza, e sono come “anziane ma affascinanti signore” di 70 anni, dove la terra si colora leggermente di rosso, per la maggior presenza di argilla.

I vini che abbiamo assaggiato in cantina sono stati intensi e profondi, onesti e senza orpelli inutili, puro succo di uva di territorio, le fermentazioni sono spontanee e vengono fatte a grappolo intero: questa la vera novità introdotta da Brunnhilde qualche anno fa: le vasche di cemento da 60 hl vengono riempite per meno della metà (circa 20 quintali) a cui viene aggiunto il proprio pied-de-cuveè (circa 3 hl) utile per lo start fermentativo e li rimangono per 9-12 giorni ( per i vini base come Traverses Rouge, e 15-20 gg per i rossi più importanti, come Roc du Piere); la malolattica inizia sempre in contemporanea con l’alcolica.

Tutte le varietà vengono fatte fermentare separatamente, anche per il diverso momento di perfetta maturità: dobbiamo sempre ricordare che per avere un buon vino, il momento della raccolta è fondamentale, anche questo e’ un modo per rispettare il lavoro portato avanti durante l’anno.

Per riassumere possiamo dire che i vini prodotti possono essere riassunti in 4 categorie:

  • Les Traverses Rouge e Blanc, i base, sono prodotti con uve da vigne giovani (Grenache, Mourvedre e Syrah per il rosso e Listán e Terret Gris per il bianco) nessuna aggiunta di So2, da terreni non troppo alti circa 250 mt s.l.m.
  • Roc du Piere composto da uve Syrah da vigne di circa 40 anni per la maggior parte, e Mourvedre da vigne di circa 60 anni di età raccolte da un’unico vigneto.
  • Roc Suzadou (novità presto nel nostro listino di settembre 2019) composto da Grenache da piante molto vecchie di circa 90 anni di età e Carignano di circa 70 anni di età. Eleganza assoluta liquida.
  • Farradjales è Cinsault al 100% da un’unico vigneto di 70 anni coltivato a 400 mt

Courbissac è Brunnhilde e viceversa, una storia magnetica di una donna, una terra e un vino davvero speciali.

Il nostro Catalogo da molti anni dedica la parte finale ad una rubrica che noi chiamiamo ” Gli amici di arké ” per il valore intrinseco che ci lega ad ognuno di loro, un mix tra stima ed amicizia, vero motore capace di creare connubi magici.

Quest’anno abbiamo deciso di chiedere a 6 Chef italiani quale fosse il loro vino preferito e quale piatto della loro cucina ci avrebbero abbinato, ed abbiamo scoperto che a parlare sono sempre i ricordi e le emozioni.

Loro sono Chef con la C maiuscola che hanno scelto di collaborare felicemente ed attivamente con il mondo del vino naturale, e ne traggono moltissimi benefici, in quanto la realtà è più semplice di quanto si immagini: il vino buono ( fatto come si deve, senza troppi artifici ) ben si sposa ed esalta ulteriormente la buona cucina. Punto. Nient’altro da aggiungere.

Qui siamo a Genova, una città del cuore per noi, ribelle e affascinante allo stesso tempo, tra le sue stradine e vicoli in saliscendi, le brezza del mare e il calore delle persone.

Guendalina Cataldi è la nostra Chef, e Simone Grassano è il nostro Oste al Ristorante Bellabu, dove lavorano e si divertono con la selezione dei nostri vini, in un locale storico dei vicoli di Genova, grandi e antiche arcate al suo interno con maioliche colorate a decorare le pareti in perfetto contrasto con i disegni della città, fatti su base nera,come fossero lavagne. Incantevole.

L’atmosfera che respiriamo ogni volta che riusciamo andare a trovarli è sempre suggestiva e festosa, persone dal cuore grande e dalla personalità intensa, cosí come la loro cucina!

Guendalina ci racconta:

” A me e a Simone, mio compagno di vita, non piacciono molto le cose artefatte, siamo fatti cosí… persone semplici, che amano le cose semplici e naturali, nel cibo, nel vino e nella vita in generale… perchè abbiamo scelto di avere una lista di soli vini naturali? Perchè siamo cresciuti da Stefano Bellotti ed abbiamo vissuto il mondo del vino naturale con gli occhi di uno dei più grandi interpreti internazionali di questo folle ma meraviglioso mondo…. In questa carta dei vini ogni etichetta è stata sceltapersonalmente, spesso dopo una visita in azienda, e una bella mangiata assieme al produttore! Troverete piccoli ma grandi vignaioli, con i loro vini unici per annata e territorio, che esprimono al meglio la loro idea, mettendoci le mani e cercando di estrarre la miglior espressione delle uve e dei frutti della terra.

Il piatto:

Filetto di maialino cotto a bassa temperatura, purè alla nocciola, maionese bruciata e Chips topinambur.

Per il filetto di maiale:

Condire con olio sale e pepe 200 gr di filetto di maiale, poi metterlo nel sacchetto per il sottovuoto e cuocere in acqua a 70 gradi per 45 minuti, in alternativa va bene cuocerlo anche nel forno a vapore. Passati i 45 minuti, rosolare il filetto di maiale su tutti i lati su una padella molto calda.

Per le Chips di topinambur:

Tagliare i topinambur ancora con la buccia molto sottili con la tagliatartufi o con una mandolina, sciacquarli sotto la acqua, asciugarli e friggerli in olio di semi di arachide a 180 gradi.

Per il purè:

Frullare 200 gr di nocciole tostate e sgusciate inun frullatore fino a ottenere una pasta cremosa e omogenea. Cuocere 500 gr patate con la buccia in acqua abbondante acqua salata. Quando cotte, pelarle schiacciarle con lo schiacciapatate e preparare un purè con 150 gr latte 40 di burro e la pasta nocciole, a purè finito setacciare tutto con un colino e maglie fini.

Per la maio bruciata:

Preparare un olio “bruciato” facendo cuocere in forno a 220 per 30 minuti 3 carote, 2 peperoni 3 coste di sedano 4 cipolle bionde intere e dopo mettendo le verdure ancora calde in infusione in 200 gr olio di semi di arachide. Dopodichè montare con un frullatore a immersione 200 gr di latte versando a filo l’olio “bruciato”, aggiustare di sale

Per la composizione del piatto:

Alternare un mucchietto di insalata a una quenelledi purè e adagiare sopra il filetto scaloppato finemente, appoggiare le Chips topinambur sulla carne e fare una strisciata di Maionese con il cucchiaio proprio accanto a carne, purè e insalatina. Finire il piatto con qualche nocciola tostata e tritata grossolanamente.

Il vino:

Brunello di Montalcino di Marino e Luisa Colleoni, Santa Maria.

Non potevamo che scegliere lui, persona e amico molto speciale, un maestro di vita, abile vignaiolo assieme alla moglie con cui passiamo sempre momenti indimenticabili.”

 

 

Il Brunello di Montalcino di Podere Santa Maria

Ve li consigliamo davvero, andate a trovarli e assaggiate questo fantastico vino!

Simone
Guendalina
1468282414615

Bella Bu Bistrot

Lunedì 20 Maggio 2019 al Golden View, Firenze

 

A volte ritornano! Giochi e passioni che si intrecciano e ci vedono spettatori-protagonisti in questo mondo del vino, sempre pronto a regalare emozioni diverse e inaspettate.

Quindi eccoci qui di nuovo, nuova grafica ma stessi contenuti e stessi scopi.

 

Mosca cieca: chi non ci ha mai giocato?

La mosca cieca è un tradizionale gioco diffuso in molti paesi del mondo. Lo si gioca all’aperto o in una stanza abbastanza grande vuota. Un giocatore scelto a sorte viene bendato (e diventa quindi la “mosca cieca”) e deve riuscire a scovare gli altri, che possono muoversi liberamente all’intorno.

Noi abbiamo pensato di riproporvi il mood del classico gioco, ma con nuove regole e un solo uno scopo finale:

mettersi alla prova,

abbandonando gli schemi che possono interporsi a livello mentale e sensoriale quando si assaggiano i vini e imparare ad usare il proprio “cassetto della memoria”.

Che cosa intendiamo?

Qualsiasi cosa mangiamo e beviamo finisce nel nostro cassetto della memoria, una libreria piena di sapori, profumi e ricordi che son ben catalogati nella nostra mente e che dobbiamo solamente esercitare ed imparare come utilizzarla, e il miglior metodo è esercitarsi con le degustazioni alla cieca.

Mosca Cieca però non sarà solamente “gioco degustativo” ma un’importante momento di formazione, dove con preziose nozioni di esperienza, fornite da diverse figure del mondo del vino naturale vi insegneremo come meglio raccontare i nostri vini.

Vignaioli, sommelier, agenti, enotecari, ristoratori…ognuno con il proprio bagagli di esperienze assieme in un’unico convegno dedicato al vino naturale.

 

Siamo pronti per “giocare” con voi!

 

Lunedì 20 Maggio 2019 al Golden View, Via de Bardi 58r, Firenze

 

Dalle ore 15 alle 18. Presentazione del Catalogo e degustazione.

Solo su invito e solo per operatori del settore. A numero chiuso.

 

Il programma della giornata:

Ore 14.30 accoglienza ed accredito degli invitati

Ore 15.00 inizio del convegno a cura di:

  • Gianpaolo Giacobbo, collaboratore diretto di Arké: introduzione ai vini naturali e loro filosofia produttiva, presentazione del Catalogo 2019.
  • Filippo Petrolini, agente su Firenze: i vini naturali ed il loro mercato; la presentazione ed il servizio nei ristoranti e wine bar.

 

Proseguirà la degustazione guidata di 20 vini della selezione Arké, tutti serviti “alla cieca”.

 

Ore 18,30 – 20,30 Aperitivo punk al bancone del Golden View. Aperta al pubblico.

Selezione musicale abbinata ai vini in mescita a cura di Giampaolo Giacobbo.

 

 

 

Il nostro Catalogo da molti anni dedica la parte finale ad una rubrica che noi chiamiamo ” Gli amici di arké ” per il valore intrinseco che ci lega ad ognuno di loro, un mix tra stima ed amicizia, vero motore capace di creare connubi magici.

Quest’anno abbiamo deciso di chiedere a 6 Chef italiani quale fosse il loro vino preferito e quale piatto della loro cucina ci avrebbero abbinato, ed abbiamo scoperto che a parlare sono sempre i ricordi e le emozioni.

Loro sono Chef con la C maiuscola che hanno scelto di collaborare felicemente ed attivamente con il mondo del vino naturale, e ne traggono moltissimi benefici, in quanto la realtà è più semplice di quanto si immagini, il vino buono (fatto come si deve) si sposa ed esalta ulteriormente la buona cucina. Punto. Nient’altro da aggiungere.

 

Oggi siamo a Venezia. La bellissima e magica Venezia, lui è Andrea Lorenzon, giovane ed intraprendente e pure “figlio d’arte” ( il papà è il mitologico Oste Mauro Lorenzon dell’Enoiteca La Mascareta). Amante del vino naturale all’ennesima potenza, sa cogliere ed esaltare quello che c’è di speciale nel vino e ne diviene veicolo comunicativo per tutte le persone che lo vanno a trovare a CoVino.

 

Ecco il piatto ed il vino che ha scelto di raccontare tramite Arké.

 

 

Il piatto scelto da Andrea da bere assieme al Vespaio’

 

“Abbiamo scelto di bere il Vespaiò dell’azienda agricola Il Moralizzatore per l’amicizia e l’amore che ci legano a Chicco ed Andrea. Giochiamo con un vino veneto da vitigno autoctono vicentino: la Vespaiola. Ci è sembrato interessante l’abbinamento con un nostro piatto tradizionale ma non banale: il saor che viene dedicato alle verdure di stagione e al pesce del mercato di Rialto. un piatto che mantiene sempre la stessa preparazione, marinatura con cipolla in agrodolce, uvetta sultanina e pinoli, servito con polenta biancoperla. Cambiando la stagionalità cambiano anche gli ingredientiche decidiamo di marinare. L’abbinamento gioca sulla regione Veneto, ma anche la bollicina “birichina” andrà a sgrassare la sensazione agrodolce del piatto. Io sono Andrea, condivido con voi la passione peril vino, mi ha trasmette gioia di proporre vini naturali che si legano alla forza dei produttori, ai territorie alla digeribilità! In cucina Michele Conforti dalla scuola Alma, da valorizzare lo spirito del TEAM: Anna (braccio destro) Giuseppe (braccio sinistro) Andrew in sala e vini; i quali danno amore e passione ogni giorno.

IL VINO: Vespaiò 2017  de Il Moralizzatore.

 

 

Vino bianco naturalmente rifermentato in bottiglia. Prodotto da uve 60% Vespaiola, 40% Tai bianco, raccolto e diraspato a mano con l’aiuto di piccole reti metalliche, rimane a contatto con la buccia per 6 ore e poi pressato e fatto affinare in botti di acciaio. Rifermentazione con il proprio mosto vitale. Vino beverino e interessante, ottimo sia da aperitivo che da tutto pasto.”

 

 

 

Francesco ed Andrea che mostrano la “madre” del recioto 2004 de La Biancara. Andrebbe dedicato un’intero articolo sul metodo di servizio che usa Andrea. Un Maestro!